Piccoli mondi è un romanzo luminoso e coinvolgente sui legami che ci segnano e i luoghi che ci formano, sul coraggio di seguire le nostre passioni per diventare chi siamo realmente.
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Siccome l’unica cosa che riesce a risolvere gran parte dei nostri
problemi è ballare, è logico che a questo punto, dopo aver visto
sfarfallare le mani Nere levate in preghiera, il pastore abbia invitato
noi fedeli a pregare, e noi abbiamo concesso a quella preghiera di
creare uno spazio, concesso a noi stessi di esplorare le profondità e
le vette del nostro essere, di dire cose sincere e autentiche, e persino
divine. Ci siamo concessi di parlare sia alla persona che siamo che
a quella che vogliamo essere, di parlare a bassa voce, il che è un appello
a rinunciare al bisogno di essere certi, e di chiederci: quand’è
l’ultima volta che ci siamo lasciati andare? Quand’è l’ultima volta
che siamo stati così aperti? E, senza aver avuto il tempo di rispondere,
parte la batteria, improvvisa e sicura. Segue un giro di basso
pompato, che va subito al sodo. Il pianista suona accordi segreti
che vengono dritti dall’anima. Prima che finisca l’intro, come per
magia sul palco appare il coro, e una mano con un microfono, e
un sorriso, mentre la solista scende cantando la sua preghiera: I’m
trading my sorrows, I’m trading my shame. Canta le parole sapendo
che se siamo in quella sala probabilmente abbiamo conosciuto il
dolore, e la vergogna. Conosciamo la morte in molteplici forme,
ma ce la mettiamo tutta per restare vivi. E siccome l’unica cosa che
riesce a risolvere gran parte dei nostri problemi è ballare, mutiamo
il lutto in movimento. Violiamo i limiti delle file, sconfiniamo ai
lati, ci dirigiamo di fronte al palco, andiamo a occupare quello
spazio.
Vedo mio padre più avanti, tra i fedeli, con il corpo scomposto,
fluido, libero. In mano ha un fazzoletto e lo sventola, come
un segnale, come per dire: io sono qui. Papà balla e balla e poi lo
guardiamo mentre rallenta un poco, come se avesse smarrito una
parte di sé. Cerca con gli occhi mia madre. La trova facilmente e
le fa un cenno. Lei lo liquida con un gesto, ma lui non si rassegna,
torna dove siamo noi, la convince a uscire dai ranghi, le loro mani
morbide si intrecciano con affetto, la stringe forte, con le labbra
all’orecchio le dice: sei al sicuro qui; non solo in quell’edificio, o
in quella chiesa, ma tra le sue braccia. Guardo i miei genitori e
vedo che un mondo può essere due persone che occupano uno spazio
dove non servono giustificazioni. Dove possono sentirsi belle.
Dove potrebbero sentirsi libere.
Do di gomito a Raymond. Ci facciamo una risata gioiosa, fraterna.
So che, come per me, per lui la fede è una disputa quotidiana,
so che si è dovuto costruire una chiesa altrove per poter conoscere
se stesso. Improvvisiamo lo stesso passo, un two-step appena
accennato sul posto, perché, nonostante tutto, la musica non si
può negare. In realtà io mi conosco da sempre solo in musica, tra
le note, lì dove la lingua non basta ma forse una batteria potrebbe
riuscirci, a parlare per noi, a parlare per quello che abbiamo nel
cuore. In questo momento, mentre la musica prende ritmo, e si
riavvolge su se stessa, va oltre l’esaltazione, si avvicina all’estasi, la
preghiera decolla, I’m trading my sorrows, I’m trading my shame, e
vorrei ancora dare di gomito a Raymond, per provare a dirgli: magari
riuscissimo sempre a essere così aperti, magari riuscissimo a sentire
sempre un po’ di questa libertà. Non so se trovo le parole. Ma, siccome
l’unica cosa che riesce a risolvere gran parte dei nostri problemi
è ballare, è logico che lì per lì, quando i nostri genitori ci chiamano
con un cenno, io e Raymond li raggiungiamo.
Molto dopo la funzione in chiesa, molto dopo che la giornata
ha perso il suo smalto e il sole è un tenue bagliore, facciamo il
breve tragitto fino a casa dello zio T, che ci aiuta a caricare con
cautela le sue casse sul sedile posteriore dell’auto di Raymond, e ci
insegna a tagliare un cavetto con le pinze, denudarlo con i denti
e poi ritorcerlo e infilarlo nella cassa, e la sua ammonizione di
riportargliele intatte risuona come un’eco in lontananza mentre
andiamo verso casa di Tej, vicino a Walworth Road. Quando accostiamo,
avvisto Adeline, la conosco da tanto tempo che so come
la luce le indugia sul collo, conosco il suo ritmo anche quando
sta ferma e, vedendo che c’è dello spazio tra di noi, le vado vicino,
concedo che dalle profondità del mio essere affiori un sorriso,
concedo che in un abbraccio affettuoso le guance si sfiorino, e nel
separarci le chiedo: quand’è stata l’ultima volta? Prima che lei possa
rispondere: Non è passato molto tempo dall’ultima festa, la porta di
Tej si spalanca e, di lì a poco, non siamo più una o due persone,
ma tante. Di lì a poco, siamo immersi in conversazioni rumorose
e ci concediamo di dire cose sincere e autentiche, e persino divine.
Di lì a poco, sentiamo provenire dall’interno una musica che conosciamo,
violiamo i limiti delle stanze, sconfiniamo in cortile, ci
dirigiamo nella zona di fronte ai piatti del dj, andiamo a occupare
quello spazio, con i bicchieri di carta in mano, retti in alto sopra la
testa, come un segnale, come per dire: noi siamo qui. Molti di noi
riuniti qui hanno perso la fede da diverso tempo, ma nel ritmo ci
crediamo, eccome. Crediamo, eccome, che un pezzo di quattro
minuti sia in grado di dilatare il tempo fino a renderlo irriconoscibile,
e ciascun secondo diventa la propria eternità. Mentre il dj
fa riascoltare ancora una volta “Buy Out Da Bar” di Charmz dall’inizio,
e quell’azione in quanto tale è nostalgia, è una preghiera,
è voler essere la persona che eri solo qualche attimo prima, io penso:
magari riuscissimo sempre a essere così aperti, a muoverci in
modo affettuoso, spalla a spalla, col cuore in mano, energy energy,
gimme that energy energy.
Abbiamo già nostalgia di ieri, quindi di lì a poco Adeline comincia
a mettere canzoni grime. “21 Seconds”, “I Spy”, “Too Many
Man”. Si sente “Pow!” che parte, attacca la grancassa, improvvisa e
sicura. Segue un giro di basso pompato, che va subito al sodo. Nel
giardino risuonano accordi inquietanti. Prima che finisca l’intro,
come per magia Raymond appare al mio fianco, gridando di far
ripartire la canzone. Non c’è tempo per quello che voglio dirgli
prima che ricominci il brano, con quell’intro spoglia e priva di
parole, che lascia spazio a noi. La pista si svuota, spoglia e priva di
corpi, intorno a noi si forma un cerchio, e io e Raymond siamo
come posseduti mentre ne allarghiamo i confini sempre di più verso
l’esterno del giardino. Sentite, sto cercando di raccontarvi cosa
implica stare nel mucchio a pogare: un mondo piccolo e bello in
mezzo al caos, libero, tra membra che si agitano e testi di canzone
mezzo urlati. Di lì a poco, dopo il quinto o sesto riascolto, cominciamo
a stancarci. Di lì a poco scompariamo nella notte, percorrendo
Walworth Road in quattro, affiancati, alla ricerca di cibo.
Di lì a poco ci troviamo da Bagel King, l’unico posto di nostra
conoscenza che non chiude mai. Di lì a poco Raymond mi stringe
la spalla e mi bisbiglia all’orecchio: tutto a posto, vero?, e io annuisco
nello spazio che mi lascia. Di lì a poco sento un braccio che mi avvolge
da dietro e so che è Del. Ci conosciamo da tanto tempo che
sa come la luce mi indugia sul collo, conosce il mio ritmo anche
quando sto fermo. Di lì a poco ci mettiamo a cantare con le casse
del telefono in sottofondo, e, siccome l’unica cosa che potrebbe
risolvere gran parte dei nostri problemi è ballare, improvvisiamo
un two-step sul marciapiede.
Di lì a poco, troppo poco, è ora di andarcene. Chi di noi è in
coppia sparisce nella notte, stringendosi ancora di più. Chi è single
brama ginocchia che si urtano nel percorso verso casa, la pelle che
si sfiora sulla soglia, l’invito a entrare in una casa dove i genitori
non ci sono. Siamo giovani e spesso fatichiamo a esprimere con
precisione quello di cui abbiamo bisogno, ma so che tutti diamo
molta importanza all’intimità.
È a questo che penso quando io e Del prendiamo l’autobus
notturno per Peckham: Raymond è sparito nella notte, e siamo
solo io e lei. Durante il breve tragitto lei dorme, e mi appoggia la
guancia morbida sulla spalla. Scendiamo dal bus e percorriamo la
sua via, e sulla porta di casa c’è una luce tenue, come un segnale.
È il momento più silenzioso di tutta la serata. La fisso. Mi metto
le mani in tasca e sposto lo sguardo a terra, prima di darle un’altra
occhiata furtiva. Lei sorride della mia timidezza e io ricambio. Qui,
quando sono con lei, sono consapevole che un mondo può essere
fatto di due persone, che occupano uno spazio dove non servono
giustificazioni. Dove possiamo sentirci belli. Dove potremmo sentirci
liberi.
Le labbra di Del si accasano per un attimo sulla mia guancia e
ci abbracciamo. Niente addii (conosciamo la morte in molteplici
forme, e un addio sembra una fine) ma, dopo l’abbraccio, ci battiamo
il pugno piano dicendo: a presto, che non è tanto un addio,
quanto la promessa di restare vivi.