Dopo la guerra con l’Iran: un nuovo ordine mondiale, ma non un nuovo sistema

L’era della transizione

Sembra esserci una generale intesa sul fatto che il mondo unipolare sia finito e che sia giunto il momento di un mondo multipolare. Persino il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha tacitamente ammesso in un’intervista che l’unipolarismo fosse in realtà un fenomeno anomalo. La guerra con l’Iran non ha fatto altro che accelerare un processo già in atto. La domanda, dunque, è: si tratta di una transizione pianificata, orchestrata da determinate sfere di potere, oppure è il naturale passo successivo alla fine di un’anomala unipolarità?

È qui che la mia definizione di sistema mondiale e di ordine mondiale diventa rilevante. Direi che si tratta di entrambe le cose. Se consideriamo la questione attraverso la lente del sistema mondiale, allora vediamo necessariamente una continuità. Se la consideriamo dalla prospettiva dell’ordine mondiale, potremmo invece notare delle nette rotture e delle distinzioni.


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La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran si è fermata – forse per ora – e ciò che emerge sono i contorni di un nuovo ordine mondiale. Tuttavia, non si tratterà di un nuovo sistema mondiale. La differenza tra i due è fondamentale per comprendere questo conflitto e le sue conseguenze.

Nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – poi adattato in un brillante film da Visconti – il giovane Tancredi Falconeri esprime allo zio, il Principe di Salina, come l’aristocrazia debba affrontare i cambiamenti portati dalla rivoluzione di Garibaldi: «Se vogliamo che le cose restino come sono, tutto deve cambiare».

Questa potrebbe essere l’essenza dei rapidi sviluppi (leggi sotto) che osserviamo oggi nell’arena geopolitica. I confini sono oggetto di contesa. Le risorse vengono riorganizzate. Le valute si adattano. Ma il risultato di questi cambiamenti non altererà in modo significativo il sistema mondiale, bensì solo il suo ordine. Prima di proseguire, ritengo necessario approfondire cosa intendo con questi due concetti e in che modo differiscono.

La rottura epistemica della guerra con l’Iran

Il sistema mondiale è la spina dorsale su cui si fonda la nostra cultura. Intendo la cultura come la prassi vivente di una società. La spina dorsale delle società moderne è costituita dal sistema finanziario, dalle sue fonti energetiche e dall’assetto di potere basato sugli Stati nazionali.

Ci sono altri elementi importanti, come le tecnologie digitali – la cui crescita esponenziale è legata al sistema finanziario e alle fonti energetiche – che si stanno integrando in questa struttura portante e che, a loro volta, potrebbero rendere obsoleta l’attuale forma del sistema finanziario e dello Stato-nazione. Ma non ci siamo ancora del tutto.

Considero questo un sistema perché questi tre elementi si sono sviluppati all’unisono e sono interdipendenti. Naturalmente, ciò non è avvenuto in un vuoto ideologico. Tuttavia, è discutibile se la filosofia abbia reagito a questo sviluppo o lo abbia guidato. Forse sono “sorguti insieme”, per usare un concetto taoista. Ciò significherebbe che le idee che ne hanno alimentato lo sviluppo sono inseparabili dal sistema stesso.

Se questo è un sistema, allora si è diffuso ed è operativo in quasi ogni angolo del mondo. Non funziona ovunque senza intoppi, ma a parte forse una manciata di comunità semiautonome, non credo ci sia un luogo in cui non vengano utilizzate la moneta fiat e le stesse fonti energetiche. Lo Stato-nazione è l’elemento più controverso e meno cruciale. Il sistema ha bisogno solo di uno Stato, non della nazione.

In questa definizione, l’ordine mondiale è il campo politico internazionale che emerge da questo sistema mondiale. Ovvero, il modo in cui i diversi Stati nazionali, o semplicemente Stati, si organizzano per interagire tra loro. Questi Stati, essendo basati su quello che oggi è diventato un concetto astratto – la nazione – hanno dei limiti che il sistema finanziario non ha. Questo, insieme al controllo delle risorse energetiche, crea tensioni all’interno del sistema che conducono a conflitti e alla successione di diversi ordini mondiali.

La transizione verso un ordine mondiale multipolare sembra ormai inevitabile. La guerra non provocata tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran si sta rivelando un catalizzatore per molte delle forze che erano già in movimento da almeno due decenni. L’ascesa di nuovi centri di potere militare, l’applicazione soggettiva del diritto internazionale, la lotta per l’energia e la transizione da un’economia basata sul dollaro sono state tutte accelerate da questa guerra.

L’emergere di un ordine mondiale multipolare, inteso come un ordine con diversi centri di influenza che interagiscono tra loro su un piano di parità – almeno in teoria – sembra essere un punto di convergenza tra molte narrazioni concorrenti.

Si tratta di un discorso che emerge dai membri dell’organizzazione BRICS. A guidare questo discorso sono i russi, ma non sono i soli. Il concetto di poli di civiltà di Alexander Dugin rappresenta una formulazione più elegante e filosofica dello stesso concetto. Esistono altri commentatori pubblici, con una maggiore propensione geopolitica, come Pepe Escobar o Arnaud Bertrand, che difendono la multipolarità.

Ma questo non è un discorso che si trova solo ai margini del potere. Hrvoje Moric dimostra in un articolo ben documentato che una qualche forma di multipolarità è presente nel discorso istituzionale russo da molto tempo, persino durante l’era sovietica. Lo stesso vale per le istituzioni statali cinesi, soprattutto di recente.

Ciò che potrebbe sorprendere di più – e Moric si impegna a fondo per dimostrarlo con sufficiente documentazione – è che la transizione da un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti a un mondo multipolare fa parte del pensiero occidentale dominante già da tempo.

Ad esempio, Moric cita un articolo del 1973 della rivista Foreign Affairs del Council on Foreign Relations, che afferma chiaramente: “Rimangono dunque le alternative pratiche di un equilibrio di potere multipolare o di un pluralismo di Stati non allineati. Ci chiediamo, quindi, se gli Stati Uniti possano vivere in una situazione di generale disallineamento che la loro stessa condotta contribuirebbe materialmente a instaurare”.

L’apparente concordanza tra le diverse posizioni politiche e la presenza storica, nel loro discorso, della necessità di un ordine mondiale multipolare, inducono alcuni commentatori, come lo stesso Moric o James Corbett del Corbett Report, a concludere che debba esistere un piano o un’intesa generale – per quanto astratta – in merito.

Sostengono che lo scopo di questo ordine mondiale multipolare sia quello di compiere un passo verso una forma di governo globale basata sui poteri regionali. Citano, tra le altre cose, l’Iniziativa per la Governance Globale di Xi Jinping, proposta al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) del 2025. Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, Iran e Bielorussia sono membri della SCO. Questa iniziativa è in linea con altre provenienti dalle Nazioni Unite e dal Forum di Davos.

Altri commentatori, come Simon Dixon, condividono una visione simile di una transizione pianificata, seppur da un’angolazione diversa. Sostengono che quello che lui definisce il “complesso finanziario-industriale”, che non conosce confini nazionali, stia spingendo per questa transizione al fine di continuare a generare profitti finanziari. Secondo lui, la guerra con l’Iran rappresenta un passo verso la ricostruzione e la stabilizzazione del Medio Oriente e la sua affermazione come importante polo regionale in un futuro sistema finanziario basato su stablecoin.

Tuttavia, Alexander Dugin non sarebbe d’accordo. I poli di civiltà sono alla base del suo concetto di ordine mondiale multipolare. Questi poli di civiltà sono, secondo lui, entità sociopolitiche che emergono dopo il fallimento dello Stato-nazione, un modello politico dell’Europa occidentale che non è automaticamente valido ovunque.

Questi poli sono sovrani, e la base della loro legittimità risiede nel fatto che comprendono le terre e i popoli eredi di una particolare tradizione di civiltà, come la Cina, l’India o il “mondo islamico”. Non rappresentano in alcun modo un passo preliminare verso un governo globale; al contrario, egli li postula come la sua antitesi.

Altri, come il Council on Foreign Relations, Pepe Escobar, Arnaud Bertrand o il discorso istituzionale cinese, vedono la multipolarità come il passo logico dopo la fine dell’egemonia statunitense, sebbene ciascuno con una particolare sfumatura. Il CFR, considerato un think tank transatlantico, sarebbe più propenso ad aderire al concetto di governance globale, mentre Escobar enfatizza la fine dell’impero e la Cina un approccio pragmatico alla stabilità e al commercio.

Sembra esserci una generale intesa sul fatto che il mondo unipolare sia finito e che sia giunto il momento di un mondo multipolare. Persino il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha tacitamente ammesso in un’intervista che l’unipolarismo fosse in realtà un fenomeno anomalo. La guerra con l’Iran non ha fatto altro che accelerare un processo già in atto.

La domanda, dunque, è: si tratta di una transizione pianificata, orchestrata da determinate sfere di potere, oppure è il naturale passo successivo alla fine di un’anomala unipolarità?

È qui che la mia definizione di sistema mondiale e di ordine mondiale diventa rilevante. Direi che si tratta di entrambe le cose. Se consideriamo la questione attraverso la lente del sistema mondiale, allora vediamo necessariamente una continuità. Se la consideriamo dalla prospettiva dell’ordine mondiale, potremmo invece notare delle nette rotture e delle distinzioni.

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Il commento di HH

Il principale cambiamento che prevedo è che la guerra sarà sempre più considerata una follia. La rete commerciale globale, altamente interconnessa e basata sul principio “just-in-time”, è troppo fragile e importante per permettere gravi interruzioni. Allo stesso tempo, la proliferazione di armi di precisione economiche ed estremamente efficaci aumenta i rischi per qualsiasi aggressore militare. La politica estera militarizzata farà la fine dei duelli e delle giostre. Ci sarà sempre violenza di basso livello nel mondo, ma questa è una questione di competenza delle forze dell’ordine, un’attività molto meno costosa della corsa agli armamenti globale e di una guerra su vasta scala.

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