Il filosofo belga, scomparso martedì all’età di 92 anni nel suo appartamento di Barcellona, è stato una delle figure più singolari del pensiero libertario.
«La democrazia è nelle strade, non nelle urne», aveva dichiarato Raoul Vaneigem in una rara intervista rilasciata a Le Monde nel 2019. «Punto sull’estensione del diritto alla felicità, punto su un “pacifismo rivoluzionario” che farebbe della vita un’arma assoluta, un’arma che non uccide».
Il filosofo belga, scomparso martedì all’età di 92 anni nel suo appartamento di Barcellona, è stato una delle figure più singolari del pensiero libertario e una delle voci intellettuali determinanti del Maggio ’68. Distaccato da ogni ideologia organizzata e diffidente nei confronti dei circoli trotskisti e maoisti dell’epoca, partecipò attivamente alle occupazioni studentesche, dando vita a una corrente che collegava l’azione politica alla vita quotidiana.
Il suo libro «La rivoluzione della vita quotidiana» (1967), assunse particolare importanza in molti di noi. È apparso in un periodo di intense ricerche politiche e, insieme ad altri libri, ha fatto conoscere al pubblico il pensiero degli Situazionisti. A Parigi, il libro fungeva da manuale non ufficiale degli studenti del ’68, un inno alla libertà individuale contro il consumismo trionfante, pubblicato nello stesso anno di «La società dello spettacolo» di Guy Debord.
Il suo libro «La rivoluzione della vita quotidiana» fungeva da manuale non ufficiale degli studenti in Francia, un inno alla libertà individuale contro il consumismo trionfante.
Nato nel 1934 a Lessines, città natale di René Magritte e del poeta Louis Scoutenaire, Vaneghem è cresciuto in una famiglia operaia, con il padre sindacalista delle ferrovie. Studiò letteratura e lingue antiche a Bruxelles e insegnò per circa un decennio, finché l’incontro con Guy Debord a Parigi, nell’estate del 1961, non determinò il suo percorso. I due sarebbero diventati i principali teorici dell’Internazionale Situazionista, il movimento rivoluzionario e artistico che univa teoria politica, arte e vita quotidiana come forma di resistenza all’alienazione del lavoro.
Nonostante la sua posizione centrale nel movimento, Vaneghem era una di quelle figure che detestavano le etichette. Il 14 novembre 1970, infatti, si dimise dall’Internazionale Situazionista, in seguito a un conflitto con Debord, a causa di divergenze ideologiche e strategiche sul suo percorso e sul suo funzionamento. Debord era favorevole a un’organizzazione rivoluzionaria più rigida, mentre Vaneghem poneva maggiore enfasi sulla liberazione individuale e sul cambiamento della vita quotidiana.
Fonte: stampa estera
https://www.asterios.it/catalogo/il68-visto-dal-basso
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Anronio Bevere, Magistrato