L’abbondanza, il caro vita e i democratici

L’abbondanza è uno slogan allettante. Alcuni democratici negli Stati Uniti l’hanno fatta propria per ridare slancio a un partito a corto di idee. Combattere il caro vita e fornire alle classi popolari i mezzi per un’esistenza dignitosa: ecco la promessa di fronte a un Donald Trump che delude sul piano economico. Questo ritornello, lungi dall’essere nuovo, nasconde tuttavia politiche ben diverse a seconda di chi lo intona.

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Sorridete, l’abbondanza è dietro l’angolo. Questo è, in sostanza, il messaggio su cui si scontrano due correnti del Partito Democratico statunitense, che da alcuni mesi cercano di ridare un orizzonte positivo ai propri elettori, dopo le cocenti sconfitte dell’inverno 2024. La vittoria dei repubblicani alla Casa Bianca e al Congresso va infatti interpretata in un contesto di inflazione persistente, che l’amministrazione Biden non era riuscita a contenere.

Dall’inizio del 2025, lo slogan della difesa del potere d’acquisto e dell’accesso ai beni e ai servizi di prima necessità per tutti («affordability») è passato in primo piano tra i democratici. Si tratta di rispondere a quella che appare come una delle principali preoccupazioni degli elettori statunitensi (nel dicembre 2025, il 46% di loro riteneva che il costo della vita avesse raggiunto il livello peggiore mai registrato). Concentrando il dibattito sulle questioni relative ai consumi e al potere d’acquisto, i democratici cercano quindi di attaccare i propri avversari su una promessa non mantenuta. Ma si sforzano anche di restituire una prospettiva allegra e invidiabile a un partito che, dall’era Obama, manca di slancio e si trova soprattutto sulla difensiva.

L’idea che gli americani dovrebbero poter consumare di più può sembrare paradossale, tanto il Paese incarna da decenni i mali (sociali e ambientali) del sovracconsumo. Ma la versione (o meglio le versioni) dell’abbondanza che oggi i democratici cercano di vendere ai propri elettori non si riducono alla possibilità di consumare senza freni. Non significano un ritorno all’America trionfante degli anni ’50 e ai tempi d’oro del consumo di massa. Dietro lo stendardo dell’abbondanza si nasconde un vero e proprio programma politico, volto a indicare una direzione al Partito Democratico post-Biden. Tuttavia, sotto le spoglie della novità, i principali sostenitori dell’abbondanza versione 2025-2026 sono in realtà gli eredi dei diversi modi in cui la sinistra ha concepito il consumo sin dal XIX secolo.

Abbondanza di destra, abbondanza di sinistra

Il primo gruppo di sostenitori dell’abbondanza si colloca all’ala destra del partito. Quest’ultima ha infatti accolto con particolare favore l’opera, pubblicata nel marzo 2025 da due giornalisti di spicco, Ezra Klein e Derek Thompson, intitolata Abundance (tradotta in francese un anno dopo). Sostenendo la possibilità di produrre molto di più (alloggi, infrastrutture, beni utili), i due autori intendono indurre la sinistra ad abbandonare il paradigma della protezione e della ridistribuzione. Lo Stato, spiegano, è necessario, ma deve puntare innanzitutto all’efficienza e all’aumento della produzione. Il nemico principale secondo Klein e Thompson: le norme e le regolamentazioni che, fin dagli anni ’70, appesantiscono sia il governo federale che i comuni progressisti, impedendo loro di soddisfare i bisogni degli americani, in particolare delle classi popolari. Il loro libro, attraverso «il Programma dell’abbondanza», mira infatti a consentire al Partito Democratico di riconquistare questo elettorato, offrendogli una terza via tra «la sinistra socialista» (alla Bernie Sanders) e la «destra populista autoritaria» (alla Donald Trump).

Sebbene i due autori siano più sfumati di quanto i critici abbiano voluto far credere, bisogna riconoscere che le raccomandazioni di Klein e Thompson hanno trovato eco soprattutto tra i più liberali del loro partito. Sono stati in particolare gli attacchi ai sindacati e alle normative ambientali – due ostacoli all’efficacia dell’azione pubblica – ad attirare l’attenzione dei politici eletti e dei commentatori politici. Il giornalista centrista Josh Barro, che ha aderito al Partito Democratico dopo la nomina di Donald Trump a candidato del Partito Repubblicano nel 2016, si è ad esempio mostrato entusiasta delle prospettive tracciate dal «programma dell’abbondanza» di Klein e Thompson. Ritchie Torres, un democratico fortemente in contrasto con l’ala progressista del partito, eletto alla Camera dei Rappresentanti nello Stato di New York, lo considera «il miglior piano di cui [abbia] mai sentito parlare per ripensare la governance democratica». Anche Gavin Newsom, governatore della California e candidato designato dai democratici più moderati alle prossime presidenziali, ha proclamato la sua piena adesione, sostenendo che «l’abbondanza è fondamentalmente, intrinsecamente ciò che siamo», criticando l’ala sinistra del suo partito, priva di «una mentalità orientata alla crescita» – a rischio di attirarsi le ire dei suoi alleati sindacalisti e ambientalisti.

L’agenda dell’abbondanza, apertamente produttivista e tecno-entusiasta, raccoglie il sostegno di figure del mondo tecnologico, come Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn, o Patrick Collison, amministratore delegato e creatore di Stripe. Già prima dell’uscita del libro di Klein e Thompson, il molto liberale Niskanen Center (così chiamato in omaggio a un ex consigliere del presidente Reagan), afferma di voler fare dell’abbondanza attraverso la deregolamentazione un progetto bipartisan, al tempo stesso antisocialista e antitrumpista, che riunisca una coalizione di centristi sostenitori della politica dell’offerta.

A questa prima tendenza se ne aggiunge una seconda, che si richiama anch’essa all’abbondanza, ma situata molto più a sinistra nello spettro democratico – proprio la tendenza contro cui Klein e Thompson intendono lottare. Il principale rappresentante di questo movimento è il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Quest’ultimo proviene dai Democratic Socialists of America (DSA), la cui strategia è quella di spingere il Partito Democratico verso sinistra, in particolare vincendo le primarie – una strategia che recentemente ha portato loro una serie di successi. Per Mamdani (che ha introdotto il termine diaffordability nel dibattito pubblico) l’abbondanza per tutti si definisce piuttosto come una lotta contro il caro vita. Tale lotta non si conduce abbattendo gli ostacoli burocratici e sindacali, ma bloccando i prezzi, sviluppando il settore dei servizi pubblici – finanziati da aumenti delle imposte sui più ricchi e sulle grandi imprese –, promuovendo forme collettive di consumo e sostenendo le lotte dei lavoratori per difendere i salari. Tra le misure di punta del nuovo sindaco: il congelamento degli affitti, i trasporti pubblici gratuiti e la creazione di grandi supermercati alimentari pubblici.

Questo «socialismo dei consumatori» trova eco in altri eletti o candidati delle DSA: Katie Wilson, la nuova sindaca di Seattle, eletta con la promessa di creare un sistema universale di asili nido pubblici, o Janeese Lewis George, in lizza per la carica di sindaco di Washington D.C., che difende anch’essa i grandi magazzini comunali e la costruzione massiccia di alloggi pubblici, ne sono altre rappresentanti.

Socialismo delle fogne o consumatore sovrano?

Le due correnti, liberale e progressista, hanno avviato un dialogo – sia Thompson che Mamdani affermano di voler innanzitutto rendere più efficace l’azione pubblica per migliorare la vita delle classi popolari. Ma permangono differenze significative riguardo al tipo di abbondanza che la sinistra debba difendere. Queste differenze coincidono con le classiche divisioni all’interno del Partito Democratico tra liberali e interventisti. Riflettono inoltre divisioni storiche nel modo in cui la sinistra ha concepito la questione del consumo sin dal XIX secolo, sia in Europa che negli Stati Uniti[1].

I sostenitori dell’affordability in stile DSA non hanno inventato nulla. Il programma di lotta contro il caro vita, rivolto in particolare ai più bisognosi, si ispira ampiamente alle esperienze di socialismo municipale che hanno avuto grande successo in Europa e negli Stati Uniti a cavallo del XX secolo. Mamdani lo riconosce rivendicando apertamente l’eredità dei «sewer socialists» («socialisti delle fogne») – un soprannome dato ai rappresentanti eletti del Midwest negli anni ’10 dai loro avversari, che deridevano la dimensione concreta del loro programma. In quel periodo, a Milwaukee come a Roubaix (ma anche in Inghilterra, in Italia, in Australia o in Nuova Zelanda), le amministrazioni comunali socialiste cercavano di migliorare la situazione materiale delle classi popolari private dell’accesso al consumo. Distribuivano pasti o vestiti alle famiglie povere, aprivano centri sanitari, panetterie, mense pubbliche e municipalizzavano la gestione dell’acqua, del gas o dei trasporti.

Tali iniziative non costituiscono misure isolate, ma si inseriscono in una ricca tradizione di controproposte socialiste in materia di consumo, che si è sviluppata fin dall’inizio del XIX secolo. Dagli esperimenti utopistici dei primi socialisti alla creazione di cooperative di consumo, passando per le iniziative dei partiti comunisti dell’Europa occidentale nel campo dello sport o del tempo libero a metà del XX secolo, la sinistra non ha mai smesso di immaginare modelli di consumo alternativi a quelli offerti dal capitalismo industriale.

Queste controproposte, diverse e talvolta contraddittorie, hanno in comune tre aspetti: la valorizzazione dei consumi collettivi, la lotta contro la mercificazione permanente e la costante attenzione a non separare la difesa dei consumatori da quella dei produttori. Piuttosto che estendere incessantemente il campo delle merci, senza preoccuparsi del contenuto del consumo, questi progetti mirano all’accesso a beni e servizi ritenuti necessari, in condizioni politicamente virtuose. Questi tre fili conduttori, che caratterizzavano più o meno i programmi della sinistra in materia di consumo fino agli anni ’70, stanno oggi vivendo una rinascita grazie alle proposte del socialismo municipale, a New York e altrove.

A partire dagli anni ’80, nel contesto del trionfo del pensiero e delle politiche neoliberiste, la visione «di sinistra» del consumo si evolve. Almeno per quanto riguarda la cosiddetta sinistra di governo. Quest’ultima si converte all’idea che il consumo individuale in un contesto capitalista possa essere un vettore di emancipazione e che si tratti innanzitutto di tutelare i diritti degli acquirenti, proteggendoli da eventuali abusi e consentendo loro di esprimere la diversità delle proprie scelte sul mercato. Siamo quindi ben lontani dal «socialismo delle fogne» o dalla concezione di modelli alternativi di emancipazione collettiva attraverso modalità di consumo cooperative o radicate nella lotta di classe. È a questa tradizione più liberale che si ricollega l’abbondanza nella versione di Klein e Thompson. In questa visione, il mercato non appare più come un contro-modello di cui limitare l’influenza, ma come fonte di ispirazione in termini di efficienza. Bisogna poter produrre di più per soddisfare i desideri crescenti del consumatore sovrano.

L’idea dei «democratici dell’abbondanza», secondo cui la sinistra dovrebbe affidarsi al mercato per riformare uno Stato irrigidito dalla burocrazia e dai sindacati, non è nuova. La si ritrova in modo molto esplicito negli anni ’90 tra i «nuovi democratici» di Bill Clinton, o ancora nel New Labour di Tony Blair in Gran Bretagna, per i quali gli utenti dei servizi pubblici devono essere trattati come consumatori sul mercato – una concezione che giustifica l’introduzione della concorrenza in settori come la sanità o l’istruzione superiore.

Prospettive elettorali

Ieri come oggi, l’importanza che la sinistra deve attribuire alle questioni relative al consumo è oggetto di dibattito. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, i socialisti su entrambe le sponde dell’Atlantico si scontravano per stabilire se il partito dovesse puntare sulle cooperative e sulle esperienze comunali o se tali iniziative, presentate come elettorali, lo distogliessero dal suo obiettivo rivoluzionario. Nel 2026, l’affordability di Mamdani è oggetto di critiche non solo da parte dei liberali dell’abbondanza, ma anche, a sinistra, da parte di coloro che gli rimproverano di non aver rotto con l’obiettivo della crescita, o che temono l’impossibilità di costruire il socialismo in una sola città.

Le elezioni di medio termine, che si terranno tra pochi mesi, si preannunciano difficili per i repubblicani. Le avventure imperialiste dell’amministrazione Trump o la brutalità della sua polizia dell’immigrazione occuperanno un posto importante nel dibattito. Non c’è dubbio, tuttavia, che la questione del costo della vita, in un contesto di inflazione endemica, entrerà a far parte della campagna elettorale. Il presidente, che inizialmente aveva affermato di poter battere i democratici sul terreno del potere d’acquisto, si è recentemente mostrato irritato, sostenendo che «l’affordability» fosse un termine inventato dai suoi avversari «della sinistra radicale» per danneggiarlo e nascondere i risultati floridi della sua economia. Se i democratici sperano di trarre vantaggio da questo imbarazzo per convincere gli elettori, resta da vedere quale versione dell’abbondanza prevarrà nella campagna elettorale.

Autrice: Alexia Blin è una storica, docente di storia e civiltà degli Stati Uniti alla Sorbonne Nouvelle

Fonte: AOCMedia


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