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Controversie sull’antisemitismo e il razzismo (1/2)
In Germania, è alla corrente denominata Wissenssoziologie, sconosciuta in Francia, che si deve la «tesi della separazione» tra antisemitismo e razzismi, tesi che si è affermata nelle scienze sociali tedesche ma che oggi è contestata da un altro filone della ricerca – altrettanto poco conosciuto. Questa seconda parte mette in luce le questioni epistemologiche della controversia, che sollevano interrogativi non solo teorici, ma anche politici e pragmatici per la lotta contro il razzismo.
Sebbene la ricerca tedesca sull’antisemitismo sia attraversata dai conflitti della società civile, questo campo di studi, che vanta già una lunga storia, non per questo manca di oggetti, questioni e una temporalità propri, relativamente autonomi rispetto alle dinamiche mediatiche, militanti e politiche[1].
Al di là delle polemiche: la ricerca tedesca sull’antisemitismo contemporaneo
Come è stato dimostrato altrove, sono stati gli studi socio-psicologici dell’Institut für Sozialforschung (Istituto per la ricerca sociale, IfS) sulla «personalità autoritaria», condotti negli anni 1940-1950 dalla prima generazione della Scuola di Francoforte (T. W. Adorno, Max Horkheimer, Leo Löwenthal, ecc.) a fungere da pioniere nella ricerca sull’antisemitismo del dopoguerra. Ma fu solo nel 1982, con la creazione del Zentrum für Antisemitismusforschung (ZfA) di Berlino, che gli studi sull’antisemitismo contemporaneo si istituzionalizzarono veramente nella Repubblica Federale Tedesca[2]. Sotto la guida dei sociologi Werner Bergmann e Rainer Erb, gli studi sull’ostilità antiebraica subiscono allora un’importante riorganizzazione: l’antisemitismo post-nazista diventa un oggetto di studio sociologico a sé stante e si autonomizza rispetto agli studi storici sul nazismo, nonché alle riflessioni filosofiche e psicoanalitiche.

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In un testo del 1986 ormai diventato un classico, i due sociologi sollevano così la questione delle trasformazioni storiche dell’antisemitismo dopo la Shoah[3]. Più precisamente, si interrogano sugli effetti della tabuizzazione pubblica dell’antisemitismo sulle sue evoluzioni dopo il 1945. Che ne è dell’antisemitismo quando perde il suo carattere di ideologia politica pur rimanendo un pregiudizio di massa, continuando a manifestarsi nella sfera privata? Che ne è dell’ostilità antiebraica in un paese «senza ebrei» (o quasi)? Bergmann ed Erb constatano che, per aggirare la «latenza comunicativa», ovvero la tabuizzazione nello spazio pubblico dell’antisemitismo moderno che richiama il nazismo, quest’ultimo deve esprimersi in forme rinnovate o codificate. Diventa quindi necessario ricorrere ad altre semantiche, meno soggette alla censura. Il negazionismo, il «rifiuto difensivo» della memoria della Shoah (detto anche «antisemitismo secondario») o l’«antisionismo» possono quindi fornire veicoli per una tale «comunicazione sostitutiva» (Ersatzkommunikation).
Ma gli autori sottolineano anche che l’espressione del risentimento può essere «deviata» o «spostata» dal punto di vista tematico, per prendere di mira gli «stranieri». Fedeli in questo alla tradizione della Scuola di Francoforte, Bergmann ed Erb ritengono che gli obiettivi dell’odio siano più o meno intercambiabili dal punto di vista della funzione psicologica che svolgono in chi nutre sentimenti razzisti. In questo quadro teorico, le differenze tra questi gruppi, reali o immaginarie, alla fine contano ben poco: il risentimento può esprimersi indifferentemente in modo antisemita, prendendo di mira figure ebraiche, oppure in modo razzista, prendendo di mira gruppi identificati come stranieri. Nella tradizione della Scuola di Francoforte, così come in quella avviata dai sociologi dello ZfA, la distinzione tra antisemitismo e razzismo esiste, ma non viene presentata sotto forma di dicotomia, nel senso di due classi che si escludono a vicenda in modo sistematico.
A partire dagli anni 2000, in un contesto in cui la «latenza comunicativa» ha iniziato a erodersi a seguito della conferenza di Durban, della Seconda Intifada e dell’11 settembre 2001, la linea di ricerca avviata da Bergmann ed Erb presso lo ZfA è stata al tempo stesso proseguita e modificata da una nuova generazione di ricercatori (Klaus Holz, Thomas Haury e Jan Weyand), che ha dato avvio a quella che oggi viene definita la Wissenssoziologie[4] dell’antisemitismo. Nata dagli approcci costruttivisti sul nazionalismo, questa nuova corrente di ricerca si considera l’erede delle due precedenti «ondate» sociologiche (la prima Scuola di Francoforte e la sociologia di Bergmann ed Erb), pur correggendole e completandole, imprimendo loro una svolta «culturale» [5].
Mentre Bergmann ed Erb avevano cercato di collegare numerosi ambiti fino ad allora separati, combinando un’analisi sociologica delle polemiche nello spazio pubblico, uno studio delle loro ripercussioni e del loro trattamento in diversi sottosistemi e istituzioni (Chiesa, giustizia, politica e università), nonché studi di opinione, il campo di competenza della Wissenssoziologie è molto più ristretto: l’obiettivo è quello di studiare l’antisemitismo moderno in quanto «visione del mondo» (Weltanschauung) che contribuisce alla costruzione delle collettività nazionali. Questo approccio propone quindi di riorientare l’analisi dell’antisemitismo attorno alla sua «semantica», di cui occorre ricostruire le strutture interne, analizzandone al contempo le variazioni storiche e la diversità dei suoi attori e delle sue funzioni, fino al periodo contemporaneo.
È proprio a questa corrente di ricerca che si deve la tesi di una separazione fondamentale tra antisemitismo e razzismi, che si è ampiamente affermata nella ricerca tedesca. Precisiamo fin dall’inizio che si tratta di una distinzione analitica, frutto di studi empirici (essenzialmente analisi del discorso). Essa rimanda meno a una differenza di natura che distingua ad aeternitatem l’antisemitismo dai razzismi, come se si trattasse di essenze immutabili, quanto piuttosto alla constatazione di una differenziazione storica relativamente stabile dei due fenomeni, dal punto di vista delle semantiche mobilitate. Non si può quindi confondere questo risultato con una tesi politica formulata a priori, che attribuisca all’antisemitismo uno status di eccezionalità rispetto ai razzismi. Inoltre, lo scopo di questa «tesi della separazione» non è quello di mettere gli uni contro gli altri, inducendo una forma di gerarchia tra questi fenomeni. Infine, non bisogna nemmeno vederla come un rifiuto di integrare, sul piano pratico, la lotta contro l’antisemitismo all’interno di lotte antirazziste più ampie. Gli studi di Klaus Holz, Thomas Haury e Jan Weyand ne sono la prova: gli autori insistono invece sulla necessità di riflettere sull’articolazione e sull’intreccio tra antisemitismo e razzismi. Ma ciò implica logicamente di identificare questi fenomeni nella loro differenza, che sarebbe di natura categoriale.

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Oggi, questa «tesi della separazione» è contestata da una parte della ricerca, che cerca di dimostrare che l’ l’antisemitismo debba essere considerato una forma di razzismo. Va precisato che i rispettivi sostenitori di queste due tesi non formano due «schieri» omogenei dal punto di vista epistemologico o politico. Al fine di introdurre a questo dibattito e alla possibilità di una discussione produttiva, opereremo qui una selezione tra i partecipanti a questa controversia scientifica. Tra coloro che ritengono che l’antisemitismo sia fondamentalmente distinto dalle forme di razzismo, privilegiamo i sostenitori della Wissenssoziologie, i quali rilevano certamente una differenza semantica fondamentale tra antisemitismo e razzismo, ma al fine di riflettere meglio sulla loro articolazione, senza gerarchizzare o dare priorità a questa o quella lotta. Tra coloro che vedono nell’ l’antisemitismo una delle forme del razzismo, ci concentreremo su coloro che ne riconoscono le specificità storiche, semantiche e funzionali.
Differenza categoriale o continuum? L’attuale controversia tedesca sull’antisemitismo e i razzismi
Per i rappresentanti della Wissenssoziologie dell’antisemitismo[6], l’antisemitismo moderno, in quanto «visione del mondo» nata alla fine del XVIII secolo, non può essere ridotto a un semplice insieme di pregiudizi o stereotipi ostili agli ebrei: se pure si rivolge proprio a questi ultimi, la sua funzione principale è quella di costruire un’immagine positiva del «noi». Storicamente e strutturalmente legata al nazionalismo, che ne costituisce l’«ideologia guida», la semantica antisemita ha una dimensione al tempo stesso cognitiva, emotiva e normativa. Essa costruisce una «immagine del mondo» all’interno della quale le identità dei diversi gruppi «nazionali» vengono costruite e articolate in un «insieme significativo» (Sinnzusammenhang), contrapponendo in modo dicotomico e manicheo l’«immagine di sé» (Selbstbild) positiva di un collettivo nazionale a quella, costruita come suo riflesso speculare e negativa, dell’«ebreo». In questo senso, ogni comunicazione antisemita, ieri come oggi, veicola non solo una «visione del mondo», ma anche una «politica dell’identità». Gli autori danno così una nuova svolta alla tesi, sostenuta recentemente da David Nirenberg nel suo monumentale Antijudaïsme, secondo cui la figura dell’«ebreo» avrebbe in Occidente una funzione «ermeneutica».
Uno dei principali contributi della nuova Wissenssoziologie consiste nel dimostrare, attraverso un’approfondita ricerca storica basata su un ampio corpus che va dalla fine del XVIII secolo ai giorni nostri[7], in che modo questa semantica antisemita si distingua dalle altre forme di alterizzazione solitamente raggruppate sotto il concetto generico di razzismo[8]. Certamente, come in queste altre forme, il gruppo ebraico, nell’antisemitismo, è oggetto di una «etnicizzazione» − il gruppo alterizzato viene ricondotto a una genealogia comune − e di un’essenzializzazione o «ontologizzazione» − gli individui del gruppo alterizzato sono concepiti come dotati di caratteristiche immutabili e negative. Questa duplice operazione produce l’ immagine di un gruppo «inassimilabile» all’interno della società maggioritaria. In questo senso l’antisemitismo contiene ovviamente una dimensione razzista. E come nel razzismo, il superamento della «differenza» è considerato nell’antisemitismo moderno come al tempo stesso impossibile e indesiderabile. Infine, l’antisemitismo permette, come nel razzismo, sia la valorizzazione del «noi» sia la svalutazione dell’altro, e può servire a legittimare diverse forme di oppressione.
Nonostante questi punti in comune, Holz, Haury e Weyand intendono dimostrare che, nelle ideologie nazionaliste, l’«ebreo» riveste un ruolo a sé stante. La singolarità della semantica antisemita sarebbe caratterizzata da una rete di opposizioni binarie, in particolare le coppie di antonimi «comunità vs. società», «vittime vs. carnefici » e «identità vs. non-identità», che collocano la figura dell’«ebreo» dalla parte della modernità piuttosto che dell’arcaismo[9], dalla parte del potere piuttosto che dell’inferiorità e, più fondamentalmente, dalla parte di un «terzo» che non trova il proprio posto nelle dicotomie che oppongono il «nazionale» allo «straniero». Gli «ebrei» della semantica antisemita non sono infatti semplicemente «stranieri» tra gli altri, né tantomeno «nemici interni», ma un gruppo che rappresenta un’alterità parassitaria all’interno di ogni corpo nazionale: un «anti-popolo», un’«identità non identica» che, con la sua stessa esistenza, mette in discussione non questa o quella nazione, ma «l’ordine nazionale del mondo»[10], motivo per cui deve essere distrutto, e non dominato o sfruttato in modo eccessivo. Quando Michel Feher evoca nel suo ultimo libro il «disordine nell’identificazione» provocato dalla figura dell’«ebreo» nel discorso antisemita, segue così involontariamente le orme della Wissenssoziologie tedesca[11].

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Sebbene Holz, Haury e Weyand non ritengano che l’antisemitismo possa essere considerato una forma di razzismo, ne riconoscono comunque l’articolazione. La loro analisi dei discorsi dell’estrema destra contemporanea è a questo proposito estremamente interessante. Certo, il master frame dell’estrema destra è oggi indiscutibilmente il razzismo, e non l’antisemitismo. La maggior parte degli alti dirigenti dei movimenti nazionalisti occidentali rifiuta ormai ufficialmente quest’ultimo, riconosce la realtà della Shoah, sostiene lo Stato di Israele e si presenta come uno «scudo» a protezione degli ebrei di fronte all’«islamogauche». Si tratta di una strategia politica trasparente volta a «ripulirsi» e a presentarsi come difensori della «civiltà» di fronte alla «barbarie» .
Il contributo della Wissenssoziologie consiste tuttavia nel mostrare come questa strategia permetta anche di riattivare di nascosto la visione del mondo antisemita più classica. Questa si esprime, ad esempio, nell’uso del mito della «grande sostituzione». Oggi molto diffuso nell’estrema destra occidentale, questo ideologema rimanda all’idea secondo cui l’attuale presunta «sommersione migratoria» sarebbe orchestrata da élite «globaliste» e «cosmopolite» che mirano a distruggere, favorendo il meticciato, le identità e le culture nazionali. In questo discorso, la nazione ha due nemici ben distinti: uno è visibile, troppo numeroso, ma inferiore; l’altro è invisibile e misterioso, ma diabolicamente potente. Sebbene i colpevoli che «tirano le fila» non siano sempre chiaramente indicati come ebrei, l’intera costruzione semantica invita a riconoscerli come tali: la Wissenssoziologie parla in questo caso di un antisemitismo «strutturale» o di un «proto-antisemitismo», non completamente «attualizzato»[12]. Il mito del «grande rimpiazzo» permette così di illustrare la «tesi della separazione» e dimostra che è possibile sostenerla senza mettere l’antisemitismo e il razzismo l’uno contro l’altro.
Queste analisi, che hanno permesso di consolidare la distinzione categoriale tra antisemitismo e razzismo nella ricerca tedesca, sono state oggetto di critiche, provenienti in particolare dagli studi sui razzismi, un campo che in Germania non è ancora pienamente istituzionalizzato[13]. La critica più articolata finora è quella sviluppata nei lavori del filosofo Urs Lindner[14]. Il suo approccio presenta il grande vantaggio di mettere in dialogo, da un punto di vista teorico, i critical race studies anglosassoni, che rappresentano oggi un avamposto della ricerca sui razzismi, e la tradizione tedesca della ricerca sull’antisemitismo. Individuando sia i punti ciechi che i contributi epistemici di ciascuno di questi due campi, Urs Lindner finisce per fonderli, nell’ambito di una teoria «multidirezionale» del razzismo, che integra pienamente l’antisemitismo al suo interno[15].
Il filosofo dimostra così che la «tesi della separazione» è plausibile solo in alcuni contesti storici, ad esempio se si confronta l’antisemitismo nazista con il razzismo contro i neri legato alla storia della schiavitù, o con alcuni razzismi coloniali. In questi esempi, le opposizioni sopra menzionate sono pertinenti: l’antisemitismo attribuisce poteri superiori alle proprie vittime e le identifica con alcuni tratti tipici delle società moderne (con la «civiltà»), mentre il razzismo (anti-nero o coloniale) le considera inferiori, le assimila a una cultura premoderna e arcaica, o le avvicina alla «natura»; l’antisemitismo mira allo sterminio degli ebrei, mentre questi razzismi, al contrario, rientrerebbero nella sfera del dominio e del supersfruttamento, ecc. [16].
Ma non appena si prende in considerazione un numero maggiore di forme di antisemitismo – dato che l’ostilità antiebraica ha assunto numerose forme nello spazio e nel tempo – e di razzismi – quali, ad esempio, l’antiziganismo, l’islamofobia, il razzismo anti-asiatico e anti-cinese, il razzismo anti-tutsi, ecc. –, la «tesi della separazione» perde la sua ovvietà se intesa in modo dicotomico. Pertanto, il razzismo anti-cinese o «sinofobia», proprio come l’islamofobia, può assumere anche forme complottistiche e attribuire caratteristiche di sovrapotenza e ipermodernità ai gruppi presi di mira[17]. In entrambi questi casi, lo schema dell’«inferiorizzazione» e dell’«arcaizzazione» non funziona appieno.
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D’altra parte, il razzismo anti-tutsi e l’ideologia «hamitica» che lo sostiene rivelano parallelismi sorprendenti con l’antisemitismo, in particolare nella costruzione dell’opposizione tra gli hutu autoctoni – il popolo ruandese «autentico», i «veri africani» oppressi – e i tutsi «invasori» – definiti in modo infamante «falsi negri» o «ebrei dell’Africa »[18]. Urs Lindner dimostra così che il mantenimento a tutti i costi della «tesi della separazione», che mira a preservare due «categorie pure» e reciprocamente esclusive, l’antisemitismo e il razzismo, invece di riconoscere la complessa ibridazione dei fenomeni di oppressione, comporta conseguenze assurde: si dovrebbe infatti affermare che gli «ebrei dell’Est» (Ostjuden), che nella Germania di fine Ottocento erano considerati «immigrati arretrati», «sporchi» e «diffusori di malattie», fossero vittime di «razzismo», e non di antisemitismo, e che i Tutsi siano stati vittime non di razzismo, ma soprattutto di antisemitismo. È quindi opportuno chiedersi se la separazione del concetto di antisemitismo dalle sue vittime ebree, così come la distinzione concettuale costruita su queste due opposizioni (superiorità/inferiorità; sterminio/dominazione), apporti più chiarezza che rischi di confusione.
In un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista Patterns of Prejudice, Urs Lindner critica inoltre altre tre ipotesi che sostengono regolarmente la tesi della separazione categoriale:
1 – Mentre l’antisemitismo sarebbe una «visione del mondo» totale che permette di spiegare il mondo sociale, i razzismi, anche nelle loro forme ideologiche più elaborate, non avrebbero questa funzione esplicativa globale;
2 – Mentre l’antisemitismo farebbe dell’«ebreo» una «figura del terzo», ovvero un elemento che turba ogni forma di identificazione nazionale o razziale (principio di «non-identità»), i razzismi procederebbero per othering (alterizzazione), trasformando il gruppo razzializzato in un «altro» dai contorni precisi e identificabili, attribuendogli un posto determinato, sebbene subalterno, nell’ordine del mondo, a cui gli ebrei non avrebbero diritto;
3 – Mentre l’antisemitismo sarebbe un’ideologia «proiettiva» in tutto e per tutto «chimerica», secondo la formula dello storico Gavin I. Langmuir, i discorsi razzisti si baserebbero invece su generalizzazioni abusive e su una visione distorta della realtà, pur contenendo un «briciolo di verità», nel senso che mantengono un certo rapporto con la realtà fenomenica.
Urs Lindner riesce a dimostrare in che modo queste tre ipotesi, pur indicando tendenze comprovate, non reggano se considerate in modo assoluto. Infatti:
1 – Anche le teorie sulle «lotte razziali» del XIX e XX secolo costituiscono ideologie che consentono di spiegare il corso del mondo e i suoi mali;
2 – Come ha dimostrato Magdalena Freckmann, la «figura del terzo» individuata dalla Wissenssoziologie all’interno dell’antisemitismo si ritrova anche nei discorsi antiziganisti, poiché la figura dello «zingaro» può anch’essa incarnare una non-identità che minaccia la costituzione del proprio collettivo, sebbene in modo diverso rispetto agli «ebrei»;
3 – L’argomentazione secondo cui l’antisemitismo sarebbe di natura perfettamente «proiettiva» e «chimerica» vale certamente per gran parte delle sue manifestazioni (si pensi ad esempio all’accusa di «omicidi rituali» che risale al Medioevo, alle fantasie dei Protocolli dei Savi di Sion, alle chimere negazioniste, al mito del «grande rimpiazzo», in cui spesso sono figure ebraiche, come George Soros, a orchestrare la presunta «inondazione migratoria», alla teoria cospirazionista dello Zionist Occupation Government, ecc.), ma nemmeno in questo caso la rigida opposizione tra antisemitismo e razzismi regge. Non si capisce infatti perché, da un lato, l’idea razzista di un «ritardo mentale congenito» delle persone di colore dovrebbe essere meno «fantastica» di quella di un’intelligenza superiore delle persone ebree; d’altra parte, tale argomentazione potrebbe portare a trascurare tutte le forme di antisemitismo «relativo a Israele»: infatti, in questo caso, è proprio il ben reale conflitto israelo-palestinese ad essere utilizzato per illustrare l’idea antisemita di una «natura diabolica» degli ebrei. Pertanto, sia l’antisemitismo che i razzismi riorganizzano elementi del reale o si basano su di essi per produrre un’immagine che tuttavia non ha alcun corrispettivo nella realtà. Ritenere che l’antisemitismo rientri sempre in un proiettivismo «integrale», mentre i razzismi contengano sistematicamente una parte di «verità » costituisce una distinzione discutibile, in quanto questa tesi sembra attribuire ai razzismi una forma di legittimità epistemica, negata (a ragione) alle rappresentazioni antisemite [19]. Una posizione autenticamente costruttivista dovrebbe essere in grado di superare questa opposizione sterile, pur distinguendo diversi livelli di delirio nelle fantasie razziste e antisemite.
Anziché una differenza dicotomica, Urs Lindner rileva piuttosto una sovrapposizione tra i diversi fenomeni, motivo per cui preferisce alla tesi della «separazione» quella di un «continuum a cluster[20] », che va dall’«inferiorizzazione» quasi assoluta – di cui, secondo lui, un esempio significativo sarebbe il razzismo contro i neri – all’associazione di un gruppo a una minaccia assoluta (threatization), il cui esempio storico più eloquente sarebbe senza dubbio l’antisemitismo moderno, in cui l’«ebreo» viene costruito come «il nemico del genere umano». Secondo questa prospettiva, i risultati principali della Wissenssoziologie dell’antisemitismo vengono sostanzialmente mantenuti, ma riorganizzati all’interno di una teoria più onnicomprensiva e materialista del razzismo, ormai fondata sul concetto di «oppressione[21]». Come ha ricordato Urs Lindner nel suo intervento al convegno internazionale Critical Theories of Antisemitism, tenutosi al Centre des colloques di Aubervilliers dal 18 al 20 giugno 2026, ciò non significa affatto che si debba rinunciare a sottolineare le specificità dell’antisemitismo, né tantomeno smettere di distinguere l’antisemitismo come questione politica specifica all’interno delle lotte antirazziste: ciò può addirittura essere una necessità, vista la tendenza che talvolta si ha a trascurarlo.
La sezione precedente offre un’idea dell’approccio comparativo e interdisciplinare che una parte della ricerca tedesca, in particolare presso lo ZfA di Berlino, ha sempre incoraggiato, a partire dalla conferenza sull’islamofobia e l’antisemitismo che ha segnato una svolta alla fine degli anni 2000 fino ai lavori sull’intreccio tra antisemitismo e razzismi degli ultimi anni. Sarebbe sicuramente utile trarre ispirazione in Francia da questa istituzione dinamica, poiché rappresenta un modello in termini di longevità, produttività, rigore ed etica del dibattito. Orientandosi sempre più, nel corso del proprio sviluppo, verso lo studio dei genocidi nella loro pluralità, dell’estrema destra, delle forme di razzismo, nonché verso gli studi di genere, lo ZfA ha contribuito a rafforzare la possibilità di trasferimenti epistemici tra diversi campi di studio. Più fondamentalmente, le ricerche tedesche sull’antisemitismo, o almeno una parte di esse, mostrano come questa questione, oggi ampiamente appropriata da intellettuali e movimenti conservatori, possa essere reintegrata nell’ambito delle teorie e delle scienze sociali critiche. La posta in gioco non è solo scientifica, ma anche politica. Si tratta di elaborare, senza ingenuità, analisi, concetti e modelli che consentano una politica di alleanza tra le lotte antirazziste e antiantisemite, in un momento in cui l’estrema destra minaccia di arrivare al potere un po’ ovunque nel mondo.
Note
[1] Per una storia più approfondita, si veda l’introduzione alla nostra antologia, Pensare l’antisemitismo contemporaneo, Éditions de l’Aube, maggio 2026.
[2] Lo ZfA è stato diretto dal 1982 al 1990 dallo storico Herbert A. Strauss, poi da Wolfgang Benz fino al 2011. Da allora, è Stefanie Schüler-Springorum a guidare l’istituzione.
[3] Werner Bergmann e Rainer Erb, «Latenza comunicativa, morale e opinione pubblica. Considerazioni teoriche sull’antisemitismo nella Repubblica Federale di Germania» (1986), tradotto da Loïc Windels, in Bruno Quélennec e Salima Naït Ahmed (a cura di), Penser l’antisémitisme contemporain.
[4] Il termine Wissenssoziologie (letteralmente: «sociologia del sapere») viene spesso tradotto in francese con «sociologia della conoscenza» e collegato all’opera di Karl Mannheim o di Max Scheler. Una delle principali fonti di ispirazione degli autori qui discussi va tuttavia ricercata altrove: nella «teoria dei sistemi», ancora poco conosciuta in Francia, del sociologo Niklas Luhmann.
[5] Klaus Holz, Nationaler Antisemitismus. Wissenssoziologie einer Weltanschauung, Hamburger Edition, 2001; Thomas Haury, Antisemitismus von Links. Kommunistische Ideologie, Nationalismus und Antizionismus in der früheren DDR, Hamburger Edition, 2002; Jan Weyand, Historische Wissenssoziologie des modernen Antisemitismus. Genesi e tipologia di una formazione del sapere sull’esempio del discorso di lingua tedesca, Wallstein, 2016; Klaus Holz e Thomas Haury, Antisemitismo contro Israele, Hamburger Edition, 2021; Klaus Holz e Jan Weyand, La figura del Terzo. Sulla sociologia dell’antisemitismo, Hamburger Edition, 2026.
[6] Si vedano i loro vari contributi nella nostra antologia (cfr. nota 1).
[7] Klaus Holz analizza nella sua opera del 2001 testi antisemiti di varia natura (articoli di giornale, discorsi politici, interventi di intellettuali, ecc.), sempre ricollocati nei loro contesti storico-politici e intellettuali, dalla polemica di Heinrich von Treitschke (1879) al caso Kurt Waldheim (1985-1986), passando per Mein Kampf, i testi di Édouard Drumont e le campagne antiebraiche degli anni ’50 nel blocco dell’Est.
[8] Il concetto di «semantica razzista» qui presentato è ampio: non riduce il razzismo a un’ideologia fondata su un concetto pseudoscientifico e biologizzante di «razza», ma include ciò che dagli anni ’80-’90 viene definito «razzismo senza razza» (o razzismo «culturale»). In questo quadro teorico, l’islamofobia, costruita sulla razzializzazione dell’appartenenza religiosa, ne è ovviamente parte integrante.
[9] Secondo Holz, Haury e Weyand, la visione del mondo antisemita permette di «risolvere» il conflitto moderno fondamentale tra Gesellschaft e Gemeinschaft, tra le esigenze di «integrazione sociale» e quelle del «mondo vissuto comunitario». Nella semantica antisemita, l’«ebreo» viene identificato con alcuni aspetti, giudicati negativamente, della modernità socio-economica (capitalismo), politica (parlamentarismo, nascita dello spazio pubblico borghese e sviluppo della stampa, emancipazione delle donne, liberalismo e socialismo), culturale o artistica. Esso personifica la Gesellschaft che minaccia l’unità della «nostra» «comunità» nazionale tradizionale (Gemeinschaft), concepita come un tutto organico, omogeneo, laborioso e armonioso. In questo senso, l’antisemitismo nazionale è spesso legato a un discorso di reazione antimoderna alla modernità, tipico della Kulturkritik conservatrice sin dal XIX secolo. In una società differenziata dal punto di vista funzionale, in cui i rapporti di subordinazione personale hanno lasciato il posto a forme di dominio più astratte, anonime e opache, l’idea di Gemeinschaft evoca l’immagine rassicurante di una vita coerente, pacifica e solidale. Poiché la realizzazione di questo ideale comunitario è strutturalmente irrealizzabile nelle condizioni moderne, i fallimenti del nazionalismo devono essere spiegati attraverso la costruzione di figure nemiche (Feindbilder), come quella dell’«ebreo», ritenuto responsabile di tutti i mali legati alla Gesellschaft.
[10] Cfr. Klaus Holz e Jan Weyand, Die Figur des Dritten. Zur Soziologie des Antisemitismus, Hamburger Edition, 2026. Per la Wissenssoziologie, il «diventare sionista» di una parte dell’ebraismo, che può essere inteso come un tentativo di «normalizzazione» o di «assimilazione» all’«ordine nazionale del mondo», non sconvolge in profondità la semantica antisemita. Essi dimostrano così come essa persista nei suoi tratti strutturanti dopo la Shoah e la fondazione di Israele, e che si nutra addirittura di questi due eventi fondamentali della storia ebraica del XX secolo per rinnovarsi.
[11] Michel Feher, Redevenir juif, La Découverte, 2026, p. 171.
[12] Michel Feher (p. 108) mostra che questa «attualizzazione» potrebbe realizzarsi proprio dove forse meno ce lo si aspettava: tra le file del movimento MAGA, alla ricerca di una «coerenza ideologica», in particolare nei circoli complottisti vicini al vicepresidente statunitense JD Vance, che oggi, di fronte al fallimento della guerra in Iran, non esitano più a sfoderare l’antisemitismo più tradizionale, anche contro Israele.
[13] Le cause di questo ritardo sono molteplici: paese di immigrazione dal dopoguerra, la Repubblica Federale di Germania si è riconosciuta come tale solo tardivamente, negli anni 2000, poiché per lungo tempo ha prevalso l’ipotesi di un «ritorno» dei «lavoratori ospiti» nel «paese d’origine». Inoltre, la storia coloniale tedesca in Africa, oggi molto presente nel dibattito pubblico, è stata a lungo trascurata. Infatti, è stato solo con il moltiplicarsi dei crimini e degli attentati razzisti di estrema destra, come quelli del National-Sozialistischer Untergrund (NSU), scoperti nel 2011, di Halle (2019) o di Hanau (2020), ma anche con l’ascesa di movimenti islamofobi come PEGIDA e, soprattutto, dell’AfD, entrata nel Bundestag nel 2017, che si sono potute sviluppare e finanziare vere e proprie ricerche scientifiche sul razzismo al di fuori degli ambiti militanti. Questi lavori traggono inoltre beneficio dai contributi degli studi anglosassoni (Critical Race Studies e Critical Whiteness Studies), nonché da quelli degli Postcolonial Studies.
[14] Si veda in francese, Urs Lindner, «La singolarità della Shoah e la cultura della memoria tedesca di fronte alla sfida coloniale. Un bilancio della “querelle degli storici 2.0”» (2022), tradotto da Loïc Windels, in Bruno Quélennec e Salima Naït Ahmed (a cura di), Penser l’antisémitisme contemporain.
[15] Si tratta di una prospettiva teorica sostenuta anche in diversi recenti lavori anglosassoni, in particolare da Jonathan Judaken, Critical Theories of Antisemitism, Columbia University Press, 2024.
[16] Si tratta di una distinzione relativamente nota in Francia sin dai lavori di Vladimir Jankélévitch e Jeanne Hersch negli anni ’60.
[17] Cfr. Ya-Han Chuang, «Sinofobia e razzismo anti-asiatico alla luce del Covid-19», De facto, vol. 19, 2020; Reza Zia-Ebrahimi, Antisemitismo e islamofobia. Una storia incrociata, Amsterdam, 2021.
[18] Jean-Chrétien Chrétien e Marcel Kabanda, Ruanda, razzismo e genocidio. L’ideologia hamitica, Belin, 2013.
[19] Quest’ultima tesi non è sostenuta dalla Wissenssoziologie, ma da altri studiosi che si occupano di antisemitismo (in particolare Samuel Salzborn e Monika Schwarz-Friesel). Era al centro del dibattito degli anni 2010 sul confronto tra antisemitismo e islamofobia.
[20] Cfr. Urs Lindner, «Categorial difference or continuum? Revisiting the relationship between antisemitism and racism», Patterns of Prejudice, 2026 (di prossima pubblicazione).
[21] Uno degli altri progetti teorici in corso consiste nel determinare, nell’ambito di una teoria sociale materialista, il carattere «strutturale» o «sistemico» dell’antisemitismo contemporaneo, che viene spesso contestato dagli intellettuali e dagli ambienti antirazzisti, sia per ragioni valide che per ragioni errate. Per un primo tentativo in tal senso, cfr. Collettivo anonimo, «Più bianco del bianco. Rivolta e antisemitismo», Stoff, n. 1, 2019.
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