Ali Cherri: «Gli strumenti del fascismo vengono utilizzati per contrastare l’ascesa del fascismo»

 

Che cos’è un soldato? Dopo The Watchman, Le Barrage e Le Creuseur, il regista e artista Ali Cherri propone una favola kafkiana, un film «militare» tra virgolette che si concentra su tutto ciò che esprime la fisicità di un uomo intento a compiere gesti e compiti da soldato – un progetto museale, inoltre, che si attiene alla realtà politica e alla riflessione del regista sulla guerra. 


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Con La Sentinelle, cortometraggio presentato in proiezione speciale alla Settimana della critica, l’artista visivo franco-libanese Ali Cherri prosegue la sua riflessione sulla guerra, già presente nei suoi film precedenti, The Watchman, Le Barrage e Le Creuseur. In una caserma in cui il tempo sembra essersi fermato, isolata dal resto del mondo, un soldato solitario e inattivo si annoia e nutre pensieri morbosi. Nahuel Pérez Biscayart presta il suo volto triste e serio, alla Buster Keaton, a questo burattino sballottato da imperativi militari che non comprende. La quotidianità segnata dalla reclusione rivela un mondo senza orizzonti.

A seguito dell’assassinio dei suoi genitori in un bombardamento mirato dell’esercito israeliano contro il loro palazzo a Beirut nel novembre 2024, l’artista ha sporto denuncia, con il sostegno della FIDH, per crimine di guerra. «In qualità di figlio, cittadino e vittima, è mio dovere far riconoscere questo crimine di guerra commesso dall’esercito israeliano per quello che è, affinché venga giudicato, sia per i miei genitori che per tutti i civili uccisi quel giorno. La giustizia non può riparare alla morte, ma chiedere giustizia significa rifiutare che l’impunità porti all’annientamento di altre vite», ha dichiarato in occasione della diffusione mediatica della sua denuncia lo scorso aprile. Di questo atto che compie in qualità di cittadino, non ha voluto parlare, preferendo soffermarsi sul suo lavoro artistico volto a trasformare la guerra in una favola kafkiana che schiaccia i corpi e le psiche.
Prodotto dalla società Last Dreams, creata appositamente da Rémi Bonhomme e dalla gallerista Imane Farès per dare forma a questo progetto al crocevia tra arte contemporanea e cinema (la società ha poi prodotto L’Arbre de l’authenticité di Sammy Baloji), La sentinelle sarà, sotto forma di installazione, il fulcro di una mostra al Palais de Tokyo in autunno. Contemporaneamente, il WIELS di Bruxelles gli dedicherà una mostra personale che raccoglierà opere degli ultimi tre anni della sua produzione. R. P.

Insieme al comitato di selezione della Settimana della critica, di cui faccio parte, abbiamo incontrato moltissimi soldati durante il processo di programmazione dei film.

Sul fronte o nelle retrovie, tutti facevano parte di una truppa. È il caso di Coward di Lukas Dhont, di La Bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo o di Peloton Trueno, il cortometraggio di Théo Montoya presentato in Concorso ufficiale. Ciò che ci ha colpito e commosso quando abbiamo selezionato La Sentinelle, è che il suo soldato è solo e inattivo, proprio come lo era già quello di The Watchman (2025), il suo precedente cortometraggio.
La figura del guardiano mi interessa. Da molto tempo è un tema ricorrente nel mio lavoro. Nel 2015, il mio film Le creuseur metteva in scena il guardiano di una necropoli neolitica. Anche nel mio lungometraggio Le Barrage c’è una scena con una guardia. Con La Sentinelle mi interesso a un altro tipo di guardie, quelle che fanno parte di un regime statale, dell’esercito che costruisce la nazione moderna. Mi interessa la figura del soldato. Ciò fa ovviamente eco a ciò che viviamo oggi nel nostro mondo. Lo Stato francese ha raddoppiato il bilancio dell’esercito, vuole reintrodurre il servizio militare e porta avanti un intero discorso sul riarmo. Questa mentalità vuole imporre disciplina ai nostri corpi, vuole renderli pronti a diventare un giorno soldati disposti a combattere e forse a morire per discorsi e ideologie.

Questo soldato è innanzitutto un corpo. Come ha lavorato sulla sua fisicità con l’attore Nahuel Pérez Biscayart che lo interpreta? I suoi sguardi e i suoi gesti, persino il suo modo di respirare, sono di una tale precisione da dare l’impressione che lei lo utilizzi quasi come un materiale da scolpire.
Da tempo desideravo filmare il suo corpo. Intendo dire la sua corporatura, il suo sguardo, ma anche ciò che porta dentro di sé come individuo prima ancora di essere il personaggio del soldato nel film, ciò che è stato nella sua vita. Il suo impegno politico su questioni legate alla professione di attore, al mondo del cinema, tutto questo è importante per me. Si è espresso in particolare sulla questione palestinese. Non appare come una figura neutra. Porta con sé una storia già prima di apparire nel film. Durante la sua partecipazione alla giuria di “Un certain regard” a Cannes lo scorso anno, è intervenuto più volte su temi politici durante le cerimonie di premiazione. È una persona che manifesta apertamente il proprio impegno e le proprie convinzioni. Mi interessa filmare un individuo che porta in sé altri corpi. È così che Nahuel è diventato il soldato Lafleur. È una moltitudine, se vogliamo. È già di per sé una rappresentazione. Nahuel mi ha chiesto se volessi che fosse il soldato Lafleur o piuttosto Nahuel che interpreta il soldato Lafleur. È su questa sfumatura che abbiamo lavorato insieme, su questo gioco nella rappresentazione.

Questo personaggio si definisce attraverso i gesti stereotipati che si associano al soldato: piegare la divisa, fare il lavoro di routine…
Questo accumulo di gesti attinge a un immaginario su cosa sia un soldato. Il personaggio è quasi un assemblaggio, la garanzia di un immaginario su cosa sia un soldato. Si potrebbe dire che è un film militare, tra virgolette. È anche in questo senso che ho scritto una scena di cabaret. Fa parte dell’immaginario che associamo al combattimento. Si trovano cabaret in tutti i film di guerra. È forse un modo per riunire o forse per decostruire. Questo soldato è come il suo equipaggiamento. È come i suoi vestiti che piega: i pantaloni da una parte, la giacca dall’altra, l’arma in un altro punto. È come se si smontasse quel soldato per ritrovare l’essere umano dietro al soldato. Per entrare nell’esercito, bisogna cancellare ogni individualità e fondersi in un corpo collettivo, che è il corpo dell’esercito, il corpo del combattimento. Ho voluto seguire lo schema inverso: tolgo tutto ciò che riveste quel corpo collettivo per arrivare a questa persona quasi completamente nuda, fragile, esile, di fronte a questi interrogativi e alle sue angosce.

Il volto di Nahuel Pérez Biscayart ha qualcosa di atemporale che può far pensare a Buster Keaton. C’è molto di burlesco, ovvero il genere cinematografico più ossessionato dalla morte, in questo personaggio di soldato che non sa nulla della morte.
È un riferimento molto bello a cui non avevo affatto pensato. Lafleur interpreta il soldato con una sorta di malinconia che è vicina a quella di Keaton, è vero. Esegue gesti, compie compiti, e questo legame con la recitazione può ricondurre al burlesque. È vero che il volto, lo sguardo di Nahuel trasmettono questo e sottolineano qualcosa dell’artificio che ho voluto ricreare anche nelle scenografie. Per la prima volta ho girato in studio. Lavoro su scenografie che giocano davvero sull’artificio, che sono come modellini, che assomigliano quasi a sale museali. Finora, in tutti i miei altri film, mi importava la verità dei luoghi e delle persone riprese. Ognuno nei miei film interpretava il ruolo della propria vita nel proprio ambiente. Per me, La Sentinelle racconta che il reale non basta per parlare del reale. È per questo motivo che ho bisogno di un certo grado di rappresentazione. Metto a nudo la magia del cinema per rivelare che tutto è artificiale. Ho sentito il bisogno di distaccarmi dal reale per coglierne la durezza.

Il modo in cui Éric Cantona, che interpreta il medico della caserma, si prende cura del corpo di Lafleur ha qualcosa di molto sensuale.
Toccandolo, il medico restituisce il respiro al soldato. È attraverso il suono dei loro corpi che mi impegno a mostrare la loro solitudine, quella che attraversa il nostro mondo oggi. La violenza della nostra epoca ci rende individui molto solitari perché ci rende impotenti. Ci rimanda alla nostra incapacità di essere protagonisti, di cambiare la realtà. Volevo mettere in risalto solitudini che si incontrano e lo fanno con gesti di dolcezza, di affetto. Volevo che la scena del cabaret producesse l’effetto di un rifugio per una comunità di corpi spezzati. In realtà, si tratta di individui, di corpi spezzati. Il mio desiderio era quello di vedere Éric e Nahuel sullo stesso schermo. L’immagine che mi guidava era l’abbraccio dei loro due corpi. Il corpo imponente di Cantona porta in sé la sua storia di calciatore. È un’icona della cultura popolare. È impossibile camminare due minuti con lui per strada senza che venga fermato per una foto.

Non gioca a calcio da trent’anni, ma ha lasciato un segno indelebile nella mente delle persone grazie alla sua presenza, alla sua intensità.

L’ultima inquadratura è un’opera tecnica davvero impressionante che abbraccia la caserma con un movimento di macchina da presa. Si ha quasi la sensazione di trovarsi in un’opera di Jacques Demy con questo movimento di gru che prende congedo dal personaggio.
Questa inquadratura è stata girata in una vecchia caserma con veri militari. Si può immaginare che l’inizio e la fine siano separati da un sogno, che la morte annunciata all’inizio sia già avvenuta. Oppure, può anche essere una semplice fantasia. Non volevo che si tornasse al regime militare, ma piuttosto che si rimanesse con i corpi. Per questo motivo, si vedono i soldati quasi sfuggire attraverso una piccola porta inondata di luce. Non si sa se stiano andando incontro al loro destino inevitabile, passando per il tunnel che devono attraversare. Volevo corpi che riuscissero a abitare lo spazio e che non si tornasse al regime militare della realtà.

Come ha lavorato sulla musica?
Dato che abbiamo girato nel silenzio dello studio, abbiamo dovuto inventare il suono da zero. Cosa che adoro fare! Il mio amico Zeid Hamdan, un musicista pioniere della scena underground d’avanguardia del Beirut del dopoguerra, ha scritto la musica della scena del cabaret. Il tema musicale finale ricorda tanto la musica del cabaret quanto un’aria militare. Mi piace questo tipo di confusione.

Lei è cresciuto in Libano durante diverse guerre successive. Perché ha ambientato questa storia militare in uno scenario che evoca la Francia?
Vivo in Francia da tredici anni. Sono quindi coinvolto in ciò che accade oggi a livello politico in questo paese e in Europa. Si parla ogni giorno di una guerra imminente, di una minaccia prevista tra due o tre anni. Questo mi spaventa moltissimo perché ho vissuto la guerra in Libano, ho vissuto la guerra civile, la guerra con Israele, tutte le turbolenze e le violenze che hanno attraversato la regione e soprattutto il Libano. Ho paura di vivere in un paese che inizia ad acquistare così tante armi. Questo non può che significare che un giorno bisognerà usare quelle armi, per rendere redditizi questi investimenti nell’esercito.
È proprio a causa della mia esperienza personale che sento il bisogno di parlare di una realtà che mi angoscia, di ciò che sta accadendo oggi, ovvero il fatto che gli strumenti del fascismo vengano utilizzati per contrastare l’ascesa del fascismo in Europa: si accetta una maggiore sorveglianza, una maggiore disciplina, si rinuncia a delle libertà per poter affrontare questo pericolo. Sono spaventato dall’ampiezza del terreno che abbiamo ceduto al fascismo. Del resto, in La Sentinelle, ciò che si sente alla radio sono citazioni parola per parola di un discorso di Macron durante una commemorazione del 14 luglio. Le frasi suonano come un’esagerazione in questo contesto di finzione, mentre corrispondono alla realtà politica.

Lei descrive un mondo che, ridotto all’essenziale, assume una portata metafisica che lo avvicina alla favola.
Mi piacciono molto le favole politiche. È una forma molto contemporanea, ma che tocca qualcosa di molto profondo.

Lei è un regista ma anche un artista visivo. Come decide se un’idea diventerà un’opera d’arte o un film?
È una scelta molto intuitiva. In fin dei conti, sono i progetti stessi a decidere quale forma assumere. Il punto di partenza non è mai il desiderio di fare cinema o di realizzare un film da portare nelle sale.

Il tema, il progetto ci portano a trovare soluzioni e queste soluzioni possono trovare espressione nel cinema o nell’arte, oppure possiamo inventare altre forme per realizzarle. La Sentinelle sarà presentata in forma museale al Palais de Tokyo nel mese di ottobre. Il film avrà due vite, una da festival e una museale, con pubblici diversi e allestimenti diversi. L’idea è quella di proiettare il film in uno spazio in cui verranno ricreati i suoi set, di riflettere su una forma di expanded cinema che ci faccia uscire dallo schermo e che coinvolga il nostro corpo nello spazio cinematografico. Non ho mai fatto nulla di simile. È proprio questo che mi piace: sperimentare e scoprire cosa ne verrà fuori.

Autrice: Raphaëlle Pireyre è una critica cinematografica. Collabora regolarmente alle riviste Les Cahiers du cinéma, Trois Couleurs e Cadeau. È autrice con Quentin Mével di Henri-François Imbert, libre cours pubblicato nel 2017 da Playlist Society e ha collaborato all’opera collettiva L’Internationale straubienne pubblicata da La Traverse nel 2016. Lavora da circa dieci anni per i sistemi educativi nell’immagine del CNC. Ha programmato l’evento del Mese del Cinema Documentario dal 2018 al 2021. Da settembre 2021 ospita gli incontri Querelle a Saint André des arts.

Fonte: AOCMedia

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