«No alla guerra»: le proteste spagnole contro l’ordine mondiale

 

Insieme all’Irlanda e, al di fuori dell’UE, alla Norvegia, la Spagna è uno dei pochi paesi europei a opporsi all’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran. In nome del diritto internazionale, ma anche di una lunga tradizione critica nei confronti degli imperialismi, radicata fin dal XIX secolo.


 

Qualche settimana fa, il discorso deciso di Pedro Sánchez contro la guerra in Iran ha sorpreso tutta l’Europa. A differenza dei suoi omologhi, il presidente del governo spagnolo si è opposto alla violazione del diritto internazionale che costituisce l’aggressione contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele, e ha proposto una via dignitosa per affrontare questa crisi. A un mese dall’inizio del conflitto, mentre Trump si impantana a Ormuz, questa posizione appare sempre più come la voce della ragione europea. Anche l’estrema destra si sente ormai intrappolata dal proprio sostegno a Trump: Marine Le Pen, così come Giorgia Meloni, si interrogano su una guerra senza un obiettivo chiaro, che minaccia le economie mondiali e le loro stesse basi elettorali.

La reazione di Sánchez non deve certamente nascondere la fragilità dell’attuale sinistra spagnola: il governo socialista guida una coalizione che da diversi anni pende da un filo, e la destra e l’estrema destra, in piena ascesa, sembrano in buona posizione per vincere le prossime elezioni legislative del 2027. Ma la posizione di Sánchez sulla guerra potrebbe anche influire su questi equilibri interni, tanto la società spagnola – compresa una parte dell’elettorato conservatore – sembra in maggioranza contraria all’attuale conflitto.

L’ampiezza di questo rifiuto ha come sfondo l’importante movimento di opposizione che si è sviluppato negli ultimi due anni contro la guerra a Gaza, e di cui in Francia non si è davvero colta la portata. Più in generale, la nostra relativa ignoranza nei confronti del nostro vicino del sud alimenta la sorpresa provocata da questo «no alla guerra». Da un giorno all’altro, a quanto pare, la Spagna che amiamo soprattutto frequentare in vacanza ci dà una lezione di politica. Per superare questo effetto sorpresa, può essere utile ricordare il lungo percorso di questo rifiuto e il suo radicamento nella storia politica del Paese.

Una posizione ambivalente nel sistema degli imperi

«Ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana ci ha trascinati in una guerra in Medio Oriente», ha ricordato Sánchez nel suo discorso del 4 marzo 2026. Una guerra che, secondo lui, non era sostenuta dai cittadini spagnoli «perché era illegale, ingiusta e non apportava alcuna soluzione reale alla quasi totalità dei problemi che pretendeva di risolvere.» Nel 2003, il sostegno offerto dalla Spagna di Aznar agli Stati Uniti di George W. Bush aveva infatti suscitato scalpore nel Paese, dove erano state organizzate manifestazioni memorabili. Richiamando alla memoria quella guerra in cui si era smarrito Aznar, Sánchez intende ovviamente contrastare l’attuale ascesa della destra in Spagna. Egli evita tuttavia, come hanno ricordato alcuni editorialisti, un ricordo più scomodo per il PSOE: il fatto che l’opposizione del 2003 fosse anche radicata in una tradizione più antica di critica non solo alla guerra, ma anche alla NATO. Il presidente del governo spagnolo, dal canto suo, non sostiene l’uscita dall’Alleanza Atlantica, cosa che alcuni a sinistra gli rimproverano, accusandolo di essere incoerente.

Dopo la morte di Franco nel 1975, i settori mobilitati per una netta rottura con la dittatura chiedevano la fine della sottomissione spagnola alla politica estera degli Stati Uniti. Negli anni ’50, la Spagna franchista aveva pagato questa sottomissione con l’uscita dal proprio isolamento diplomatico ed economico, accettando l’installazione di diverse basi militari nordamericane nel paese. Nel 1982, quando il dittatore era morto da sette anni, l’ingresso della Spagna nella NATO suscitò un ampio rifiuto: il PSOE vinse le elezioni legislative con un programma che includeva l’uscita dall’organizzazione atlantica e la chiusura delle basi americane. Ma Felipe González cambia presto rotta per difendere il mantenimento della Spagna nella NATO, in occasione di un referendum che organizza nel 1986. Il «no» perde, ma ottiene comunque 7 milioni di voti contro 9, al termine di una vasta mobilitazione della società civile.

Questa critica ricorrente alla guerra e, per alcuni settori, alla NATO, merita a mio avviso di essere messa in relazione con la particolare posizione storica del paese nel sistema degli imperi. All’inizio del XIX secolo, la perdita dell’America continentale destabilizza profondamente la monarchia ispanica, ma viene compensata dal ridispiegamento di un impero coloniale moderno attorno a tre possedimenti principali: Cuba, Porto Rico e le Filippine, sfruttate grazie al lavoro coatto e a una schiavitù tardiva di enorme portata.

Queste colonie tengono a galla le finanze spagnole, alimentano importanti flussi di migranti e di capitali e sostengono l’intera economia e l’industrializzazione del paese. Ma questo impero ha i piedi d’argilla: è esposto alle ribellioni dei lavoratori più sfruttati e ai desideri di emancipazione dei ricchi creoli. Suscita inoltre l’interesse di altre potenze, le cui pressioni contribuiscono alla precocità della crisi coloniale spagnola. Scatenata nel 1868 dall’esplosione a Cuba delle guerre d’indipendenza, quest’ultima sfocia nel 1898 nella perdita delle tre principali colonie a diretto o indiretto vantaggio degli Stati Uniti.

L’imperialismo spagnolo non scompare però nel 1898: l’esercito viene ridistribuito in nuove imprese coloniali, principalmente in Marocco e in Guinea, territori in cui ufficiali come Franco – definito per questo motivo «africanista» – si fanno le ossa, prima di rivolgere le armi contro i propri oppositori politici in metropoli, ad esempio nel 1934 durante la rivoluzione delle Asturie, e nel 1936 quando lanciano il loro colpo di Stato contro la Repubblica. La scarsa coscienza critica nei confronti della storia di questo imperialismo rimane evidente in Spagna. A Barcellona, ad esempio, i milioni di turisti che ogni anno visitano la città non vengono informati del legame, pur documentato, tra la magnificenza degli edifici modernisti e le origini schiaviste di gran parte delle fortune che li hanno costruiti alla fine del XIX secolo. Di fronte alla debolezza delle memorie coloniali critiche, il razzismo si esprime talvolta senza filtri, come durante una recentissima partita di calcio vicino a Barcellona, dove 20.000 persone hanno cantato «chi non salta è musulmano».

L’imperialismo spagnolo ha comunque subito un duro colpo nel 1898, quando l’entrata in scena mondiale della potenza statunitense si è esercitata a sue spese. Già prima di allora, la Spagna aveva subito le ambizioni congiunte di Francia e Gran Bretagna, il cui dominio nel XIX secolo è ora definito dagli storici come imperialismo informale. Nei decenni successivi all’invasione napoleonica del 1808, il giogo franco-britannico ipoteca lo sviluppo economico spagnolo: i capitali stranieri si impadroniscono allora delle ricchezze minerarie del paese, monopolizzano gli investimenti nelle ferrovie e costruiscono il settore bancario a loro vantaggio. Per quanto riguarda la vita culturale, essa subisce l’impatto dell’editoria e del teatro francese nel XIX secolo, poi del cinema nordamericano nel XX.

L’interventismo politico frena inoltre l’autonomia del paese, le cui rivoluzioni più democratiche vengono ostacolate, come quando i francesi inviano un esercito di occupazione per porre fine nel 1823 alla rivoluzione di Riego, o nel 1873, quando le marine britannica e tedesca intervengono contro una rivoluzione che vedono come una riedizione della Comune in terra ispanica. Nel 1936, invece, è la non-intervenzione britannica e francese a contribuire al naufragio della Seconda Repubblica. Gli Stati Uniti favoriscono poi il mantenimento della dittatura, la cui stabilità sembra loro utile nel contesto della guerra fredda.

La posizione ambivalente della Spagna nei sistemi imperiali, tra memoria imperiale frustrata e subalternezza subita, ha alimentato due tradizioni politiche contraddittorie: quella di un imperialismo ferito ma sempre attivo, che difende la memoria della potenza spagnola e respinge ogni critica; e quella di una diffidenza abbastanza ampiamente condivisa, anche da una parte dell’elettorato conservatore, nei confronti delle guerre e degli imperialismi, i cui effetti sul paese sono stati disastrosi dal 1808.

L’anticentralismo e il no alla guerra

La diffidenza verso gli imperi si è alimentata anche di tradizioni critiche nei confronti dello Stato centrale spagnolo, forti non solo a sinistra ma anche in alcune frange della destra. Nel XIX secolo, la precocità della crisi imperiale prosciuga le risorse fiscali provenienti d’oltremare, fin dagli anni Venti del XIX secolo con la perdita dell’America continentale, poi nuovamente nel 1898 con quella delle tre grandi colonie. Queste difficoltà fiscali, unite alle conseguenze nefaste delle dominazioni straniere sull’economia, ostacolano lo sviluppo, in dimensioni paragonabili a quelle di altri paesi europei, dell’alfabetizzazione di massa e dei primi balbettii dello Stato sociale.

Poco protettivo nei confronti delle proprie popolazioni interne e largamente superato all’estero nella corsa alle colonie, lo Stato spagnolo vede moltiplicarsi contro di sé oppositori di ogni genere. Il primo partito politicista catalano, la Lliga Regionalista, nasce nel 1901 sulla scia del «Disastro» del 1898. La frustrazione imperiale è particolarmente dolorosa per le élite catalane, i cui capitali sono stati massicciamente investiti nel commercio illegale verso Cuba nel XIX secolo e che ne hanno tratto profitti record. Il nazionalismo basco si politicizza nello stesso periodo e dà vita al Partito Nazionalista Basco nel 1895 (PNV).

La crisi imperiale non alimenta solo il risentimento delle ex élite imperiali o la reazione militarista degli ufficiali «africani»: alimenta anche le critiche contro la monarchia spagnola e rafforza le correnti più democratiche del paese. Fin dalla loro comparsa, i nazionalismi periferici si espongono a forme di repressione fino ad allora riservate ai repubblicani, ai socialisti o agli anarchici: nel 1905, la redazione di un giornale catalanista viene attaccata dall’esercito. Viene approvata una legge che porta davanti ai tribunali militari chiunque minacci l’unità della patria o offenda l’esercito spagnolo.

L’anno successivo, una piattaforma elettorale di «Solidarietà catalana» unisce i catalani ai partiti di opposizione cosiddetti «antidinastici» e vince le elezioni legislative locali. Si ritrova un po’ di questo gioco politico nelle alleanze e nei sostegni che hanno permesso a Sánchez di rimanere alla guida del governo, nonostante la debolezza di una coalizione che, da tre anni, non ha trovato una maggioranza sufficientemente chiara per votare il proprio bilancio. Senza entrare a far parte di questa coalizione, i nazionalismi periferici, in particolare in Catalogna e nei Paesi Baschi, hanno sostenuto la formazione dei governi Sánchez e votato alcune delle sue leggi.

La rottura dello Stato imperiale non solo ha reso possibili questi giochi di alleanze: ha anche ravvivato tradizioni federaliste e municipaliste già potenti nel paese. Il municipalismo difende l’autonomia politica della comunità di abitanti o di vicini (i vecinos). Nel 1808, l’invasione napoleonica viene combattuta da juntas (assemblee) di vecinos autoproclamate sia in America che in Spagna. In seguito, queste juntas rivoluzionarie vengono regolarmente costituite in Spagna, per resistere alle intromissioni di un «governatore civile» modellato sul prefetto francese.

L’ideale municipalista rimane a lungo quello delle élite locali che difendono i propri privilegi attraverso questa autonomia politica. Ma a partire dagli anni 1850, se ne impadronisce un federalismo repubblicano molto più plebeo: nei suoi accenti più socialisti, fa della Repubblica a venire un’associazione generale di tutte le associazioni di lavoratori, come in Proudhon. Questa corrente promosse una vasta rivoluzione comunalista nel 1873, sotto la Prima Repubblica spagnola. Alimentò poi un’intera tradizione anarchica feconda nel paese, e ben più critica rispetto ai socialismi della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo nei confronti degli imperi e del colonialismo.

https://www.asterios.it/catalogo/le-diverse-rivoluzioni

Dopo la concessione del suffragio universale maschile (nel 1869 e poi nuovamente nel 1890), il tessuto del quartiere e del comune rimane mobilitato per esigere una democrazia partecipativa più impegnativa. È a questo livello che nel 1936, nelle città in cui il colpo di Stato franchista viene sconfitto sia da una parte dell’esercito rimasta fedele alla Repubblica sia dalle milizie che resistono con le armi in pugno agli ufficiali golpisti[1], queste ultime riescono a organizzarsi. Negli anni ’60 e ’70, le lotte cosiddette «vecinales», quelle dei vicini-abitanti di comunità urbane emarginate o addirittura di baraccopoli, strutturano il movimento sociale antifranchista.

Rivendicando trasporti e servizi pubblici, i vecinos organizzati contribuiscono, al fianco dei sindacati, a forzare il processo di transizione verso la democrazia, il cui monopolio viene troppo spesso attribuito ai leader dei partiti politici. Questo tessuto locale e sindacale viene rimobilitato durante le campagne della società civile degli anni ’80 contro la NATO. Dopo l’instaurazione di una democrazia rappresentativa in Spagna, la mobilitazione dei quartieri perde forza senza scomparire: si ristruttura attorno ai movimenti di occupazione, al diritto all’alloggio e, dopo la crisi del 2008, alla «Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari».

Nel 2011, il movimento degli Indignados si è basato su queste lotte e sull’esempio egiziano per riportare al centro della vita pubblica le assemblee tenute nelle piazze delle città. Ne è seguita una nuova fioritura municipalista: liste di partecipazione cittadina hanno conquistato numerose città nel 2015 prima di rifluire alle successive elezioni comunali. La lotta per l’abitabilità rimane attuale da allora, non solo a causa della crisi climatica ma anche dell’ascesa dei movimenti contro il sovra-turismo.

L’anti-imperialismo di un certo femminismo spagnolo

In un altro settore, invece, le lotte sociali spagnole hanno conquistato il rispetto delle loro controparti europee: quello del femminismo. Il paese appare particolarmente esemplare nella lotta contro la violenza di genere, che ha permesso l’adozione di un’importante legge già nel 2004: l’organizzazione di tribunali specializzati e di un sistema di protezione delle vittime è stata ampiamente replicata all’estero da allora. Il movimento degli Indignados ha accelerato la mobilitazione femminista, con l’organizzazione di una grande marcia nel 2015 contro la violenza machista e di imponenti manifestazioni nel 2016 in occasione del cosiddetto caso della manada, quel «branco» di uomini che si erano filmati durante uno stupro di gruppo.

La decisione dei giudici, che si erano basati sull’assenza di resistenza da parte della vittima per qualificare i fatti non come aggressione ma come semplice abuso sessuale, aveva suscitato indignazione. Ne è seguito un dibattito sul consenso sessuale, che ha portato all’adozione, nel 2022, sotto il precedente governo Sánchez, della legge «solo il sì è un sì» su iniziativa della ministra per la parità Irene Montero. Quest’ultima è poi diventata bersaglio del backlash antifemminista che accompagna, in Spagna come altrove, l’ascesa dell’estrema destra.

Santiago Abascal, leader del partito di estrema destra Vox, rivendica la fine sia di quello che vede come un attacco femminista contro gli uomini, sia della memoria critica del colonialismo. Se questa congiunzione non è nuova, in passato ha potuto assumere sembianze opposte. L’alleanza tra femminismo e nazionalismo imperiale, ciò che oggi viene definito «femonnazionalismo», si è manifestata, ad esempio, nei discorsi di alcune attiviste suffragiste spagnole negli anni Venti o Trenta, che ritenevano necessario civilizzare le donne marocchine.

Ma prima di loro, alcune donne avevano assunto posizioni più critiche nei confronti dello Stato o dell’Impero quando si erano organizzate ed espresse nei ricorrenti movimenti rivoluzionari del XIX e del primo XX secolo. Queste donne, e soprattutto quelle provenienti dai ceti popolari, erano inoltre molto presenti nei movimenti di rivolta, che persistettero a lungo nel paese a causa del tardivo sviluppo dello Stato sociale e, anche in questo caso, della precocità della crisi imperiale. In particolare, guidavano frequenti insurrezioni contro la coscrizione iniqua, utilizzata per mandare centinaia di migliaia di coscritti poveri a combattere nelle guerre coloniali a Cuba e poi in Marocco. Ribellandosi contro i reclutatori dell’esercito, a volte scatenavano ampie mobilitazioni, come a Barcellona nel 1909, quando una rivolta di questo tipo fu seguita da uno sciopero generale e da un’insurrezione.

https://www.asterios.it/catalogo/racconti-della-guerra-di-spagna

Questa propensione delle donne dei ceti popolari alla mobilitazione fu poi coltivata dall’anarchismo che, negli anni tra il 1880 e il 1930, invocava l’emancipazione femminile attraverso la fine del matrimonio e un’istruzione egualitaria e libera, criticando al contempo, come si è detto, gli imperialismi europei. Le tradizioni spagnole del «no alla guerra» si uniscono quindi, fin dal XIX secolo, a quelle della politicizzazione delle donne comuni: esse hanno potuto alimentare un certo femminismo anti-imperialista che, anche se non esaurisce la varietà dei femminismi spagnoli, merita anch’esso di essere conosciuto.

Sánchez trae la sua forza dal movimento sociale su cui si appoggia: un ampio rifiuto della guerra derivante da tradizioni critiche ben radicate nei confronti degli imperialismi, e presente persino in alcuni settori conservatori. L’importanza di queste tradizioni non pregiudica ovviamente quella dei discorsi e dei riflessi opposti, che coltivano una memoria imperiale e un razzismo disinibito, in Spagna come altrove. Nel contesto attuale, tuttavia, mentre una nuova ondata imperialista pone il mondo sull’orlo del caos, il declino precoce dell’impero spagnolo sembra mettere il paese in una posizione tale da poter dare una lezione ai propri partner. Una lezione che consiste nel non lasciarsi sopraffare dalle frustrazioni imperiali, né dalle proprie, né da quelle degli altri. Resta da vedere se siamo pronti ad ascoltarla.

Nota

[1] Ricordiamo che è proprio questa resistenza iniziale al colpo di Stato a spiegare perché in seguito scoppiò una guerra civile che durò tre anni tra i due schieramenti.

Jeanne Moisand è storica, docente all’Università Paris Nanterre e ricercatrice presso l’Istituto di Scienze Sociali della Politica (ISP). È stata ospitata per due anni dall’Università Pompeu Fabra (Barcellona) nell’ambito di un progetto di ricerca europeo. Si occupa della storia popolare dei mondi spagnoli nel XIX secolo. È autrice di Se fédérer ou mourir. La commune de Carthagène et ses mondes, 1873 (EHESS, 2024), un libro che racconta di una rivoluzione comunalista dimenticata nonostante la sua vicinanza alla famosa cugina francese. Questo libro è stato tradotto in spagnolo (Federación o muerte. Los mundos posibles del Cantón de Cartagena, La Catarata, 2023) e in inglese (A Spanish Commune. The Cartagena Canton and its worlds, Verso, 2025). Si interessa inoltre alla storia delle migrazioni politiche e a quella della globalizzazione «imperiale» propria del XIX secolo, in particolare nelle sue dimensioni di genere. Ha co-diretto un dossier su «Il genere della globalizzazione» nel 2024 con Mathilde Rossigneux-Méheust per la Revue d’histoire du XIXe siècle.