Sorvegliare e punire a +4 °C: rileggere Foucault nell’era dell’Antropocene

 

Il carcere costituisce senza dubbio uno dei laboratori più inquietanti del nostro tempo. Esso prefigura una società in cui la pena non si misura più solo in termini di privazione della libertà, ma anche in termini di distribuzione ineguale dell’abitabilità. Una società in cui le vulnerabilità ambientali diventano esse stesse strumenti di governo.

La vera lezione politica del caldo carcerario sta forse proprio qui. Il cambiamento climatico non trasforma solo il nostro rapporto con la natura. Riconfigura in profondità le forme contemporanee del potere. E ci costringe a porci una domanda che Foucault non aveva dovuto affrontare: che ne sarà del carcere quando sarà il mondo stesso a diventare difficilmente abitabile?

In un mondo in cui l’abitabilità diventa la condizione centrale di ogni politica, continueremo a organizzare la società attorno a meccanismi di esclusione ereditati da un’altra era ecologica? Oppure accetteremo di ripensare le nostre istituzioni a partire dalla vulnerabilità condivisa degli esseri viventi?


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Siamo tutti uguali di fronte al caldo? Quando si parla di questo tema, si pensa agli anziani, ai bambini o ai lavoratori. La situazione dei detenuti rimane invisibile, mentre il carcere è uno dei luoghi in cui si manifestano con maggiore intensità le conseguenze sociali del cambiamento climatico.

Proprio mentre l’Europa sta attraversando un’ondata di caldo senza precedenti, mentre sette dei nove limiti planetari che definiscono le condizioni favorevoli alla vita sulla Terra sono stati superati e le statistiche carcerarie battono ogni record, la missione dell’amministrazione penitenziaria sembra essere messa a dura prova.

Il cambiamento climatico non condanna nessuno all’ergastolo. Ma ci costringe a scegliere tra due modi di abitare il mondo: quello che protegge separando e quello che protegge prendendosi cura. Da questa scelta dipende forse il futuro della democrazia stessa e, di conseguenza, il senso della pena.

Le autorità sanitarie moltiplicano le raccomandazioni: stare al fresco, limitare gli spostamenti, idratarsi regolarmente, adattare il proprio ritmo di vita. Per diverse decine di migliaia di detenuti, tuttavia, questi consigli sono pura finzione. In celle sovraffollate, spesso mal ventilate, dove il cemento accumula il calore e dove l’accesso all’acqua rimane talvolta limitato, l’ondata di caldo diventa un’esperienza tanto più violenta in quanto subita senza alcuna possibilità di fuga.

Il carcere appare così come uno dei luoghi in cui si manifestano con maggiore intensità le conseguenze sociali del cambiamento climatico. Ma ciò che rivela il caldo carcerario va ben oltre la questione penitenziaria. Ci costringe a interrogarci sul modo in cui le nostre società distribuiscono ormai l’esposizione ai rischi ecologici. Ci invita inoltre a rileggere Michel Foucault alla luce di una questione che egli non ha mai conosciuto: quella dell’Antropocene.

Quando nel 1975 fu pubblicato Sorvegliare e punire, il carcere vi veniva analizzato come l’istituzione emblematica del potere disciplinare moderno. La posta in gioco non è più quella di punire i corpi con la tortura, ma di organizzarli, sorvegliarli e normalizzarli. La prigione costituisce una tecnologia politica destinata a produrre individui docili, osservabili e governabili. Essa fa parte di un vasto insieme di dispositivi – scuole, caserme, fabbriche, ospedali – che modellano i comportamenti agendo sui corpi.

Mezzo secolo dopo, la questione si sposta. Le istituzioni disciplinari continuano certamente a organizzare i comportamenti. Ma ora devono fare i conti con un mondo in cui le condizioni materiali di esistenza si stanno deteriorando. La crisi climatica non costituisce solo un nuovo vincolo esterno; trasforma il quadro stesso in cui si esercita il potere.

Man mano che le ondate di calore si moltiplicano, le siccità si intensificano e gli eventi estremi diventano più frequenti, emerge una nuova domanda: chi sarà protetto? E, al contrario, chi sarà maggiormente esposto alle conseguenze del disastro ecologico?

Il carcere offre una risposta particolarmente illuminante. La detenzione si basa già su una privazione fondamentale: quella della libertà di andare e venire.

Ma quando le temperature raggiungono livelli pericolosi, questa privazione si accompagna a un’altra impossibilità. I detenuti non possono né lasciare un edificio diventato invivibile, né adattare il proprio alloggio, né scegliere i mezzi per proteggersi. La loro vulnerabilità climatica non è solo una conseguenza della loro situazione; è prodotta e gestita dall’istituzione stessa.

Questa realtà porta ad ampliare l’analisi foucaultiana. Il potere non si accontenta più di disciplinare i corpi; organizza anche la loro esposizione differenziata ad ambienti di vita più o meno abitabili. La questione ambientale rivela così una nuova dimensione del governo delle popolazioni: la gestione ineguale delle vulnerabilità ecologiche.

Questa intuizione si ricollega ai lavori di Didier Fassin sulle politiche contemporanee della vita. Attraverso le sue ricerche sulla polizia, il carcere o le frontiere, Fassin dimostra che non tutte le esistenze godono dello stesso valore sociale e politico. Alcune vite mobilitano spontaneamente i meccanismi di protezione collettiva; altre rimangono più facilmente esposte alla sofferenza, al rischio o all’abbandono.

Il carcere costituisce uno degli spazi in cui questa gerarchia appare con maggiore nitidezza. Ogni estate, i dibattiti pubblici si concentrano legittimamente sulle conseguenze delle ondate di calore sugli anziani, sui bambini o sui lavoratori esposti. La situazione dei detenuti, invece, rimane in gran parte invisibile. Come se la reclusione rendesse accettabile un livello di vulnerabilità che altrove apparirebbe intollerabile.

Eppure il cambiamento climatico agisce proprio come un rivelatore di queste disuguaglianze. Non colpisce tutti allo stesso modo. Le risorse economiche, le condizioni abitative, lo stato di salute o la posizione sociale determinano in larga misura la capacità di far fronte agli sconvolgimenti ambientali. A questo proposito, i detenuti figurano tra le popolazioni più svantaggiate.

Il rapporto pubblicato di recente da Notre Affaire à Tous sull’adattamento delle carceri al cambiamento climatico sottolinea la portata del problema. Gli istituti penitenziari francesi presentano diversi fattori di vulnerabilità: vetustà degli edifici, elevata densità di popolazione, insufficienza di spazi verdi, scarsa capacità di adattamento termico. Mentre le proiezioni climatiche prevedono episodi di caldo più frequenti e intensi, la questione non è più se queste infrastrutture ne risentiranno, ma come potranno continuare a funzionare.


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I lavori di Bruno Latour assumono quindi un valore particolare. Una delle idee centrali di Latour consiste nel dimostrare che la modernità si è costruita sull’illusione di uno scenario naturale stabile. Le istituzioni politiche, economiche e giuridiche sono state concepite come se la Terra costituisse uno sfondo immobile, indifferente alle attività umane. L’Antropocene pone bruscamente fine a questa finzione. Il clima, i suoli, l’acqua, gli ecosistemi diventano attori a pieno titolo della storia collettiva.

In altre parole, le istituzioni ereditate dal XX secolo devono ora rispondere a una nuova domanda: sono compatibili con le condizioni ecologiche del mondo che sta per venire?

Che senso ha mantenere un sistema basato sulla reclusione di massa in un contesto di degrado accelerato delle condizioni di abitabilità?

Il carcere non sfugge a questa riflessione. L’istituto penitenziario moderno è il prodotto di un’epoca caratterizzata dall’abbondanza energetica e dalla relativa stabilità climatica e delle risorse. La sua architettura privilegia il controllo, la sicurezza e la separazione. Tuttavia, queste caratteristiche sono spesso in contraddizione con le esigenze di adattamento alle temperature elevate. Le spesse mura accumulano calore, le aperture sono limitate, gli spazi esterni sono fortemente cementificati. Ciò che ieri costituiva una risposta funzionale alle esigenze di sicurezza diventa oggi un fattore che aggrava la vulnerabilità.

Di fronte a questa constatazione, è forte la tentazione di cercare soluzioni tecniche: climatizzazione, riqualificazione termica, sistemi di raffreddamento. Queste misure saranno senza dubbio necessarie. Ma non possono esaurire la questione.

Come ha dimostrato Alexandre Monnin attraverso il concetto di «reindirizzamento ecologico», le società contemporanee non possono più accontentarsi di adattare marginalmente infrastrutture concepite per un altro mondo. Devono anche interrogarsi sulla loro pertinenza, sulla loro sostenibilità e talvolta persino sulla loro ragion d’essere.

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La questione diventa quindi più radicale: che senso ha mantenere un sistema basato sulla reclusione di massa in un contesto di degrado accelerato delle condizioni di vivibilità?

Ovviamente non si tratta di affermare che il cambiamento climatico renderebbe impossibile l’esistenza delle carceri. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso modifica profondamente i termini del dibattito. Per molto tempo, le critiche rivolte all’istituzione carceraria vertevano principalmente sulla sua efficacia, sulla sua umanità o sulla sua capacità di prevenire la recidiva. L’Antropocene aggiunge una dimensione supplementare: quella della sua sostenibilità ecologica e politica.

A +4 °C, il carcere non è più solo uno strumento di punizione. Diventa un luogo in cui si concentrano le contraddizioni di un modello di società che si trova ad affrontare i propri limiti materiali. Come garantire condizioni di vita dignitose in edifici progettati per rinchiudere? Come proteggere le popolazioni detenute quando gli eventi estremi si moltiplicano? Come conciliare l’imperativo della sicurezza con quello dell’abitabilità?

Queste domande si inseriscono in una riflessione più ampia sulla responsabilità delle istituzioni nella crisi ecologica. Nel suo libro Après l’écocide, Patrick Frémeaux invita a riflettere sulle forme di distruzione sistematica delle condizioni di esistenza umane e non umane. Senza equiparare il carcere a un’impresa ecocida, la sua analisi porta a porre una domanda essenziale: quali istituzioni continuiamo a riprodurre proprio mentre le condizioni del loro funzionamento diventano problematiche?

La posta in gioco non è quindi solo penitenziaria. Riguarda l’insieme dei dispositivi attraverso i quali le nostre società organizzano la ripartizione dei rischi e delle protezioni. Il carcere appare semplicemente come un osservatorio particolarmente visibile di questa trasformazione.

Rileggere Foucault nell’era dell’Antropocene non significa applicare meccanicamente i suoi concetti alla questione climatica. Significa piuttosto estendere la sua intuizione fondamentale: il potere si esercita sempre attraverso dispositivi materiali che organizzano le possibilità di esistenza. Ebbene, questi dispositivi si trovano ora di fronte a un pianeta i cui equilibri si stanno squilibrando.

La questione politica del XXI secolo forse non è più solo quella di sapere chi sorveglia e chi punisce. È anche quella di capire chi protegge e chi espone. Chi beneficia delle infrastrutture in grado di attutire gli shock climatici? Chi, al contrario, subisce le conseguenze più dirette dello squilibrio ecologico?

A questo proposito, il carcere costituisce senza dubbio uno dei laboratori più inquietanti del nostro tempo. Esso prefigura una società in cui la pena non si misura più solo in termini di privazione della libertà, ma anche in termini di distribuzione ineguale dell’abitabilità. Una società in cui le vulnerabilità ambientali diventano esse stesse strumenti di governo.

La vera lezione politica del caldo carcerario sta forse proprio qui. Il cambiamento climatico non trasforma solo il nostro rapporto con la natura. Riconfigura in profondità le forme contemporanee del potere. E ci costringe a porci una domanda che Foucault non aveva dovuto affrontare: che ne sarà del carcere quando sarà il mondo stesso a diventare difficilmente abitabile?

In un mondo in cui l’abitabilità diventa la condizione centrale di ogni politica, continueremo a organizzare la società attorno a meccanismi di esclusione ereditati da un’altra era ecologica? Oppure accetteremo di ripensare le nostre istituzioni a partire dalla vulnerabilità condivisa degli esseri viventi?

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Autrice

Ingegnere in scienze della vita e neolaureata al Master of Science dell’ESC di Clermont-Ferrand, «Strategy and design for Anthropocene», Hélène Nogues-Brunet ha iniziato la sua carriera nella ricerca applicata nel campo della salute umana. Ha poi proseguito la sua carriera dedicandosi alla ricerca sui comportamenti e sui nuovi modelli di utilizzo per gli attori privati dei settori della cura, della bellezza, del lusso e della distribuzione. Già eletta in ambito di cittadinanza e transizione ecologica, Hélène Nogues-Brunet sviluppa una competenza che coniuga azione pubblica e trasformazione sistemica. Le sue ultime pubblicazioni (Sorvegliare, punire e reinserire nell’Antropocene, le sfide del mondo carcerario di fronte ai limiti planetari, edizioni Frémeaux et Associés 2026) approfondiscono il pensiero di Bruno Latour e si avvalgono del quadro concettuale e metodologico del «reindirizzamento ecologico», analizzando l’abitabilità dei nostri ambienti, il futuro delle nostre infrastrutture e l’era dell’Antropocene.