La Commissione sta sfruttando il nuovo bilancio pluriennale dell’Unione per un’ennesima manovra di accaparramento di potere.
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Il quadro finanziario pluriennale. Anche per un organismo incline al gergo come l’Unione Europea, la frase sembra quasi sconcertante per la sua noiosità. Forse è proprio questo il punto. Nascosto tra il linguaggio tecnico del nuovo bilancio dell’UE si cela infatti una sorta di colpo di mano tecnocratico, che promette più potere alla Commissione e meno agli Stati membri e che, in ultima analisi, renderebbe Bruxelles ancora meno responsabile di quanto non lo sia già oggi.
Negli ultimi dieci anni, l’equilibrio istituzionale dell’UE si è già fortemente spostato a favore della Commissione, che ha esteso la propria influenza in settori un tempo considerati appannaggio dei governi nazionali: dalla politica fiscale e la sanità pubblica agli affari esteri e alla difesa. Il meccanismo è stato coerente: ogni crisi – la crisi del debito sovrano, la Brexit, la pandemia di Covid-19, la guerra in Ucraina – è servita da pretesto alla Commissione per assumere maggiore autorità, prendere decisioni “di emergenza” e consolidare cambiamenti permanenti nell’esercizio del potere dell’UE. Nulla di tutto ciò ha richiesto modifiche formali ai trattati. È avvenuto di nascosto, al di fuori dell’arena del dibattito democratico, attraverso quella che gli studiosi hanno definito “integrazione furtiva”. Il risultato è stato una progressiva “commissarizzazione” e sovranazionalizzazione del processo decisionale europeo, con una corrispondente erosione della sovranità nazionale e della responsabilità democratica.
Ora la Commissione sta utilizzando i negoziati sul prossimo bilancio settennale dell’UE — il già citato Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034 — per spingere questo processo ancora oltre. Ed è proprio per questo motivo che è ansiosa di concludere un accordo entro la fine dell’anno. Gli addetti ai lavori di Bruxelles sono ben consapevoli che le elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 potrebbero portare alla formazione di un governo guidato da Jordan Bardella del Rassemblement National – un partito ostile all’agenda integrazionista su cui si fonda il nuovo QFP. Poiché il quadro richiede l’approvazione unanime in seno al Consiglio, una Francia euroscettica potrebbe soffocare il bilancio sul nascere. L’obiettivo non dichiarato ma operativo è quello di siglare l’accordo prima che tale rischio si concretizzi. Il fatto che ciò non venga mai detto apertamente non fa che sottolineare il disprezzo per la deliberazione democratica che ora pervade il processo.
Qual è, allora, il pacchetto che la Commissione è così ansiosa di trasformare in legge? Si tratta di un quadro di riferimento per un totale di quasi 2.000 miliardi di euro, pari a circa l’1,26% del reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE nel corso del periodo di sette anni. Il Parlamento europeo, che non si fa mai scrupoli a spendere il denaro altrui, vuole spingerlo all’1,38% dell’RNL. Ma nessuna delle due istituzioni ammette realmente le tensioni strutturali sepolte nelle cifre. L’UE deve onorare circa 750 miliardi di euro di debito pandemico dell’Unione, il cui rimborso viene ora integrato in modo permanente nel bilancio ordinario dell’UE. La proposta della Commissione stessa stanzia 149,3 miliardi di euro per il rimborso dei fondi denominati “NextGenerationEU Recovery” e “Resilience Facility” — una somma che ammonta a quasi il 10% degli impegni totali del QFP.
Questo è importante per ciò che rivela sulla vera natura di NextGenerationEU (NGEU). Ciò che è stato venduto ai cittadini europei come una risposta eccezionale e una tantum alla crisi del Covid è ora il modello fiscale per il futuro dell’Unione. Il fondo per la pandemia ha creato un precedente: l’UE può contrarre prestiti sui mercati dei capitali, distribuire sovvenzioni agli Stati membri e poi incorporare il rimborso nel bilancio generale per i decenni a venire — il tutto senza nulla che assomigli a un vero mandato democratico.
Si può sostenere che la “senza precedenti” risposta fiscale dell’UE alla pandemia sia sempre stata proprio questo: normalizzare il debito comune come meccanismo per inclinare decisamente l’equilibrio istituzionale di potere a favore della Commissione, sminuire gli Stati membri e consolidare un cambiamento strutturale nell’integrazione europea. In effetti, da allora l’UE ha ripetuto il trucco con un pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, finanziato ancora una volta attraverso un debito congiunto garantito dal bilancio comune. L’«eccezione storica» è diventata silenziosamente la norma.
Per ripagare i suoi ingenti debiti, la Commissione ha proposto un pacchetto di nuove imposte sulle imprese. Ma se le nuove tasse non bastassero, come è probabile, il piano di riserva è un prelievo obbligatorio sugli Stati membri. L’attuale “Decisione sulle risorse proprie” — un altro meraviglioso termine del lessico UE — conferisce già alla Commissione il potere di chiedere ai governi nazionali contributi aggiuntivi basati sul RNL per coprire i rimborsi del NGEU, oltre alla spesa ordinaria dei programmi. In altre parole, se i nuovi flussi di entrate non raggiungono gli obiettivi, il conto ricade automaticamente sui bilanci nazionali, deciso non dai parlamenti sovrani, ma dalla logica spietata del rimborso del debito dell’UE. In ogni caso, il debito dell’UE funziona ora come una tassa de facto sugli Stati membri, aggirando i normali canali del controllo democratico del bilancio.
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