Abbiamo creato il motore di innovazione più ambizioso e verticalmente integrato sulla Terra (e oltre), con capacità senza pari per produrre e lanciare rapidamente sistemi di comunicazione spaziali che connettono il mondo, per sfruttare l’energia solare al fine di alimentare un’intelligenza artificiale alla ricerca della verità che promuova le scoperte scientifiche e, infine, per costruire una base sulla Luna e città su altri pianeti. Prospetto informativo per la quotazione in borsa di SpaceX, 2026.
Il 28 febbraio 2026, una coalizione americano-israeliana sferra quasi novecento attacchi in dodici ore contro l’Iran e uccide immediatamente la Guida Suprema Ali Khamenei. L’operazione viene presentata come una misura di non proliferazione e un cambio di regime, e nessuno, né a Washington né a Tel Aviv, cerca di renderla popolare.
Nello stesso momento, nella stessa città, alcuni degli uomini più ricchi del mondo spiegano che bisogna lasciare il pianeta, sconfiggere la morte e che la democrazia è un software obsoleto. Tra l’assassinio di un capo di Stato raccontato come un’operazione tecnica e i miliardari che annunciano la loro uscita dal quadro comune, il nesso non è evidente. Dipende da una cosa: né gli uni né gli altri chiedono che si creda loro. Stabiliscono ciò che varrà come reale e lasciano a chi resta il compito di adattarvisi.
Il potere non si misura più solo in chilometri quadrati o in arsenali, ma anche nella capacità di imporre una narrazione del mondo che strutturi le credenze, le paure e i voti. Ciò che nelle relazioni internazionali è stato definito «soft power» si è trasformato in potere della narrazione. La narrazione è diventata un’infrastruttura, al pari di un porto o di una rete elettrica. Non descrive il mondo, ma decide cosa si possa pensare e fare al suo interno. E questi ultimi anni stanno facendo emergere un impero di nuovo tipo, che non lo utilizza più per conquistare legittimità, ma per dichiararla superata e organizzarne l’uscita di scena. Questo impero si definisce immateriale. È una delle imprese più concrete del nostro tempo e una delle più antiche per la sua ambizione: durare per sempre.

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La narrazione come infrastruttura
Il termine qui racchiude ben più del semplice intrattenimento. Indica un’infrastruttura fondamentale, al pari di una strada, di una moneta o di un satellite. Un tempo si contrapponevano la forza che costringe, l’hard power, e la seduzione che attrae, il soft power. Oggi è spesso una terza forza a decidere l’esito: la capacità di imporre il quadro entro il quale i fatti assumono significato. Il politologo E. E. Schattschneider lo ha formulato senza mezzi termini già nel 1960: definire le alternative è lo strumento supremo del potere. Chi stabilisce l’oggetto della politica ha già scelto il terreno di gioco, e quindi una parte del risultato. A Monaco, nel febbraio 2025, J. D. Vance ha spiegato che la vera minaccia per l’Europa non proveniva né dalla Russia né dalla Cina, ma da se stessa, dal suo rapporto con la libertà di espressione e l’immigrazione. La discussione non verteva più sulla risposta da dare, ma sulla definizione di cosa sia una democrazia.
Ciò che le narrazioni fanno accadere
Aderire a una narrazione non si riduce a subire un’influenza: a volte si comincia ad agire in suo nome. L’impegno politico dipende da interessi materiali, ma anche da forme di identificazione, e le storie che circolano in una società orientano le decisioni su larga scala. Sheila Jasanoff ha dimostrato che gli immaginari sociotecnici plasmano i percorsi dell’innovazione e indirizzano gli investimenti prima ancora che avvengano le trasformazioni materiali. Si crea così un circolo virtuoso tra immaginario e realtà. Ciò che viene raccontato tende a produrre le condizioni per la propria realizzazione, ciò che Merton aveva definito «profezia che si autoavvera» e che la diffusione digitale accelera.
Slaughterbots ne offre l’esempio più lampante. Questo cortometraggio, prodotto nel 2017 dal Future of Life Institute, mette in scena micro-droni autonomi in grado di identificare e uccidere grazie all’intelligenza artificiale. Visto milioni di volte, diffuso in ambienti diplomatici, accademici e militari, ha strutturato il dibattito internazionale sulle armi autonome meglio di un rapporto di diverse centinaia di pagine. La finzione ha reso concreta una tecnologia in fase embrionale e ha prodotto un effetto di agenda. La sua logica è duplice, poiché accelera la vigilanza e la regolamentazione e, al contempo, normalizza determinati percorsi rendendoli plausibili. Più si racconta della guerra potenziata, più la si rende credibile, più si giustificano gli investimenti che la rendono reale.
Tre epoche del potere
Il rapporto tra potere e narrazione non è una novità, ma si è trasformato per fasi. Dal 1945 al 1990 domina l’hard power, già inserito in una narrazione. La guerra fredda è una competizione di narrazioni tanto quanto uno scontro militare: dottrina della distruzione reciproca assicurata, missile gap, USIA, Radio Free Europe, Hollywood legata al Pentagono. Il missile gap degli anni ’50, in gran parte frutto di fantasie, già influenzava decisioni concrete. Dopo il 1990, in un mondo privo di avversari simmetrici, Joseph Nye definisce «soft power» lo spostamento del potere americano verso la seduzione: McDonald’s, CNN, ONG, convergenza liberale. L’influenza diventa desiderabile piuttosto che imposta. Dopo il 2001 arriva una guerra delle narrazioni ancora a senso unico. L’amministrazione Bush impone le sue narrazioni semplicistiche, «con noi o contro di noi», e il fallimento iracheno mostra i limiti di una narrazione che non si radica nella realtà.

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Dalla metà degli anni 2010, la narrazione non accompagna più il potere, ma ne diventa uno strumento centrale. Le piattaforme di attenzione funzionano come quasi-istituzioni, l’attenzione viene trasformata in arma dal 2016 al 2024 e il regime si inasprisce a partire dal 2025.
La guerra in Iran del 2026 ne è l’illustrazione cinetica. Gli attacchi del 28 febbraio danno inizio a un conflitto che uccide fin da subito la Guida Suprema, e la dimensione informatica e informativa vi è integrata sin dalla prima fase. La chiusura dello stretto di Ormuz da parte dell’Iran sconvolge il commercio mondiale, una conseguenza poco prevista. La guerra non si conclude rapidamente, contrariamente a quanto speravano i suoi promotori. Un primo cessate il fuoco, negoziato dal Pakistan, viene concluso all’inizio di aprile e poi violato; gli Stati Uniti impongono un blocco navale, e bisogna attendere metà giugno per un accordo ancora fragile, la cui firma si conclude a Ginevra. Il cambio di regime, invece, non ha avuto luogo: il figlio di Khamenei è succeduto al padre e il governo ha tenuto.
Ciò che colpisce in questa sequenza è la sua struttura narrativa. Si uccide un capo di Stato, si inquadra l’atto nella logica della non proliferazione e non si cerca di sedurre nessuno. Laddove il soft power si basava sull’attrazione, questa guerra mostra una coercizione che fa a meno della seduzione e si racconta in modo diretto.
L’erosione dell’attrazione è persino misurabile. All’inizio del 2026, l’indice annuale del soft power pubblicato da Brand Finance, basato su un sondaggio condotto in oltre cento paesi, registra per gli Stati Uniti il calo più marcato tra le centonovantatre nazioni classificate, soprattutto in termini di reputazione, mentre mantengono il primo posto e la maggior parte della loro influenza. La Cina, l’unica tra i primi della classifica a registrare un progresso, riduce il divario a meno di un punto e mezzo e supera per la prima volta gli Stati Uniti in termini di reputazione.
L’eternità rivendicata
Fin dai tempi di Roma, un impero sa di essere mortale e deve proclamarsi eterno per esistere. È questa la sua narrazione più profonda: l’iscrizione del potere in una durata che supera i regni e le sconfitte. L’eternità rivendicata esige una conquista continua, perché un impero che non avanza più mostra i segni della propria fine. Nel suo documentario Gli imperi contrattaccano, trasmesso su France 5 nell’aprile 2026, Jean-François Colosimo parla, a proposito dei neoimperialismi contemporanei, di una guerra diventata perpetua. Ciò che si delinea, secondo lui, è meno uno scontro di civiltà che una convergenza di risentimenti imperiali: ogni potenza riattiva una narrazione di grandezza perduta per giustificare la propria violenza attuale. Non ci si giura eternità per fiducia, ma per scongiurare una decadenza vissuta come una ferita, e la grandezza passata diventa un debito che il presente deve vendicare. Questa logica illumina due forme di impero: quelle territoriali la interpretano sul registro della grandezza ritrovata, quelle digitali su quello di un’uscita dal tempo stesso.
L’ideologia dell’exit
La genealogia è rintracciabile. The Sovereign Individual, pubblicato nel 1997 da William Rees-Mogg e James Davidson, annuncia il crollo dello Stato-nazione e l’ascesa di microsovranità private, e Peter Thiel ne ha firmato la prefazione in occasione di una riedizione. Curtis Yarvin ne trae già nel 2008 l’idea di un mondo frammentato in unità governate come aziende, con lo Stato riconfigurato in una startup guidata da un amministratore delegato. Nick Land formalizza il Dark Enlightenment e propone l’alternativa: la voce, ovvero la rappresentanza democratica, ha fallito, resta l’exit. Balaji Srinivasan ne offre la versione operativa con The Network State, una «startup-paese» che finanzia l’acquisizione di territori e punta al riconoscimento diplomatico.
Albert Hirschman distingueva tre risposte al declino di un’istituzione: la voce, la lealtà, l’uscita. La cosmovisione di una parte della destra tecnologica americana si basa sulla terza. La democrazia è un software obsoleto, la deliberazione una finzione costosa, e l’unica via d’uscita razionale diventa la fuga dal quadro comune, verso spazi in cui non si deve rendere conto a nessuno. Questa narrazione non chiede che vi si aderisca, ma prepara il momento in cui l’adesione non avrà più senso. Non attacca un avversario, ma la categoria stessa su cui si fondava l’influenza, dichiarandone obsoleta la legittimità.
L’exit ha una dimensione spaziale, l’uscita verso spazi sovrani, e una dimensione temporale. Le dichiarazioni di questo ambiente hanno una carica teologica. Thiel ha iniziato a parlare dell’Anticristo e della fine dei tempi. Musk fa di Marte una condizione per la sopravvivenza della specie. L’allungamento indefinito della vita, l’aumento delle capacità del corpo, il trasferimento della coscienza riaffiorano come orizzonti finanziati. Queste dichiarazioni non sono più provocazioni marginali: il prospetto di quotazione in borsa citato in esordio le inserisce nel mandato ufficiale di SpaceX, diventata dopo la sua quotazione in borsa una delle aziende più valutate al mondo. L’enclave sottrae alle tasse e al voto, l’immortalità pretende di sottrarre alla morte, e lo stesso gesto si ripete in entrambi i casi: sfuggire a ciò che è comune, la deliberazione così come la finitezza.
L’influenza reale di Yarvin è del resto contestata, anche da lui stesso, che ritiene sopravvalutata la sua vicinanza al potere. Alcuni ricercatori hanno messo in guardia dalla tentazione di attribuire a questo movimento una coerenza che non possiede. Non si tratta di un manuale seguito alla lettera, ma di un’autorizzazione: un insieme di narrazioni diffuse che ha permesso a una parte della Silicon Valley di cambiare rotta, e che circola per capillarità, tramite consulenti, podcast e feed online. La narrazione agisce per diffusione piuttosto che per comando, ed è questo che la rende difficile da contrastare.
L’impero digitale e la sua rendita
Questo impero non è uno Stato, il che lo rende illeggibile con le categorie classiche. Rientra in ciò che Michael Hardt e Antonio Negri descrivevano come un impero decentralizzato, che va oltre lo Stato-nazione. L’economista Francesca Bria e il suo team ne hanno proposto un’immagine azzeccata, l’Authoritarian Stack, la pila autoritaria. In informatica, lo stack indica l’impilamento di livelli indipendenti che interagiscono tra loro. In questo caso, i livelli sono il cloud, i modelli di intelligenza artificiale, i canali finanziari, i droni autonomi, i satelliti militari, l’infrastruttura monetaria. La loro integrazione verticale ridefinisce la sovranità come classe di attività privata.
Partendo da un set di dati aperto relativo a 245 attori e a 45 miliardi di dollari di flussi documentati, Bria mostra come aziende quali Palantir, Anduril o SpaceX, sostenute dalla rete della destra tecnologica che ruota attorno a Thiel, Andreessen, Karp e Musk, stiano diventando il sistema operativo del governo stesso. Il segno più evidente di questa svolta è un contratto. Nell’estate del 2025, l’esercito americano ha affidato a Palantir, per un importo che potrebbe raggiungere i dieci miliardi di dollari in dieci anni, funzioni di intelligence, logistica e analisi, raggruppando settantacinque contratti esistenti in uno solo. Funzioni sovrane trasferite a un’azienda il cui fondatore dichiara che libertà e democrazia non sono più compatibili.
Il sistema si autoalimenta. L’ideologia giustifica l’investimento, l’investimento si impadronisce del potere pubblico, i contratti costruiscono l’infrastruttura, l’infrastruttura diventa indispensabile e la rendita finanzia nuovamente l’ideologia. È qui che Arnaud Orain chiarisce il meccanismo meglio del vocabolario comune. Quello che a volte viene chiamato tecnofeudalismo, egli lo descrive come il ritorno di un capitalismo della finitezza: quando gli attori percepiscono il mondo come limitato, una logica di predazione e di rendita prevale sulla logica di mercato, e le imprese dotate di attributi sovrani monopolizzano beni, terre, rotte marittime, cavi, dati, per ricavarne un reddito al di fuori della concorrenza. L’«exit» ne è la traduzione politica.
Il tutto non ha nulla di un blocco compatto. La fusione tra potere politico e potere tecnologico è esplosa in pubblico nell’estate del 2025, quando Musk ha lasciato la Casa Bianca e ha rotto con Trump su una legge di bilancio, prima di una parziale riconciliazione. Il dissidio messo in scena in pubblico appartiene al regime narrativo tanto quanto l’alleanza. Si tratta di un insieme instabile e personalizzato, in cui alcuni intermediari sostenuti da questo capitale – come un vicepresidente la cui campagna per il Senato è stata finanziata per circa quindici milioni di dollari da Thiel – traducono il software in decisioni.

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Il ritorno della geografia
La narrazione dominante degli ultimi vent’anni è stata quella della dematerializzazione, del cloud, del mondo piatto, dei dati senza frontiere. L’impero digitale è tuttavia una delle cose più fisiche che esistano. Dipende dai cavi sottomarini attraverso i quali passa la quasi totalità del traffico intercontinentale, dai data center che consumano acqua ed elettricità, da un’infrastruttura orbitale, dalle terre rare, dai semiconduttori concentrati in pochi siti. La struttura autoritaria ha, strato dopo strato, un indirizzo fisico. La stessa logica dei punti di passaggio governa le sue due facce: l’attenzione, dove poche piattaforme e i loro algoritmi filtrano tutto, e la materia, gli stretti e i cavi.
La guerra in Iran lo ha ricordato, poiché la chiusura di Ormuz è bastata a sconvolgere il commercio mondiale. Ormuz, Suez, Malacca, Bab el-Mandeb: i punti di strozzatura non erano scomparsi, ma la narrativa della fluidità li aveva ricoperti. Il periodo recente ne aggiunge altri e li rende visibili. Il cavo che collega Matsu a Taiwan è stato tagliato nella primavera del 2026, per la terza volta in quattro anni. La NATO ha lanciato un’operazione, Baltic Sentry, per proteggere le proprie infrastrutture sottomarine dal sabotaggio, sullo sfondo di una flotta fantasma russa. Un dirigente del settore ha paragonato il sabotaggio dei cavi alla deterrenza nucleare, dove la minaccia dell’uso pesa più dell’uso stesso. Il cavo non è più solo un’infrastruttura di cui si dispone, ma diventa un’arma.
Gli stessi Stati Uniti stanno riaprendo la questione territoriale. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, l’acquisizione della Groenlandia e la ripresa del controllo del Canale di Panama figurano tra gli obiettivi dichiarati, l’uno per l’Artico e le sue risorse, l’altro per un passaggio ritenuto strategico. I dati ci facevano guardare altrove mentre si ripeteva una battaglia per i punti di passaggio.
L’ideologia dell’«exit», che si definisce deterritorializzata, è in pratica un movimento di appropriazione fondiaria. Il network state non abbandona la geografia, ma la privatizza. Un’enclave con status derogatorio in Honduras, Próspera, reclama allo Stato ospitante quasi undici miliardi di dollari in sede di arbitrato internazionale, pari a circa i due terzi del bilancio annuale del Paese. Nel Sud-Est asiatico sta sorgendo una scuola-residenza per imprenditori. E la stessa rete di finanzieri, Thiel, Andreessen, si sta ora orientando verso la Groenlandia per progettarvi un territorio a bassa regolamentazione, con laboratori di intelligenza artificiale e data center. L’appropriazione territoriale condotta da uno Stato e la recinzione privata organizzata dai promotori immobiliari si incontrano proprio lì.
Chi controlla i porti, i cavi e i siti di calcolo controlla il substrato su cui ruotano la narrativa dei dati e l’economia materiale. La riorganizzazione atlantica lo dimostra: attorno a Tanger Med e al porto di Dakhla, attualmente in costruzione, il Marocco si pone come porta d’accesso marittima per i paesi del Sahel senza sbocco sul mare. Il progetto non è neutrale. Gli Stati del Sahel hanno espulso l’esercito francese e si sono rivolti alla Russia, e il corridoio serve anche al controllo di Rabat sul Sahara occidentale. Queste risorse non sono elementi secondari della narrazione, ne costituiscono il fondamento, quello che la dematerializzazione faceva dimenticare.
Ciò che la geografia ha di indivisibile
Rimane una proprietà di questa geografia che gli imperi trascurano: quasi nulla di ciò che essa mette in gioco è divisibile. Uno stretto reso pericoloso lo è anche per chi lo ha chiuso. Un cavo reciso compromette il traffico di un intero continente. Una falda acquifera o un bacino fluviale non si fermano a un confine. Il capitalismo della finitezza descritto da Orain fa della scarsità un motore di predazione. Ma quella stessa finitezza, quando il bene non si lascia suddividere, a volte produce l’effetto opposto. Nel 1985, Boutros-Ghali, allora ministro degli Esteri egiziano, annunciò che la prossima guerra in Medio Oriente sarebbe stata combattuta per l’acqua piuttosto che per la politica. Non è avvenuta. I bacini condivisi hanno dato luogo tanto ad accordi di gestione quanto a scontri, perché nessun paese rivierasco poteva garantire da solo ciò da cui tutti dipendevano. Il gesto imperiale consiste quindi nel trattare come appropriabile ciò che non lo è, chiudere lo Stretto di Ormuz per farne una leva, voler riprendere Panama, tagliare un cavo, recintare un’enclave.
Gli imperi territoriali
Gli Stati che perseguono l’impero in chiave territoriale seguono una logica diversa, che il documentario di Colosimo mappa: cinque neoimperialismi provenienti dall’Oriente – Russia, Cina, India, Iran, Turchia – ai quali si aggiungono gli Stati Uniti tornati a essere imperiali, ciascuno dei quali riattiva una narrazione di grandezza perduta. La Cina ha fatto della narrazione un’arma dichiarata. Un gioco come Honor of Kings diffonde sottilmente una cultura nazionale, e Hollywood si autocensura per non contrariarla, come ha sottolineato Aynne Kokas a proposito della sostituzione di una figura tibetana in Doctor Strange. La Russia mobilita una narrazione di restaurazione imperiale, gli Stati Uniti legano da tempo Hollywood al Pentagono. Tutti rimangono nel paradigma della voce, poiché vogliono essere creduti, conquistati, seguiti. La loro forza risiede nell’eternità che rivendicano, ed è un vantaggio che l’Europa non possiede. Secondo Colosimo, questi imperi condividono un obiettivo e si alleano contro la vecchia Europa.
A cosa sogna l’Europa
A cosa sogna l’Europa, in un mondo in cui la voce è sotto attacco, in cui l’«exit» diventa un programma, in cui le altre potenze si raccontano un’eternità?
L’Europa non è un impero nel senso classico del termine. Non progetta né dominio territoriale né egemonia militare. La sua narrazione fondante va in controtendenza rispetto alla storia imperiale: superare il potere attraverso l’integrazione, neutralizzare la violenza con il diritto. Victor Hugo parlava degli Stati Uniti d’Europa, Jean Monnet incarnava un federalismo concreto. Il fallimento della Comunità europea di difesa, negli anni ’50, ha segnato l’immaginario collettivo, e il progetto è stato messo da parte a favore della procedura. Il Trattato di Roma è stato un successo istituzionale e una cancellazione narrativa; il referendum del 2005 ha rivelato l’esaurimento di un progetto diventato illeggibile. Le banconote in euro rappresentano ponti e architetture fittizie, luoghi senza volto.
La minaccia non è più solo l’assenza di una narrazione, ma l’importazione di un’altra. La pila autoritaria non rimane americana: i suoi promotori la esportano, al punto da vedere gli eserciti europei dipendere da infrastrutture di comunicazione private controllate da un solo uomo. Il lavoro di Bria avverte che ora è l’Europa ad essere nel mirino. Ciò che lo stesso team gli oppone merita di essere menzionato: un EuroStack, un’infrastruttura cloud sovrana con modelli di intelligenza artificiale, sostenuta dalla capacità normativa che l’Europa già possiede, dal GDPR alla regolamentazione dell’IA. La sovranità sulla narrazione non esisterà senza la sovranità sugli strati fisici in cui essa circola. I porti, le rotte dei cavi, i centri di calcolo, le scelte energetiche sono i luoghi in cui essa si conquista o si perde.
Rimane la parte più difficile. La Russia, la Cina e gli Stati Uniti ormai propongono un progetto di civiltà e rivendicano l’eternità. L’Europa no. È qui che si vede il suo grande svantaggio, perché l’eternità promessa trascina le masse là dove la routine le addormenta.
La pretesa di eternità tradisce tuttavia più una paura che una forza. Roma svalutava la propria moneta proprio nel momento in cui giurava di essere eterna, e una moneta imperiale è una promessa di durata tanto quanto uno strumento di scambio. Il miliardario che vuole lasciare il pianeta e sconfiggere la morte trabocca di terrore tanto quanto di ambizione. La conquista continua e la guerra perpetua sono i sintomi di una civiltà incapace di fermarsi perché incapace di morire. Spinta al limite, l’eternità rivendicata conduce alla chiusura totalitaria, e il secolo scorso ha mostrato il prezzo pagato da coloro che hanno promesso mille anni. Le grandi narrazioni sono diventate sospette dai tempi di Lyotard, ed è giusto che sia così, ma il sospetto dovrebbe rivolgersi a coloro che promettono l’eternità. Per l’Europa, volere questo vantaggio equivarrebbe a diventare ciò contro cui si è costruita.

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Rinunciare all’eternità non significa rinunciare alla grandezza. I costruttori di cattedrali erigevano un edificio che non avrebbero mai visto completato, per i vivi che non avrebbero mai conosciuto, e la loro grandezza risiedeva nel dono più che nella durata del loro nome. La grande narrazione non totalitaria che si può sperare avrebbe questa forma: una finitezza assunta, una potenza che sa di essere mortale, sostenuta dalla memoria delle catastrofi europee, che rifiuta la trascendenza sia attraverso la conquista che attraverso la fuga.
Questa finitezza ha un contenuto più preciso di una semplice virtù. Laddove gli imperi si impadroniscono degli stretti, tagliano i cavi e chiudono le enclavi, l’Europa potrebbe partire da ciò che la mappa impone: questi passaggi, queste acque, queste reti sono condivisi e non si lasciano frammentare. Riconoscere l’indivisibile e costruire la cooperazione su di esso è tanto una questione di calcolo di potere quanto di principio. È anche ciò che darebbe un contenuto a un rapporto con l’Africa e con i paesi del Sud concepito in modo diverso rispetto al modello americano, russo o cinese. La finitezza che l’Europa dovrebbe assumersi non si limita alla propria mortalità, ma riguarda anche ciò che possiede solo in condivisione.
Le risorse esistono, disperse e prive di intrighi: un’eredità umanistica, l’esperienza della catastrofe, una rara capacità normativa, una cultura del compromesso, il ruolo delle grandi metropoli. La generazione che sta arrivando ha conosciuto solo l’Europa, ne è nativa, ed è forse a lei che si rivolge una narrazione del genere, a condizione che le venga proposta.
Resta da vedere se una narrazione che accetta la finitezza possa reggere il confronto con quelle che promettono l’eternità. Nulla garantisce che una narrazione sobria possa mobilitare tanto quanto quelle che inebriano. La sovranità di domani non si giocherà solo sulle terre rare, sui cavi o sui missili, ma anche su ciò che sapremo proporre per far sognare, in francese come in wolof. L’Europa non ha ancora dimostrato di esserne capace.
Autori
Nicolas Minvielle, economista, docente presso l’Audencia Business School. Rémi Carlioz, Direttore creativo, socio di La Warroom. Benoît Thieulin, Imprenditore, fondatore di La Warroom, ex direttore del Consiglio nazionale del digitale, ex direttore della Scuola di comunicazione di Sciences Po.
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