“Lo stile di vita degli americani non è negoziabile.” Con questa formula lanciata durante il Vertice della Terra di Rio nel 1992, il presidente George H. W. Bush poneva un ultimatum che continua a strutturare il percorso ecologico degli Stati Uniti. Ricordiamo che con 17 tonnellate di CO2 equivalente pro capite nel 2024 (contro le 7 dell’Unione europea), gli Stati Uniti figurano tra i maggiori emettitori di gas serra pro capite al mondo. I trasporti sono la loro principale fonte di emissioni dirette. Tra queste, SUV, camion e autovetture ne totalizzano l’80%.
Dietro questa dichiarazione e queste cifre si nasconde una specifica organizzazione spaziale attorno a uno dei pilastri principali dell’ordine sociale americano: le periferie tentacolari delle grandi metropoli. Infatti, se il metabolismo urbano nel suo insieme indica l’insieme dei flussi alimentari, energetici e materiali – spesso invisibili – che una città assorbe ed espelle, il metabolismo suburbano su cui si basa l’American way of life, con il suo trittico casa unifamiliare, centro commerciale e auto obbligatoria, dipende da una fonte vitale: un’energia abbondante e a basso costo.
Questo modello prende forma già all’inizio del XX secolo. Poco regolamentata dal potere pubblico, la fulminea crescita urbana degli Stati Uniti costituisce allora una manna per gli speculatori immobiliari, che acquistano a basso prezzo terreni periferici prima di collegarli tramite infrastrutture di trasporto. Los Angeles, che oggi si estende per quasi un centinaio di chilometri, incarna la quintessenza di questa produzione privata della città. L’esplosione della Suburbia è indissociabile dal massiccio calo del costo dell’automobile, reso possibile dalla disciplinarizzazione degli operai – la catena taylorista in cambio del sogno suburbano fordista – ma anche, fin dall’origine, dalla lontana violenza coloniale delle piantagioni di alberi della gomma che producevano la gomma per gli pneumatici. A metà del XX secolo, lo Stato federale completa questa dinamica sovvenzionando massicciamente l’edilizia residenziale unifamiliare e le infrastrutture autostradali.
Il compromesso suburbano si riconfigura oggi attraverso un tecnosoluzionismo che pretende di rispondere alla crisi climatica senza rimettere in discussione i fondamenti materiali dell’espansione urbana.
Puro prodotto dell’industrializzazione dell’edilizia abitativa, dell’automobile e degli elettrodomestici, la periferia senza fine produce a sua volta, in serie, un soggetto politico specifico: un proprietario indebitato, dipendente da un’energia abbondante e ossessionato dal valore del proprio patrimonio. Poiché quest’ultimo è percepito come strettamente legato al suo ambiente immediato, si mostra tradizionalmente ostile al centro città e alla sua diversità sociale ed etnica. L’energia a basso costo da cui dipende il suo contesto di vita si basa invece sullo sfruttamento di un ambiente sempre più lontano. Questo compromesso suburbano – se non addirittura antiurbano – attraverso il quale lo Stato acquista la pace sociale a Suburbia non è immutabile. Oggi si sta riconfigurando attraverso un tecnosoluzionismo che pretende di rispondere alla crisi climatica senza mettere in discussione i fondamenti materiali dell’espansione urbana.
L’ascesa del veicolo elettrico, incarnata dal successo di Tesla, accelerata dall’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden prima di essere indebolita dall’abolizione degli incentivi fiscali dell’amministrazione Trump, ne offre un esempio lampante. Elettrificando l’auto privata piuttosto che mettere in discussione le distanze, la bassa densità e la dipendenza dall’auto che strutturano lo spazio suburbano, la transizione energetica americana tende a perpetuare lo stesso metabolismo, cambiando semplicemente il carburante. Perché se l’elettrificazione promette una riduzione delle emissioni di carbonio, essa si basa a sua volta sull’estrazione massiccia di litio, cobalto, nichel e terre rare. Riprodurre la Suburbia presuppone necessariamente, che si tratti di petrolio o di minerali critici, un’estensione dell’estrazione, con il libretto degli assegni e talvolta con la cannoniera.
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La successiva integrazione nel metabolismo suburbano dei giacimenti petroliferi iracheni, delle sabbie bituminose canadesi o della cintura dell’Orinoco venezuelano, e forse domani dei sottosuoli della Groenlandia, disegna così una geografia di entroterra sacrificati, con abitanti espropriati ed ecosistemi degradati in modo duraturo. Ma questi ettari fantasma sfruttati dalla periferia planetaria rimangono invisibili dal comfort climatizzato di un SUV, termico o elettrico, che solca le autostrade di Dallas, Phoenix o Atlanta.
Il confronto tra quest’ultima regione metropolitana e una città europea di dimensioni comparabili è, a questo proposito, illuminante: a parità di popolazione, la superficie della metropoli di Atlanta è molte volte superiore a quella di Barcellona. Uscire dall’imperialismo energetico implica quindi, per i democratici statunitensi, una messa in discussione esplicita dell’impasse suburbana e la promozione di un modello urbano meno dipendente dall’auto privata. In Europa, dove permangono ancora forme urbane compatte ereditate da una lunga storia di regolamentazione fondiaria, spazi pubblici e trasporti collettivi, la posta in gioco è altrettanto politica. Perché questa eredità è oggi minacciata da forze conservatrici, spesso legate al capitale fossile, che smantellano le regolamentazioni urbanistiche e operano per il proseguimento dell’espansione urbana. E se, di fronte alla crisi geopolitica, climatica ed energetica, la vera alternativa non risiedesse innanzitutto nella tecnologia, ma nella città stessa?
Autore: Max Rousseau è geografo e politologo, ricercatore presso l’UMR ART-Dev.