Una delle leggi generali dello sviluppo tecnologico stipula che, quanto meno all’interno del nostro contesto storico-sociale, il campo dell’industria militare costituisce un focolaio d’avanguardia dell’innovazione e del perfezionamento di strumenti tecnici. Ovvero: esiste una connivenza innegabile tra ricerca e guerra che tende a requisire ipotesi scientifiche e forze intellettuali per mettere a punto mezzi bellici o polizieschi. Il cinema e più ampiamente la cultura visuale non si sottraggono a questo principio, come l’aveva intuito e dimostrato lucidamente Paul Virilio[1]. In effetti, la tecnologia militare non é unicamente orientata alla produzione di macchine di aggressione o distruzione, ma si interessa anche (e soprattutto) a questioni tecniche come il trasporto o la percezione. Tali aree sono direttamene connesse in quanto dimensioni comunicative alla sfera ambientale e mediale – se consideriamo con teorici come McLuhan o Parikka che ogni regime di mediazione opera una mutazione delle condizioni ecologiche (temporali e spaziali) che abitiamo[2]. La storia dello “sguardo equipaggiato” (regard appareillé)[3] – ovvero delle trasformazioni tecniche dello spettro del visibile umano – non fa eccezione e il caso delle visualizzazioni termiche, rese possibili dalle tecnologie, imperniato sullo spettro infrarosso costituisce un caso emblematico di questo tipo di fenomeni. In particolare, per quel che riguarda l’oscillazione politicamente decisiva delle tecnologie in questione tra ambiti militari (principalmente volti alla sorveglianza e all’attacco) e ambiti civili (in particolare, per quel che ci riguarderà, estetici e critici).