Le basi letterarie di «Grande Sostituzione» – anatomia di una legittimazione (1/2)
Si tratta di un classico dell’estrema destra francese che non vedeva una riedizione in lingua inglese da quasi venticinque anni. Ecco che Il campo dei santi, romanzo distopico scritto da Jean Raspail nel 1973, è stato rieditato nel settembre 2025*. La casa editrice americana Vauban Books, che ne cura la pubblicazione, deve il suo nome al marchese di Vauban, urbanista sotto Luigi XIV presentato qui come il difensore delle «frontiere naturali». Un’ispirazione che il libro porta avanti. Raccontando l’invasione della Francia, simbolo dell’Occidente, da parte di un milione di migranti provenienti dall’India in cerca di speranza, ha gettato le basi della pseudo-teoria della «Grande Sostituzione» concettualizzata da Renaud Camus.
*La prima traduzione italiana del 2016 è delle edizioni AR di Franco Freda. La seconda è della Signs Books (settembre 2025).
Per smorzare l’estremismo del romanzo e renderlo accessibile a un vasto pubblico anglofono, Le Camp des saints è stato ritradotto da Ethan Rundell, traduttore anche di Renaud Camus e dirigente della casa editrice. Il libro beneficia soprattutto di una prefazione di Nathan Pinkoski, accademico canadese con un dottorato in scienze politiche all’Università di Oxford e membro del think-tank ultraconservatore Center for Renewing America, la cui priorità è infondere il nazionalismo cristiano nell’amministrazione Trump.
Pinkoski è anche il traduttore di Suicide français di Éric Zemmour, in un’edizione inglese di prossima pubblicazione. Sulla copertina della nuova edizione del romanzo di Raspail, il polemista di estrema destra ed ex candidato alle presidenziali del 2022 osserva: «Questo libro di Jean Raspail è la storia, sempre attuale, di Cassandra. Prima di chiunque altro, Raspail ha previsto “la Grande Sostituzione” dei popoli europei con i loro omologhi del Sud. Prima di chiunque altro, ha capito che ciò che veniva chiamato immigrazione era in realtà un’invasione. Lo ha detto, scritto, predetto. Ma a Cassandra non si è mai stato creduto.»
L’introduzione che Pinkoski offre per questa nuova edizione è tratta da uno dei suoi articoli intitolato «Spiritual Death of the West», pubblicato nel 2023 da First Things, un’influente rivista cristiana conservatrice che difende una forma di fusione morale tra la Chiesa e la società e, di conseguenza, la politica. Il titolo di questo articolo è un riferimento al libro The Death of the West (2001) del paleoconservatore Pat Buchanan, allarmante sul crollo della civiltà occidentale che rischia in particolare di essere sommersa da un’invasione migratoria.
È in questo contesto che va letta la prefazione di Pinkoski: non come un semplice esercizio di attualizzazione letteraria, ma come un vero e proprio gesto politico che fa uscire il romanzo dal suo terreno iniziale – la finzione – per legittimare una presunta lungimiranza.
Fin dall’inizio, Pinkoski mette in atto una strategia di legittimazione che strutturerà l’intera prefazione, oscillando costantemente tra lo status ingiustamente tabù dell’opera e quello di un libro mainstream riconosciuto dai suoi contemporanei. In apertura, eleva Il campo dei santi al rango di capolavoro letterario paragonandolo a due esempi canonici del romanzo distopico del XX secolo: Il mondo nuovo e 1984, due modelli di resistenza narrativa contro il totalitarismo.
George Orwell era già stato citato da Jean Raspail nella sua prefazione «Big Other» all’edizione del 2011 de Il campo dei santi. Mentre Big Brother, nel romanzo di Orwell, designa le istituzioni che ledono le libertà fondamentali, il «Big Other» di Raspail è un termine generico che indica i «Benpensanti»: «il branco mediatico, dello spettacolo, dei diritti umani, degli insegnanti, delle mutue, della pubblicità, della magistratura, dei cristiani di sinistra, della pastorale, degli psicologi» che sancisce la «condanna alla morte civile».
Forte di questa appropriazione che riattiva, Pinkoski si guarda bene dall’associare Le Camp des saints ai Turner Diaries di William Luther Pierce, pubblicati nel 1978, ovvero cinque anni dopo il libro di Raspail, e diventati un classico nei circoli suprematisti. Come il libro dell’autore francese, tuttavia, questo romanzo è un racconto apocalittico di genocidio bianco, il cui scenario spazio-temporale è un’America futura.
Allo stesso modo in cui il romanzo di Raspail ha una finalità pragmatica, i Turner Diaries sono un appello a rovesciare una società americana «infestata » dalle politiche razziali. Si possono tuttavia leggere come il contro-scenario di Raspail: mentre Il campo dei santi denuncia l’apatia delle élite, incapaci, a causa del «politicamente corretto», di condurre un’azione militare violenta contro «l’invasione» degli immigrati, Pierce mette in scena l’insurrezione come soluzione efficace. Il suo romanzo si conclude così con l’instaurazione del nuovo ordine auspicato: l’eroe, Turner, si unisce a un gruppo clandestino che pianifica la caduta del governo e riesce, al termine di un ultimo sacrificio, a instaurare uno Stato della supremazia bianca «pura ».
Eliminando questo riferimento, Pinkoski critica aspramente nella sua prefazione «l’interpretazione standard dei razzisti e dei progressisti»; questi critici benpensanti «distratti» sono accusati di ridurre un romanzo complesso a «un pamphlet della supremazia bianca». Si tratta di una forma del «sofisma del vero scozzese», un espediente che salva una tesi contraddetta modificando l’affermazione iniziale. Nel caso specifico: 1. «I critici seri non leggono questo romanzo come una guerra razziale.» 2. «Vi sbagliate: molti critici seri lo leggono così.» 3. «Forse, ma quelli non sono veri critici.»
Eppure, i circoli suprematisti hanno sempre accolto con entusiasmo Il campo dei santi: il sito VDARE, affiliato al suprematismo bianco, ha persino creato un tag «Camp of the saints» che raccoglie articoli sull’immigrazione. Allo stesso modo, se Il campo dei santi è stato tradotto in inglese nel 1975, l’attivista anti-immigrazione ed eugenista John Tanton, molto vicino agli ambienti suprematisti, è all’origine della sua riedizione nel 1994 tramite la sua casa editrice The Social Contract Press. Questa ricezione, che Pinkoski tace, non sorprende se si considera l’accento che il romanzo pone su un’irrimediabile opposizione tra «bianchi» e «neri».
In Raspail, la pelle contribuisce a un’essenzializzazione degli individui attraverso opposizioni e ribaltamenti, quali: «Poiché le attrazioni sessuali liberate giocano a pieno regime, si può dire che il Bianco è diventato terzo mondo», «Il cane del Bianco odia il Nero, è risaputo», «non si cambia l’uomo bianco, non si cambia l’uomo nero finché l’uno è bianco e l’altro nero[1] ».
L’uso delle maiuscole e del pronome definito «il» porta alla creazione di personaggi-tipo, vicini alla caricatura, privi di spessore psicologico. Il ritmo oscillante di Raspail traduce un pensiero antitetico che blocca il lavoro concettuale assecondando un senso di ovvietà che nasce dalla semplicità dei contrasti. Si ottengono opposizioni falsamente sintetiche che polarizzano i gruppi in un manicheismo artificiale. In altre parole, ciò che proviene da una coscienza puramente arbitraria viene trasformato in verità generale dal presente gnomico che cristallizza il discorso.
Resta il fatto che, per Pinkoski, la lettura razzista «manca il punto del romanzo. Raspail tende uno specchio alla società occidentale: si preoccupa di “noi”, non di “loro”». Una tale interpretazione porta a minare la portata discriminante del romanzo, che sarebbe solo una riflessione sull’essenza di una civiltà occidentale in via di estinzione. Tuttavia, il nazionalismo così come lo mobilita Raspail ha i tratti che gli attribuisce Jeismann[2]: una volontà di stare insieme che si definisce anche attraverso un sentimento di odio, cercando di circoscrivere l’immagine del nemico in opposizione a un «noi».
Ciò che Pinkoski ammette a metà, segnalando al lettore che Raspail «sottolinea la loro volgarità [quella dei migranti] descrivendo a lungo la loro maleducazione, la loro promiscuità sessuale e, soprattutto, la loro igiene ripugnante». Con la sua schiettezza e i suoi toni indignati, Raspail illustrerebbe «il coraggio della verità [3]» che sopporta lo scandalo.
In questa volontà di legittimare il romanzo, Pinkoski evoca la campagna « Poo2loo » dell’UNICEF del 2013: «Queste descrizioni possono sembrare eccessive, ma non sono né gratuite né inesatte (in alcune regioni dell’India, gli escrementi umani sono utilizzati per produrre calore […]) ». E Pinkoski scagiona Raspail che «afferma la particolarità delle culture e delle civiltà. Non ha alcuna intenzione di imporre le norme occidentali in tutto il mondo». Questo razzismo, che non farebbe altro che affermare l’antagonismo tra due blocchi (l’Occidente e il Terzo Mondo), riprende il razzismo così come poteva essere inteso all’inizio del XX secolo, come sinonimo di «nazionalismo ».
Lo scrittore Charles Maurras, direttore del giornale di estrema destra L’Action française, si definiva razzista in questo senso, nella continuità rivendicata di Gaston Méry. Quest’ultimo aveva infatti reso popolare il termine «razzismo » nel suo romanzo Jean Révolte nel 1892. Su La Libre Parole, scrive cinque anni dopo che è ora che «nelle riunioni popolari, voci veramente francesi, veramente razziste, oppongano la loro eloquenza alla retorica delle chiacchiere internazionaliste[4] ».
Ma il razzismo che pretende di limitarsi a constatare le differenze nasconde un sistema agonistico strutturato attorno a una svalutazione dell’Altro – sempre al di sotto del Simile. Perché ridurre il migrante a effluvi corporei non è innocente: l’assegnazione a un’essenza biologica legittima l’ostracismo. Questo procedimento è descritto dall’etnolinguista James. W. Underhill: «Spesso il disgusto è suscitato da metafore che ci ricordano lo sporco, l’inquinamento o le funzioni corporee (la defecazione, per esempio). Il razzismo francese e inglese si diletta in queste forme, tristemente prevedibili ma efficaci per la loro capacità di suscitare una reazione forte, primitiva e irriflessiva[5]. »
Questa retorica della demarcazione, Le Camp des saints la mobilita costantemente per integrare l’individuo giudicato accettabile in una comunità immaginaria omogenea e circoscritta – comunità da cui è escluso l’Altro inassimilabile. Ciò, attraverso diversi mezzi:
1. L’odore. Nell’universo antisemita, l’olfatto è una barriera razziale che trova la sua origine nel mito del foetor judaicus, il «puzzo ebraico». Questo pregiudizio viene riattivato da Il campo dei santi in una scrittura che avvilisce le funzioni del corpo: «Quando quel milione di uomini, donne e bambini che da Calcutta marciavano nella sporcizia e nella merda, si erano alzati d’un colpo sul ponte delle navi, quando tutti coloro che avevano sudato all’interno degli scafi oscuri, marcendo nell’urina e nell’alito dei malnutriti, si erano precipitati verso i boccaporti che vomitavano la loro folla al sole, il fetore divenne così denso che si sarebbe potuto credere fosse visibile[6].»
2. L’immaginario della malattia associato ai migranti contamina anche la narrazione, come quando il personaggio di Calguès, figura di intellettuale occidentale legato alla civiltà, li scorge: «Il vecchio professore […] puntò il suo cannocchiale […] come un ricercatore al microscopio quando scopre, in un brodo di coltura, la colonia di microbi di cui intuiva l’esistenza.»
Questa isotopia della malattia si inserisce nella tradizione della letteratura antisemita, ricca di metafore che presentano gli ebrei come parassiti. In Les Prophètes du mensonge (1949), Leo Löwenthal e Norbert Guterman esplicitano questa immagine del nocivo: «Il microrganismo sembra concentrare tutte le qualità più malefiche di un nemico. È onnipresente, vicino, mortale, insidioso, evoca l’idea di sterminio e, soprattutto, è invisibile a occhio nudo – occorre un esperto in agitazione per rilevarne la presenza[7].» Ciò basta per adottare soluzioni volte a curare questa grave malattia e giustificare, implicitamente, una violenza sotto forma di «igiene sociale». Del resto, il narratore menziona che «a dieci chilometri dal Villaggio, il paese rimaneva deserto, ripulito da ogni intrusione straniera».
3. L’insettizzazione è un processo di animalizzazione specifico de Il campo dei santi: i migranti sono, in modo ricorrente, associati a «formiche» che «brulicano». Ora, un insetto non si uccide da solo, deve essere schiacciato. È un trattamento radicale che viene richiesto.
4. Quando non è nocivo, l’Altro è associato a «un polpo» o metaforizzato in «boa umano», termini che rimandano all’immaginario dell’intrappolamento o della suzione. Si tratta, anche in questo caso, di una retorica antisemita in cui l’ebreo è colui che succhia la sostanza vitale contenuta nel corpo nazionale. Attraverso queste rappresentazioni degradanti di un’alterità proteiforme ed escrementizia, l’Altro diventa un tipo letterario che ha più a che fare con il mito che con un gruppo culturale rappresentabile. Sulla scia del foetor judaicus, l’Altro, sia in Raspail che in Pinkoski, non appare più come membro di una certa comunità, ma come segno di un’ignominia diffusa e contagiosa.
Rimane un parametro, che Pinkoski non manca di utilizzare per respingere gli attacchi razzisti contro Le Camp des saints. Cattolico monarchico, Raspail è anche un esploratore noto per i suoi racconti di viaggio: Terre de Feu-Alaska (Julliard, 1952), Journal Peau-Rouge (Robert Laffont, 1975), Qui se souvient des hommes… (Robert Laffont, 1986). In quest’ultimo libro, vincitore del Prix du Livre Inter 1987, l’autore ripercorre l’epopea degli Alakaluf, popolo autoctono della Terra del Fuoco.
La passione di Raspail per la Patagonia, queste regioni meridionali del Sudamerica, si estende ad altre terre. Nel 1957 soggiorna per un anno in Giappone, poi visita il Libano, la Giordania e Israele, prima di percorrere l’Africa nel 1960[8]. Come può un uomo abituato all’incontro con l’Altro, che percorre e attraversa i confini, diventare così contrario al «meticciato», convinto dell’«incompatibilità delle razze quando condividono lo stesso ambiente[9]»? Un simile paradosso è del resto sottolineato dallo stesso Raspail, quando nel 2011 dichiara: « Ci sono cretini ovunque, molti praticano un razzismo primitivo, odioso. Ho iniziato la mia carriera come esploratore. Non si viaggia molto, come ho fatto io, non si scrivono una decina di libri sui popoli con un approccio razzista[10].»
Raspail si difende quindi dall’accusa di odiare l’altro. È anche l’argomento che Pinkoski vuole mettere in evidenza. Tuttavia, il genere del racconto di viaggio è stato spesso legato alla xenofobia o, almeno, a un’essenzializzazione dell’Altro. Nel quadro dell’ideologia imperialista, il racconto di viaggio può fissare il colonizzato in una differenza che lo rende inferiore, inscritta nei suoi geni[11]. Ne è testimonianza il Journal des Voyages: la più importante testata periodica del romanzo d’avventura dal 1870 alla Prima guerra mondiale, sviluppava una gerarchia delle razze attorno a un’opposizione tra il Bene e il Male[12].
Certo, Raspail scrive molto più tardi del Journal, ma nemmeno il racconto di viaggio più contemporaneo è esente da pregiudizi. Quando non ricorre a una retorica dell’odio, esso può ricorrere a una visione idealizzante che associa l’Altro al «buon selvaggio», quell’essere esotico privo di ogni corruzione. In questa forma incline al passatismo, il racconto di viaggio è incline a diventare un atto d’accusa contro la Modernità.
La nostalgia è evidente nel riassunto di Adiós, Tierra del Fuego (2001) dove Raspail racconta la visione di una piroga di indigeni: «Due uomini, tre donne, un solo bambino e le braci del fuoco in un vaso di terracotta: gli ultimi nomadi del mare, la fine di un mondo. Questa visione non mi ha più abbandonata. Ha determinato la mia esistenza[13].»
Un passatismo che si compiace di alimentare anche Pinkoski, la cui retorica è improntata al mito catastrofico del «Grande Declino»: «Agiamo per impedire questa scomparsa e per salvare la nostra eredità spirituale»; «Il tragico fulcro del romanzo è una civiltà tra due porte della morte», «suicidio collettivo dell’Occidente», «Raspail non si accontentava di svelare la morte spirituale dell’Occidente», «Viviamo in una civiltà che è già condannata».
Paragonando il destino delle tribù indigene a quello dell’Occidente, il romanzo di Raspail sarebbe, secondo Pinkoski, una semplice riflessione su questa domanda: «Ora che gli europei si stavano ritirando dai loro imperi, erano altrettanto vulnerabili, altrettanto suscettibili di scomparire dalla Storia — e altrettanto degni di lamenti? »
Il termine «lamenti» fa eco al thread Substack di Nathan Pinkoski, intitolato «Lamenti per le nazioni[14]»: «Vivere come occidentale oggi significa riconoscere che qualcosa che ami è morto, sta morendo o è stato profanato.» Elencando «il cristianesimo, il razionalismo dell’Illuminismo, il costituzionalismo liberale, lo Stato di diritto, i popoli, le nazioni […]», l’autore conclude che questi ultimi «sono minacciati o stanno scomparendo, se non sono già scomparsi».
Lo sguardo nostalgico che Pinkoski e Raspail rivolgono all’Occidente si inserisce nella costellazione mitologica dell’«Età dell’oro» così come descritta da Girardet[15]. In contrapposizione all’immagine di un presente percepito come decadenza, il mito dell’Età dell’oro erige l’assoluto di un passato di pienezza. Questa rappresentazione del «tempo di un tempo» è segnata dalla «non-storia» che sfugge alla periodizzazione o alla cronologia. Al centro dell’Età dell’oro risiede un’extra-temporalità di cui si sa solo che era sinonimo di innocenza e felicità.
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Ma i riferimenti a un tempo antico non sono elencati per il piacere di esaltare una storia immemorabile: sono enunciati alla luce del presente, all’interno di un confronto implicito. Il mito dell’Età dell’oro contrappone il passato e l’oggi, in una litania accusatoria dei tempi attuali. È così indissociabile dal mito del «Grande Declino» che immagina una degenerazione inevitabile e teme l’estinzione.
Intorno a questo immaginario risiede quindi una sorprendente analogia tra due situazioni eterogenee: quella che assimila un popolo autoctono decimato come gli Alakaluf e la «civiltà europea» colonizzatrice in via di estinzione. Ci proponiamo di analizzare come questa messa in relazione sia sostenuta da una fantasia fittizia della realtà che ne esce alterata.
NdR: il seguito di questo articolo nell’edizione di domani.
Note
[1] Jean Raspail, Le Camp des saints ; preceduto da Big Other, Robert Laffont, 2011.
[2] Michael Jeismann, La patria del nemico. La nozione di nemico nazionale e la rappresentazione della nazione in Germania e in Francia, Parigi, CNRS Éditions, 1997.
[3] Michel Foucault, corso al Collège de France, 1983–1984, citato da Michel Hastings, «De la vitupération. Il pamphlet e i regimi del “dire vero” in politica», Mots. Les langages du politique, n. 91, ENS Éditions.
[4] Gaston Méry, La Libre Parole, 18 novembre 1987.
[5] James W. Underhill, «Derive e deformazione del pensiero: visione del mondo e metafora», in Denis Jamet (a cura di), Dérives de la métaphore, L’Harmattan, 2008. Citato da Marc Bonhomme, Philippe Wahl, Anne-Marie Paillet, Métaphore et argumentation, L’Harmattan, 2017.
[6] Jean Raspail, Le Camp des saints.
[7] Citato da Haig A. Bosmajian, «The Magic Word in Nazi Persuasion», ETC: A Review of General Semantics, vol. 23, n. 1, Institute of General Semantics, 1966.
[8] Macha Séry, «La morte di Jean Raspail», Le Monde, 10 agosto 2020.
[9] Jean Raspail, Il campo dei santi.
[10] Patrice de Méritens, « Jean Raspail: “Oggi, Il campo dei santi potrebbe essere perseguito in giudizio per ottantasette motivi” ».
[11] Lucie Bernier, «Fine secolo ed esotismo: il racconto di viaggio in Estremo Oriente», Revue de littérature comparée, vol. 297, no 1, 2001.
[12] H. Hazel Hahn, «Viaggi estremi: i racconti d’avventura in Francia alla fine del XIX secolo», trad. Stéphane Bouquet, Sociétés et Représentations, vol. 38, no 2, Éditions de la Sorbonne, 2014.
[13] Jean Raspail, Adiós, Tierra del Fuego, Albin Michel, 2001.
[14] Spiegando il titolo, l’autore afferma di riferirsi al filosofo canadese George Grant e alla sua opera Lament for a Nation (1965).
[15] Raoul Girardet, Mythes et mythologies politiques, Seuil, 1986.
Autrice: Juliette Heinzlef si è laureata in letteratura moderna presso l’École Normale Supérieure. La sua ricerca si è concentrata su come l’estrema destra mobilita e plasma le narrazioni di finzione. Dopo aver studiato “Il campo dei santi ” di Jean Raspail, ha analizzato l’appropriazione de “Il Signore degli Anelli” nei discorsi di Giorgia Meloni. Ha scritto per Le Monde, Politis ed Elle sulle espressioni intellettuali e culturali dell’estrema destra.
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