Colombia: ciò che le elezioni presidenziali non risolveranno

 

La sfida per il prossimo governo colombiano è quella di realizzare una reale integrazione a diversi livelli: economico, sociale e politico delle popolazioni e dei territori emarginati. Ciò passa attraverso la pacificazione dei territori colpiti dalla violenza e dalle coltivazioni illecite, la messa in sicurezza della proprietà fondiaria e, in particolare, l’attuazione di politiche pubbliche e agricole che propongano una vera via d’uscita economica e un reale sostegno sociale e politico per le popolazioni rurali. È fondamentale anche rafforzare le relazioni diplomatiche con i paesi vicini anch’essi colpiti dal traffico di droga, come il Venezuela e l’Ecuador, e con gli Stati Uniti (dai quali la Colombia ha una forte dipendenza commerciale e finanziaria per l’attuazione delle politiche antidroga), che sono colpiti dal consumo e dispongono di grandi mezzi economici e politici per arginare questo fenomeno.


Pubblicato nel lontano 1999 è e rimane un testo profetico!

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Non vi è ancora nessuna risposta politica alle colossali sfide del nostro divenire. Le nostre società, prive di ogni freno sembrano lanciate verso un avvenire indecifrabile. La crisi dell’idea di progresso si accompagna a un’incapacità di pensare — contemporaneamente — i problemi globali e locali. Questa drammatica afasia del pensiero convive con dei saperi specializzati ma sempre frammentati, con una tecno-scienza burocratizzata che taglia a fette la realtà e abbandona ogni individuo al proprio smarrimento. Ovunque, come sappiamo, emergono costrizioni, intolleranze, fanatismi.

Questo libro a due voci vorrebbe essere una reazione contro questa immensa vertigine storica.

E’ necessario cambiare ritmo. Bisogna regolare quanto è fuori controllo. Si deve modificare il presente. Ridefinire la vita in comune, elaborare un’autentica politica di civiltà. Si tratta di una rinascita necessaria, che restituisca finalmente all’essere umano la sua posizione di mezzo, fine, oggetto e soggetto della politica.


 

Oggi i colombiani voteranno per eleggere il loro prossimo presidente in un Paese che dieci anni di accordi di pace non sono riusciti a pacificare. Riforma agraria incompiuta, territori sotto il controllo delle milizie armate, economia della coca: le elezioni non risolveranno nessuna di queste questioni strutturali, qualunque sia l’esito delle urne.

Secondo il Centro Nacional de Consultoría (CNC, Centro nazionale di consulenza), il presidente Petro registra, alla fine del suo mandato, un indice di gradimento del 48,8%. Sebbene altri sondaggi forniscano cifre inferiori a seconda della metodologia utilizzata, la maggior parte degli ex presidenti colombiani conclude il proprio mandato con livelli di gradimento molto bassi, compresi tra il 20 e il 30%. La popolarità del presidente Petro è legata all’integrazione dei settori sociali emarginati dai precedenti governi grazie all’attuazione di politiche di giustizia sociale e redistributiva, che danno priorità in particolare all’accesso alla terra.

L’eredità politica di Petro sembra assicurata secondo gli ultimi sondaggi. Il partito politico dell’attuale presidente, Il Pacto histórico, è arrivato primo alle elezioni legislative del marzo 2026 e la popolarità del candidato Ivan Cepeda rimane ancora in testa alle intenzioni di voto per il primo turno. Ivan Cepeda, figlio di un senatore comunista assassinato nel 1994 dalla violenza paramilitare, ha dovuto esiliarsi a Cuba, in Bulgaria e in Francia durante la sua giovinezza. Tornato nel suo paese natale, questo filosofo e attivista per i diritti umani ha fondato il Movimento delle vittime dei crimini di Stato (Movice) nel 2003, diventandone il principale portavoce. Anche nel processo di pace in Colombia, Cepeda svolge un ruolo importante e nella sua campagna politica sostiene la giustizia sociale e la continuazione delle riforme avviate dal governo di Petro, in particolare i negoziati con i gruppi armati ancora attivi.

L’opposizione a questo programma politico è rappresentata da due candidati dell’estrema destra e della destra. Abelardo de la Espriella, candidato di estrema destra al secondo posto nelle intenzioni di voto, è un avvocato milionario senza esperienza politica, che promette una politica ultraconservatrice e securitaria (seguendo l’esempio del presidente salvadoregno Bukele e del presidente argentino Milei) durante i suoi discorsi elettorali, pronunciati da una cabina di vetro antiproiettile dopo aver ricevuto diverse minacce di morte. Questo candidato ha anche legami con i paramilitari ed esprime la sua ammirazione e amicizia per Salvatore Mancuso, ex leader delle milizie paramilitari AUC (Autodifese Unite di Colombia) condannato dalla giustizia colombiana a gennaio. Da parte sua, la candidata di destra Paloma Valencia, terza nei sondaggi sulle intenzioni di voto, vuole dare continuità al progetto politico dell’ex presidente Alvaro Uribe, dando priorità alla questione della sicurezza del Paese. Questa filosofa e avvocata di formazione appartiene a una grande famiglia di proprietari terrieri del sud del paese ed è la nipote dell’ex presidente conservatore Guillermo Leon Valencia (in carica dal 1962 al 1966).

Questo quadro politico mostra le fratture e le continuità sociali e politiche di un paese fortemente frammentato. La società colombiana rimane molto divisa, poiché le sfide della stabilizzazione del paese continuano a tormentare il governo, in particolare la lotta al narcotraffico, l’attuazione della riforma agraria e la messa in sicurezza dei territori periferici del paese attraverso lo sviluppo economico e l’investimento di capitali stranieri.

In questi territori periferici caratterizzati da una scarsa presenza istituzionale dello Stato, questi attori armati hanno assunto il ruolo di autorità locali, controllando la popolazione, la proprietà fondiaria e la fiscalità e partecipando, tra l’altro, all’economia della coca.

Per lo Stato colombiano, è una vera sfida affermare la propria autorità in un territorio frammentato e ambito da diversi attori. Il Paese, modellato dalla catena montuosa delle Ande e costituito da diverse regioni, vanta una grande abbondanza di risorse naturali e una notevole quantità di terre da colonizzare. Queste zone di confine agrario, sociale e politico suscitano la brama di attori di diversa provenienza — rurali e urbani — che vi trovano uno spazio di possibilità per l’attuazione dei loro vari progetti negli interstizi dei margini.

In questo contesto, diversi attori armati interagiscono, inseriti in rapporti strategici di scambio, alleanza e conflitto, nonché in giochi di potere definiti in relazione alle risorse che controllano, in particolare nelle zone di produzione di colture illecite e nelle zone di estrazione di materie prime. Questi attori si appropriano delle risorse del territorio, compresa la sua popolazione e le istituzioni politiche, sociali ed economiche, passando dal controllo delle ricchezze nazionali alla tassazione dell’economia locale, fino alla gestione finanziaria dei comuni. Secondo Daniel Pécaut, «è quindi legittimo considerarli come semplici reti di potere, che interferiscono con altre reti di potere (narcotrafficanti, militari, imprenditori) che possiedono anch’esse una certa capacità di controllo sulle risorse e sulle popolazioni[1]». Pertanto, ex guerriglieri e paramilitari esercitano in queste regioni un controllo armato, fiscale e politico al pari dello Stato. L’ex guerriglia delle FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) ha goduto di un potere di tipo governativo nel sud e nell’ovest del paese, mentre i gruppi paramilitari principalmente nel nord. In questi territori periferici caratterizzati da una scarsa presenza istituzionale dello Stato, questi attori armati hanno agito come autorità locali, controllando la popolazione, la proprietà fondiaria e la fiscalità e partecipando, tra l’altro, all’economia della coca.

Questa problematica persiste ancora nei territori sotto l’influenza delle fazioni dissidenti delle ex FARC e di altri gruppi criminali. Infatti, questo settore dissidente rifiuta di sottoscrivere l’accordo di pace del 2016 e sceglie di mantenere le armi e il controllo su alcune regioni strategiche del sud e dell’ovest del paese. Gradualmente, i dissidenti delle FARC e le organizzazioni paramilitari, ricomposte in nuovi gruppi criminali, stanno riorganizzando la loro presenza nei territori storicamente associati alla coltivazione della coca e alla sua trasformazione[2]. Un articolo di The Economist riporta che la Colombia produce quasi il 70% della cocaina mondiale e che la sostituzione di questa coltivazione illecita è addirittura impossibile se questi gruppi armati continuano a finanziarsi con il traffico di droga e a esercitare pressioni sugli abitanti dei territori sotto il loro controllo.

L’obiettivo di prendere il potere governativo e di condurre «la lotta armata con ogni mezzo» ha lacerato il Paese a causa delle violenze commesse nel contesto del conflitto armato: massacri, rapimenti e omicidi di civili e di leader sociali e politici. All’inizio degli anni 2000, a seguito di una lucida riflessione, emerge l’idea di trovare una via d’uscita alternativa al conflitto armato. L’ambizione politica delle ex FARC si era concentrata sull’ingerenza nella vita politica locale: si andava dall’intimidazione, dal rapimento e dall’assassinio di candidati politici fino alla mobilitazione delle popolazioni locali in azioni collettive quali il blocco delle strade e l’occupazione di terreni nel Cauca, nel sud-ovest del paese. Queste mobilitazioni cercavano di costruire una base sociale per portare avanti i progetti politici ed economici nel contesto post-conflitto[3].

Dieci anni dopo la firma degli accordi di pace del 2016 con lo Stato colombiano, la carriera politica delle ex FARC è finita sulla scena politica nazionale. Il partito politico delle ex FARC, chiamato COMUNES, « ha perso la battaglia delle urne » per non aver raggiunto il 3% dei voti necessari alla sua sopravvivenza. Ciò dimostra l’impossibilità di costruire un progetto politico per i leader dell’ex guerriglia in un paese ancora martoriato dal conflitto armato e fortemente lacerato nel suo tessuto sociale, politico e territoriale. La società colombiana rimane profondamente segnata dalla guerra e incapace di guarire dalle sue ferite.

In questo contesto, il presidente Petro — ex membro della guerriglia M-19 che aveva firmato la pace con il governo colombiano alla fine degli anni ’80 — ha tentato di negoziare la smobilitazione dei gruppi armati ancora attivi e di ridurre le ingiustizie sociali nel suo programma politico di «pace totale». Questo programma promuove la negoziazione con le organizzazioni criminali e propone una serie di politiche sociali e di sviluppo economico. Tuttavia, il bilancio in materia di sicurezza è rimasto negativo. Infatti, il suo piano di «pace totale» non ha portato i risultati attesi ed è macchiato da scandali di corruzione — come la presunta infiltrazione di dissidenti delle FARC all’interno della dirigenza militare e dei servizi segreti dello Stato.

Il programma di pace totale si è trasformato in una guerra totale nelle zone storicamente più colpite dal conflitto armato, il Catatumbo — nel nord-est del Paese — e il Cauca nel sud-ovest, regioni che si ergono a roccaforti dei gruppi criminali e armati. Pertanto, il presidente Petro ha dovuto inasprire il tono di fronte alle critiche che denunciano un atteggiamento lassista nei confronti dei gruppi criminali, sostenendo che le misure punitive e di perseguimento per le loro azioni criminali non sono chiare. A ciò si aggiunge la pressione internazionale dovuta alle minacce di intervento del governo Trump e alle tensioni con i paesi vicini per il controllo delle frontiere colpite dal traffico di droga e dalle violenze degli attori armati. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, queste violenze aumentano in frequenza e grado di violenza, poiché mirano a dimostrare la capacità di nuocere dei gruppi armati e criminali.

Inoltre, gli abitanti di queste regioni marginali faticano a beneficiare di opportunità per istruirsi e lavorare dignitosamente, rimanendo in balia degli attori criminali e armati che diventano una fonte di lavoro, se non addirittura un punto di riferimento identitario, in particolare per i giovani disoccupati. Di conseguenza, come dimostra Ronderos, la violenza si autoalimenta a causa della mancanza di alternative per le giovani generazioni nelle campagne e dell’insufficienza di risorse per lo sviluppo di programmi socio-economici sostenibili[4].

Secondo l’ultimo censimento della popolazione del 2025, il governo Petro è riuscito a far uscire dalla povertà quasi 800.000 persone. I dati mostrano che la povertà multidimensionale è scesa al 9,9%. Infatti, il governo di Petro ha attuato una serie di politiche pubbliche con l’obiettivo di aumentare i sussidi per gli anziani, il salario minimo del 23%, l’assunzione di dipendenti pubblici e lo sviluppo del turismo internazionale. Queste misure si riflettono nell’economia colombiana, che nel 2025 ha finalmente registrato una crescita del 2,6%[5].

Ciononostante, il governo Petro ha dovuto affrontare una forte opposizione da parte dei settori politici ed economici che temono un cambiamento del loro status quo. Di conseguenza, i settori beneficiari di queste politiche non esitano a mobilitarsi contro la decisione del Consiglio di Stato di bloccare l’aumento del salario minimo. Questa misura è stata criticata come populista ed elettoralista dalle élite economiche e dagli oppositori politici, che hanno anche invocato una possibile inflazione a causa degli aumenti salariali. È opportuno notare che il 25% della popolazione colombiana rimane nel mercato del lavoro informale e che questa misura è difficile da attuare anche per le PMI che non hanno un fatturato elevato.

Inoltre, il governo Petro non è riuscito a riformare il sistema sanitario a causa della forte opposizione del Congresso, i cui membri hanno visto i propri interessi economici minacciati in quanto azionisti di aziende private che gestiscono servizi sanitari. L’intervento sul sistema sanitario da parte del governo Petro ha provocato la chiusura di ospedali e cliniche, il che ha deteriorato la qualità dei servizi per gli utenti che devono acquistare i farmaci di tasca propria o rinunciare alle cure.

Per quanto riguarda le zone rurali colombiane, nonostante sia stata data priorità all’avanzamento della riforma agraria, il bilancio rimane insoddisfacente. In Colombia, infatti, l’accesso e la sicurezza della proprietà fondiaria costituiscono grandi sfide. La terra in Colombia è un simbolo di potere, poiché il catasto rivela una forte concentrazione: l’80% dei terreni è posseduto dall’1% dei proprietari. Queste evidenti disuguaglianze socio-economiche affondano le loro radici in un modello di colonizzazione interna caratterizzato dalla colonizzazione delle terre libere dello Stato, dalla privatizzazione dei terreni pubblici e dall’espansione della frontiera agraria. Questo processo avviene a costo dell’espropriazione attraverso la violenza e il conflitto armato che ha causato più di 200.000 morti.

L’espropriazione causata dal conflitto armato è affrontata dallo Stato colombiano attraverso la Legge 1448 del 2011, o legge sulle vittime e la restituzione delle terre. Questa legge riconosce i diritti delle vittime del conflitto armato e consente l’istituzione di organismi e politiche per il loro risarcimento.

Tuttavia, a 15 anni dalla sua entrata in vigore, questa legge procede molto lentamente; alcuni esperti sostengono che ci vorrebbero 100 anni per attuarla completamente. Di fronte a questa situazione, il governo chiede di accelerare il processo di restituzione e la legge sulle vittime e la restituzione delle terre è stata prorogata di 10 anni, fino al 9 dicembre 2031.

Per quanto riguarda i progressi degli accordi di pace, nel novembre 2025 era stato raggiunto il 35% degli obiettivi. Sono stati destinati alla riforma agraria oltre 2,5 milioni di ettari, più di 700.000 sono entrati nel Fondo fondiario nazionale e quasi 1,8 milioni sono già stati formalizzati a favore dei contadini. Il governo Petro intende restituire 3 milioni di ettari di terra entro il 2028 e ha dato priorità alla restituzione delle terre alle popolazioni etnicamente riconosciute (indigene e nere), uno dei settori sociali più colpiti dal conflitto armato. Nel dicembre 2025, su un totale di 644.687 ettari restituiti alle popolazioni etnicamente riconosciute dall’entrata in vigore della legge 1448 del 2011, 279.585 sono stati consegnati dal governo di Petro, il che corrisponde al 43%. Tuttavia, il governo si trova di fronte alla difficoltà di convincere i proprietari a vendere, il che dà luogo al commercio di terreni, alla corruzione e all’appropriazione indebita di fondi. In molti casi è stato dimostrato che alcuni proprietari hanno tratto vantaggio dalla violenza paramilitare appropriandosi di terreni e hanno sostenuto finanziariamente queste organizzazioni armate. I settori interessati e l’opposizione denunciano l’arricchimento degli spoliatori. Inoltre, i beneficiari di questi terreni riferiscono di non ricevere né crediti né progetti produttivi, la titolazione è lenta e il catasto, così come i programmi nei comuni più colpiti dalla violenza, subiscono ritardi e mancano di finanziamenti.

Gli abitanti di queste regioni sotto l’influenza di gruppi armati e criminali devono fare i conti con rapporti di potere a vari livelli. Mettono in atto diverse strategie di sopravvivenza e di adattamento per rimanere in questi territori.

Per quanto riguarda la formalizzazione fondiaria, uno degli obiettivi della riforma agraria integrale prevista negli accordi di pace del 2016, rimane un lavoro senza fine, poiché è molto difficile trovare i veri proprietari e molte persone non dispongono di titoli fondiari legali. Solo il 26% dei territori è registrato nel catasto su tutto il territorio. Un titolo di proprietà non garantisce sicurezza in un contesto di instabilità politica e violenza, ma consente l’accesso al credito e la possibilità di partecipare a progetti di sviluppo. La sfida per le popolazioni rurali è quella di poter rimanere sulle proprie terre grazie a progetti produttivi sufficientemente validi, redditizi e sostenibili. È fondamentale che il governo garantisca la sicurezza fondiaria, ma anche che pensi alla fattibilità dei progetti produttivi tenendo conto, in questi programmi di sviluppo, della fertilità dei terreni, dell’accesso all’acqua e del collegamento con le vie di trasporto per vendere i prodotti.

Per quanto riguarda l’economia della coca, la formalizzazione dei terreni non è attraente perché si tratta di un prodotto illegale e molto controllato. Questa situazione complica il processo di formalizzazione della proprietà rurale. Gli abitanti di queste regioni sotto l’influenza di gruppi armati e criminali devono fare i conti con rapporti di potere a vari livelli. In questo modo, mettono in atto diverse logiche di sopravvivenza e di adattamento per rimanere in questi territori, poiché devono sapere come relazionarsi con i vari attori che controllano il territorio e sviluppare strategie per sfruttare le risorse disponibili e partecipare alle economie nazionali e globali. Nel caso concreto dei contadini produttori di coca, la coltivazione della coca rappresenta un’importante fonte di reddito che, a seconda della congiuntura, può costituire una forma di risparmio e di finanziamento della produzione di colture legali. Inoltre, la produzione di foglie e pasta di coca sta attraversando una crisi, poiché c’è molta produzione e pochi acquirenti, il che spinge i produttori a tornare a colture ed economie di tipo legale. È opportuno notare che, in alcuni casi, la produzione di foglie di coca ha contribuito ai processi di insediamento e stabilizzazione dell’economia contadina nelle regioni emarginate del paese.

Questo panorama è tanto più complesso se si tiene conto del fatto che in Colombia l’accesso alle terre collettive è regolato da politiche pubbliche di tipo multiculturale ed ecologico che promuovono la costituzione di territori collettivi per la protezione delle aree naturali. Queste figure giuridiche proiettano una visione essenzialista sugli abitanti, rafforzando il ruolo di custodi ecologici legati a un territorio specifico. Occorre inoltre tenere conto del fatto che l’estensione delle aree protette genera tensioni tra le comunità contadine e indigene che abitano e nutrono pretese di espansione territoriale intorno alle zone ambientali. Inoltre, l’ancestralità è sancita anche nel quadro giuridico per fondare la rivendicazione di terre collettive. Questa visione genera conflitti tra diversi attori rurali (contadini, coloni, imprenditori, grandi proprietari terrieri), nonché tra gruppi etnici e al loro interno, poiché conferisce legittimità giuridica alle loro rivendicazioni fondiarie. Le tensioni sorgono perché diversi gruppi condividono le terre o ambiscono allo stesso territorio, ma hanno periodi di insediamento diversi e rivendicano l’estensione delle loro riserve.

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Gli scontri riflettono questioni politiche, fondiarie ed economiche di grande rilevanza. Infatti, qui è in gioco la gestione delle risorse dello Stato centrale da parte delle autorità autoctone che governano il 30% del territorio nazionale. Questa delega del potere statale consente l’acquisto di terreni e l’attuazione di programmi di sviluppo locali.

La grave concentrazione della proprietà terriera e l’incapacità dello Stato di chiarire e ridistribuire la proprietà fondiaria portano a concedere permessi ai contadini per occupare aree protette o a cedere terreni nelle zone più lontane dai centri di commercializzazione. Ciò non permette di rispondere alla questione agraria del Paese[6]. Tuttavia, gli attori armati che esercitano una forma di autorità locale possono andare contro la politica statale di gestione territoriale di tipo etnico ed ecologico. È il caso dello Stato Maggiore Centrale (EMC), gruppo dissidente delle ex FARC che ha la capacità di decidere sulla destinazione dei terreni e dell’economia locale, fino a stabilire quanti ettari di terra possono essere disboscati e persino di costruire una scuola con i proventi del crimine e del narcotraffico nel Caquetá, nel sud-est del paese[7].

In questi esempi si delinea un’azione governativa da un lato impotente di fronte alla presenza di attori armati che controllano il territorio e dall’altro paradossale, poiché l’intervento statale contribuisce ad esacerbare i conflitti socio-ambientali e territoriali. In questo contesto di sovrapposizione di rivendicazioni fondiarie e di forte scontro tra diversi attori rurali, il governo Petro ha designato dei giudici per risolvere i problemi agrari con una legge presentata all’inizio di aprile 2026 al Congresso.

Nonostante queste azioni, la riforma agraria non ha mai avuto realmente luogo in Colombia, poiché la forte opposizione delle élite ha provocato una controriforma sostenuta dalla violenza armata.

La questione agraria rimane al centro delle ragioni del conflitto armato, in particolare quando lo Stato colombiano fatica a consolidare la propria autorità su tutto il territorio, il che impedisce la stabilizzazione delle zone marginali e il pieno esercizio della cittadinanza, in particolare nelle aree rurali. In questo senso, è importante notare che la sicurezza fondiaria è al centro della questione agraria e, nel caso colombiano, è definita da categorie giuridiche che promuovono le identificazioni etniche e i territori collettivi. Questo quadro giuridico favorisce la frammentazione dei territori e delle popolazioni, creando così un campo di concorrenza per l’accesso ai diritti.

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La questione agraria e la partecipazione politica sono al centro delle cause del conflitto armato colombiano e costituiscono anche sfide cruciali per l’uscita dalla violenza. Il conflitto armato ha avuto effetti profondi sulle zone rurali della Colombia, poiché il dominio di un attore armato su un territorio sostituisce le funzioni dello Stato, quali l’esercizio della violenza, l’autorità, il controllo delle risorse naturali e la fiscalità. Secondo Pécaut (1994), il conflitto armato nel Paese è legato alla questione fondiaria e alle profonde debolezze del consolidamento del sistema democratico. L’uso della violenza è un modo per mantenere lo status quo sociale e politico, generando espropriazione, accaparramento delle terre, repressione ed esclusione dai meccanismi formali di partecipazione sociale e politica.

La sfida per il prossimo governo colombiano è quella di realizzare una reale integrazione a diversi livelli: economico, sociale e politico delle popolazioni e dei territori emarginati. Ciò passa attraverso la pacificazione dei territori colpiti dalla violenza e dalle coltivazioni illecite, la messa in sicurezza della proprietà fondiaria e, in particolare, l’attuazione di politiche pubbliche e agricole che propongano una vera via d’uscita economica e un reale sostegno sociale e politico per le popolazioni rurali. È fondamentale anche rafforzare le relazioni diplomatiche con i paesi vicini anch’essi colpiti dal traffico di droga, come il Venezuela e l’Ecuador, e con gli Stati Uniti (dai quali la Colombia ha una forte dipendenza commerciale e finanziaria per l’attuazione delle politiche antidroga), che sono colpiti dal consumo e dispongono di grandi mezzi economici e politici per arginare questo fenomeno.

Note

[1] Daniel Pécaut, 1994. « Violenza e politica: quattro elementi di riflessione sulla Colombia». Cultures & Conflits, nos 13-14, 1994, p. 5.

[2] Jacobo Grajales, « Colombia: vittoria della sinistra, e poi? », AOC media, 28 giugno 2022.

[3] Beatriz Barrios, La vita politica attraverso il prisma dei leader sociali: sociologia dell’impegno politico nel Cauca, Colombia, tesi di dottorato in sociologia, EHESS, 2022.

[4] María Teresa Ronderos, Guerras recicladas, Aguilar, 2014.

[5] Il tasso di crescita del PIL in Colombia è stato in media dello 0,89% dal 2001 al 2026, raggiungendo un livello record del 9,90% nel terzo trimestre del 2020 e un minimo storico del -16,40% nel secondo trimestre del 2020.

[6] È il caso del Piano nazionale per la biodiversità, che prevede di aumentare di 1 371 449,8 ettari le aree del Sistema nazionale delle aree protette (SINAP) attraverso sistemi di aree protette, OMEC e territori indigeni, afro-discendenti e contadini, consolidando i diritti territoriali etnici. Vedi l’articolo di Karla Diaz, « La ficción de las áreas protegidas en un mundo post-COP 16 », Revista Raya, 10 novembre 2024.

[7] Daniela Beltrán, « Gobierno Petro aceptó legalizar el colegio que construyeron las disidencias en honor a ‘Gentil Duarte’ », infobae, 8 maggio 2024.

Autrice: Beatriz Barrios è dottoressa in sociologia presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, affiliata al laboratorio Centre Maurice Halbwachs CMH. I suoi temi di ricerca vertono sulle problematiche dello sviluppo e della partecipazione politica nelle aree rurali. Un’esperienza professionale di 6 anni in progetti di costruzione territoriale nel sud-ovest della Colombia è stata la principale fonte che ha alimentato le sue riflessioni accademiche.

Fonte: AOCMedia