Sulla guerra

“πóλεμος è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi”. (Eraclito)

 

Introduciamo questo numero* ricorrendo a un saggio di Simone Weil sull’Iliade, in cui lei riflette sulla negatività estrema della guerra, su una pulsione di morte, che non conosce limiti nel suo dispiegamento ed ha effetti devastanti sull’animo di chi è costretto a subirla. La guerra induce a perdere ogni nozione di limite e misura nell’uso della forza. La violenza segue in essa un percorso apparentemente inarrestabile: «La forza trasforma in una cosa chiunque le sia sottomesso. Quando è esercitata fino all’estremo, essa trasforma l’uomo in una cosa nel senso più letterale, perché lo trasforma in cadavere. C’era qualcuno, e, un attimo dopo, non c’è nessuno»[1]. È quasi fatale giungere a un punto in cui non è più in gioco la sottomissione dell’altro, ma la sua nientificazione.