La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?

Le prove confermano questa narrativa? Oppure indicano piuttosto che una “guerra ibrida” — una campagna di guerra psicologica — sia condotta proprio dall’establishment UE-NATO contro la propria popolazione?


www.asterios.it

30 anni di libri per il mondo che cambia


Se pensate che il nostro lavoro abbia un qualche valore — anche minimo — Vi preghiamo di prendere in considerazione l’opportunità di sostenerci. Vi chiediamo di visitare la pagina del nostro sito SOSTIENI ACRO-POLIS cliccando sul seguente link: https://www.acro-polis.it/sostieni-acro-polis/

Questo è un articolo che avevo intenzione di scrivere da molto tempo, sin dall’isteria sui «droni russi» della fine del 2025, ma gli impegni della vita mi hanno impedito di farlo. L’ultima ondata di affermazioni sulla «guerra ibrida russa» mi ha finalmente spinto a mettermi all’opera. Per quanto ne so, si tratta dell’analisi critica più dettagliata della narrativa della «guerra ibrida russa» pubblicata finora — ed è anche per questo che è piuttosto lunga. Come sempre, commenti, correzioni e integrazioni sono benvenuti.

Ultimamente, in Europa non passa giorno senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una implacabile “guerra ibrida” che la Russia sta conducendo contro l’Europa — una guerra che comprende incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici e altro ancora. Ci viene detto che ciò «comprende complotti per collocare ordigni incendiari a bordo di aerei cargo della DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e incendiare magazzini e centri commerciali in tutta Europa», oltre ad «atti di sabotaggio contro le aziende e l’industria della difesa in Europa», e «attacchi alle infrastrutture critiche europee» — ma anche, a quanto pare, l’invio di agenti segreti incaricati di defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi. Ci viene inoltre detto che «tali attacchi hanno avuto inizio poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022» e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, «l’Europa sta affrontando una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo».


Leggi e compra il testo!


Le tensioni si sono intensificate drasticamente il mese scorso dopo che la Germania ha formalmente attribuito alla Russia un tentativo di attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle; secondo quanto riferito, le successive indagini hanno ricondotto l’operazione ai servizi segreti militari russi. Ciò ha alzato notevolmente la posta in gioco: si è trattato di uno degli incidenti più gravi sul suolo tedesco mai ufficialmente attribuiti a Mosca da Berlino — sebbene “fallito”. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha affermato che l’attacco «rientra in un quadro più ampio di operazioni ibride russe in Europa».

Nel giro di poche ore, i leader dell’UE e della NATO in diverse capitali non solo avevano accettato l’attribuzione, ma avevano anche concordato sul significato dell’incidente: parte di una campagna coordinata, con un movente noto, che richiedeva una risposta predeterminata, ovvero sanzioni e un maggiore sostegno all’Ucraina. « Le prove sono chiare», ha affermato il segretario generale della NATO Mark Rutte, lo stesso giorno dell’annuncio del governo tedesco — sebbene a quel punto i tedeschi non avessero ancora condiviso alcuna prova, né con l’opinione pubblica né, a quanto pare, con gli altri governi dell’UE e della NATO. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che l’attacco era una chiara prova del fatto che «la minaccia ibrida russa contro gli europei… si è intensificata». Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha avvertito che il confronto della Russia con l’Europa stava diventando sempre più «cinetico», aggiungendo che «la Russia è in guerra con l’Europa». «Questa è la nuova normalità», ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. A conferma di ciò, solo poche settimane dopo, il 29 settembre, il governo estone ha ufficialmente accusato i servizi speciali russi di aver commissionato un incendio doloso all’edificio della società di difesa estone Milrem — un’ulteriore grave escalation rispetto al precedente schema di attribuzioni presunte ma non ufficiali alla Russia.

Avvertimenti su un peggioramento della situazione

Nel frattempo, ci viene costantemente detto che la Russia intende intensificare ulteriormente la tensione — ovvero, che dovremmo prepararci ad attacchi molto più gravi contro l’Europa, forse proprio dietro l’angolo. Nel giro di pochi giorni, è stato riferito che «funzionari dei servizi segreti europei hanno sollevato la possibilità di un imminente test russo nei confronti della NATO, con uno di loro che ha affermato che un potenziale attacco potrebbe verificarsi nel giro di ‘mesi, non anni’»; che, secondo l’FBI, «la Russia sta pianificando omicidi mirati negli Stati Uniti e in diversi paesi europei»; e che esiste un rapporto della CIA che mette in guardia Italia, Francia e Spagna da una potenziale operazione russa che prevede attacchi con droni lanciati da navi mercantili nel Mar Mediterraneo, o almeno così il giornalista che ha pubblicato lo «scoop» su El Mundo ha affermato di aver appreso da una fonte anonima vicina al Ministero della Difesa lituano.

L’articolo ha ricevuto un’enorme copertura mediatica a livello globale — eppure, in meno di 24 ore, sia il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto che Macron hanno fermamente smentito di aver ricevuto alcun avvertimento del genere e hanno respinto le affermazioni come infondate, suggerendo che la notizia fosse stata inventata dalla «fonte anonima» o dallo stesso giornalista. L’episodio dimostra inoltre che tali affermazioni, soprattutto quando presentate senza alcuna prova a sostegno, debbano essere trattate con estrema cautela — in particolare quando si basano, fin dall’inizio, su una logica traballante. In questo caso, ad esempio, ci si può ragionevolmente chiedere quale interesse avrebbe la Russia ad attaccare la Spagna e l’Italia, due dei sostenitori meno entusiasti della guerra infinita in Ucraina.


Leggi e compra il testo!


Ma ci sono state affermazioni ancora più bizzarre. Nelle ultime settimane, all’interno della NATO si è diffuso un messaggio coordinato secondo cui la Russia potrebbe stare preparando un «attacco sotto falsa bandiera… nei prossimi mesi» — ovvero un attacco con droni o missili che la Russia sosterrebbe poi essere stato un «incidente» o che tenterebbe addirittura di attribuire all’Ucraina. Ma in che modo la Russia trarrebbe vantaggio da uno di questi scenari? Entrambi si sono già verificati — ci sono stati diversi casi di droni russi e ucraini vaganti che sono entrati nello spazio aereo della NATO vicino al confine con l’Ucraina (vedi sotto) — e l’unico effetto è stato quello di irrigidire la posizione della NATO. Inoltre, se la Russia mirasse a una negabilità plausibile, perché avrebbe presumibilmente lasciato le sue impronte ovunque nel tentativo di attacco con droni a Lipsia/Halle? E come si conciliano queste affermazioni con quella opposta, secondo cui la Russia potrebbe lanciare un attacco aperto contro un paese della NATO «entro pochi mesi», come hanno recentemente affermato i servizi segreti danesi? Qual è la verità? Ma non ci si aspetta che poniamo domande o che sottolineiamo le incongruenze della storia; ci si aspetta semplicemente che crediamo a ciò che ci dicono i nostri media e i nostri governi.

La Russia sta per attaccare? Nemmeno la NATO ne è sicura

Naturalmente, nessuno di noi ha modo di sapere cosa la Russia abbia in mente di fare, soprattutto considerando che si tratta di una situazione dinamica in cui le azioni della Russia sono influenzate da quelle della NATO e viceversa. Il presidente russo Vladimir Putin, dal canto suo, nega tutte le accuse e ha ripetutamente affermato — da ultimo il 19 settembre — che la Russia non ha « non ha intenzioni aggressive nei confronti dell’Europa o dei paesi europei» ed è pronta a ristabilire le relazioni e a cooperare con i propri vicini europei — accusando al contempo i leader europei di sfruttare la presunta minaccia russa per giustificare le proprie politiche e cercare un’escalation con Mosca. Naturalmente, si potrebbe obiettare che se la Russia fosse pronta ad attaccare, non lo direbbe in anticipo agli europei, e quindi le sue parole non dovrebbero essere prese alla lettera.

Questo è vero, ovviamente. Allo stesso tempo, nella misura in cui la maggior parte degli Stati sono attori razionali che tendono a pensare e ad agire in modo strategico — e la Russia rientra certamente in questa descrizione — ci si può chiedere quale interesse razionale o strategico avrebbe la Russia nel lanciare un attacco contro l’Europa che potrebbe facilmente sfociare in una guerra totale tra la NATO e la Russia, soprattutto considerando che il rifiuto della Russia, finora, di reagire con misure di pari entità agli attacchi ucraini — sostenuti dalla NATO — sul proprio territorio, compresi quelli contro i civili, è stato probabilmente motivato proprio dal desiderio di evitare un simile esito. È interessante notare che tale scetticismo è condiviso persino da alcune voci all’interno dell’establishment della NATO.

Il servizio di intelligence estero dell’Estonia, ad esempio, ha scritto nel suo Rapporto annuale 2026, pubblicato a febbraio: « Non c’è… motivo di panico. Secondo la valutazione del Servizio di intelligence estone, la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare militarmente l’Estonia o qualsiasi altro Stato membro della NATO nel prossimo anno. Probabilmente giungeremo a una valutazione simile anche l’anno prossimo”. Persino il presidente finlandese Alexander Stubb, altrimenti molto intransigente nei confronti della Russia, ha respinto gli avvertimenti di altri leader europei secondo cui la Russia potrebbe attaccare la NATO nel prossimo futuro, affermando che i servizi segreti di Helsinki non vedono alcuna prova di una minaccia militare imminente. «Non vediamo prove in tal senso», ha detto Stubb. «Dai nostri servizi di intelligence emerge che vi sia attività, ma al momento non vi è alcuna minaccia militare imminente». Infatti, come riportato da Politico, anche la valutazione ufficiale della NATO rimane quella secondo cui non vi è alcuna minaccia imminente: «Al momento, non vediamo alcuna minaccia imminente di attacco», ha affermato un funzionario della NATO parlando a nome dell’organizzazione. Il 29 settembre, in una conferenza stampa congiunta della NATO, il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha dichiarato di aver chiesto a Mark Rutte prove concrete provenienti dai servizi segreti che la Russia stesse preparando un attacco imminente, ricevendo conferma che non ne esistono. «Ho chiesto [a Rutte]: ci sono prove, prove concrete, che la Russia stia pianificando qualcosa? Ma in realtà non c’è nulla», ha detto.

Ciò dimostra che anche le valutazioni della stessa NATO sono altamente contraddittorie. In termini di opinione pubblica, tuttavia, ciò fa poca differenza, poiché le affermazioni relative a un attacco imminente prevalgono di gran lunga sulle valutazioni più caute, che in genere ricevono pochissima copertura mediatica. In ogni caso, in assenza di prove che indichino una direzione piuttosto che un’altra, le speculazioni sugli scenari futuri rimangono in definitiva solo questo: speculazioni — soprattutto considerando che dobbiamo presumere che la posizione della Russia non sia fissa, ma sia inevitabilmente influenzata dalle azioni della NATO. Ciò che possiamo valutare con una certa certezza è ciò che la Russia ha fatto finora — il che, a sua volta, ci fornisce la migliore visione possibile su ciò che potrebbe fare in seguito. La domanda che occorre porsi è quindi: le prove sostengono le affermazioni occidentali secondo cui la Russia sarebbe impegnata in una «guerra ibrida» contro l’Europa?


Leggi e compra il testo!


I rapporti sulla «guerra ibrida» — e le loro incongruenze

Esistono diverse banche dati e rapporti che pretendono di quantificare la guerra ibrida russa, spesso citati come prova di una campagna russa coordinata e in escalation. Tra questi figurano i set di dati e i rapporti dell’European Repository of Cyber Incidents, che si concentra esclusivamente sugli attacchi informatici, dell’Università di Leida, il Soufan Center, l’Associated Press, il think tank statunitense Center for Strategic and International Studies (CSIS), l’International Institute for Strategic Studies (IISS) con sede nel Regno Unito e il think tank GLOBSEC con sede a Bratislava. Presi singolarmente e per quello che sembrano, ciascuno di questi rapporti dipinge un quadro apparentemente schiacciante, composto da decine — e in alcuni casi centinaia — di presunti sabotaggi, attacchi e operazioni di influenza che coinvolgono diversi paesi europei nel corso di molti anni. Davvero preoccupante. Letti uno accanto all’altro e in dettaglio, tuttavia, raccontano una storia molto diversa: i numeri divergono enormemente; il concetto centrale è indefinito; l’attribuzione spesso si basa su nient’altro che notizie di stampa relative a sospetti ufficiali; e le stesse avvertenze dei rapporti — nascoste nelle note a piè di pagina, nelle appendici e nelle sezioni dedicate alla metodologia — spesso smentiscono le affermazioni contenute nelle loro sintesi esecutive.

Per cominciare, i numeri non tornano. A seconda del rapporto che si legge, la Russia avrebbe sferrato tra i 52 e i 255 attacchi ibridi in Europa dopo il febbraio 2022 — uno scarto di cinque volte per quella che dovrebbe essere la stessa campagna. Il Soufan Center, che copre solo sei paesi — due dei quali, Moldavia e Georgia, al di fuori dell’UE — registra più incidenti solo per il 2025 di quanti ne riporti il CSIS in tre anni in tutto il continente. I numeri divergono perché non esiste una risposta condivisa alla domanda più fondamentale: che cos’è un attacco ibrido? Lo stesso documento dell’IISS ammette che la guerra ibrida è «un termine amorfo» con definizioni molto diverse tra loro. Alcuni rapporti si limitano ad attacchi fisici e complotti, e anche in questo caso si va dall’incendio doloso all’affissione di adesivi filo-Cremlino, al vandalismo e alla realizzazione di graffiti; altri includono «operazioni di influenza» come le manifestazioni mensili per la pace ad Amsterdam; altri ancora includono persino il passaggio della flotta navale russa attraverso il Canale della Manica. In definitiva, il termine può essere utilizzato per includere praticamente qualsiasi cosa. La differenza più significativa nei numeri è determinata dal trattamento riservato agli (presunti) avvistamenti di droni attribuiti alla Russia — che si contano a centinaia ma che nella maggior parte dei casi sono stati alla fine smentiti (vedi sotto) — e quindi esclusi dalla maggior parte dei resoconti, nonostante abbiano ricevuto un’enorme copertura mediatica e siano stati uno dei principali fattori che hanno alimentato l’isteria della «guerra ibrida».

Inoltre, nella maggior parte dei casi, le prove che collegano la Russia sono molto deboli — o inesistenti. In questi resoconti, la prova che la Russia fosse dietro a un determinato incidente consiste solitamente in un articolo di cronaca in cui si riporta che i funzionari lo sospettano. Non c’è alcuna verifica indipendente: se un governo afferma «è stata la Russia» , viene inserita nell’elenco — anche in assenza di qualsiasi prova. Inoltre, il dataset di Leida include episodi che sono stati collegati alla Russia da funzionari o politici, o portati alla luce da inchieste giornalistiche — ma anche quelli che semplicemente «sembravano rientrare in uno schema» di eventi simili. I rapporti si basano anche l’uno sull’altro. Il dataset dell’IISS si fonda su quello di Leida; GLOBSEC cita i dati di Leida, l’IISS e un conteggio dell’AP; il CSIS cita la ricerca di Leida; il Soufan Center ha intervistato l’autore del dataset di Leida. In definitiva, la maggior parte delle strade riconduce allo stesso insieme di resoconti mediatici sulle affermazioni ufficiali — nella maggior parte dei casi di coinvolgimento russo «possibile» o «probabile». E tali affermazioni ufficiali non sono neutre. Il documento dell’IISS, sorprendentemente, lo ammette esso stesso: le decisioni sull’attribuzione «raramente vengono prese in un vuoto politico» , e le dichiarazioni pubbliche «riflettono tanto calcoli strategici più ampi quanto la loro fiducia nelle prove».

Né molte delle organizzazioni all’origine di questi rapporti possono essere considerate neutrali. L’IISS, il CSIS e il GLOBSEC hanno tutti legami finanziari con produttori di armi americani ed europei (il GLOBSEC annovera tra i suoi donatori l’azienda della difesa Helsing, che la guerra in Ucraina ha trasformato nella startup più preziosa d’Europa) , oltre che con l’establishment transatlantico, e sono note per il loro approccio bellicoso nei confronti della guerra in Ucraina e della Russia. Il linguaggio stesso dei rapporti tradisce il loro impegno ideologico. Il documento del CSIS sostiene che la NATO dovrebbe abbandonare la sua «mentalità di autodeterrenza» e lanciare una «campagna offensiva calibrata» contro la Russia. L’IISS sollecita una «posizione più assertiva e proattiva», con il suo presidente, Lord Mark Sedwill, che afferma che la Gran Bretagna è in guerra con la Russia. Il rapporto del GLOBSEC parla di «terrorismo di Stato».

Ma, in realtà, come osservato sopra, gli stessi rapporti contengono pochissime prove, se non nessuna, a sostegno della narrativa secondo cui «la Russia è in guerra con l’Europa».

A parte la manciata di atti di sabotaggio che hanno portato a condanne — di cui si parlerà più avanti — e anche in quei casi con collegamenti solo labili allo Stato russo, praticamente tutti gli incidenti registrati in questi rapporti si basano esclusivamente su affermazioni infondate fatte da funzionari occidentali, servizi di sicurezza o mezzi di comunicazione, spesso senza presentare prove (come vedremo, ciò vale anche per azioni formalmente attribuite, come l’incidente del drone a Lipsia/Halle). Come ammette l’Associated Press, «[è] spesso difficile provare il coinvolgimento della Russia, e il Cremlino ha negato di aver condotto una campagna di sabotaggio contro l’Occidente. Ma sempre più governi attribuiscono pubblicamente gli attacchi alla Russia». Questo continuo parlare di attacchi russi «possibili» o «potenziali» finisce per generare nell’opinione pubblica la percezione di una campagna incessante condotta contro l’Europa, anche in assenza di prove. Come ha osservato Ivo Capaul dell’ETH di Zurigo, l’effetto della copertura mediatica e del clima politico (del tutto voluto, aggiungerei) è quello di creare «pregiudizi cognitivi sotto forma di un’illusione di raggruppamento» — ovvero vedere schemi tra punti di dati che non sono necessariamente collegati, o che in alcuni casi non esistono affatto.

Le affermazioni non reggono a un esame approfondito

In effetti, ciò che stupisce è quanti casi di sabotaggio russo ampiamente riportati dai media siano finiti per crollare di fronte a un’analisi di base. Uno dei casi più tristemente famosi si è verificato nel settembre dello scorso anno, quando è stato ampiamente riportato (inizialmente dal Financial Times) che la Russia avesse «incautamente» disturbato il segnale GPS dell’aereo di von der Leyen sopra la Bulgaria, costringendo i piloti ad atterrare utilizzando « mappe cartacee» dopo aver «girato in tondo sopra l’aeroporto per un’ora». Il segretario generale della NATO Mark Rutte si è affrettato a suggerire che l’incidente facesse parte di un quadro più ampio di «guerra ibrida» che includeva «attacchi informatici e il taglio dei cavi sottomarini». Ne è seguita un’indignazione pubblica. Tuttavia, la storia è crollata nel giro di poche ore: un servizio di monitoraggio dei voli ha dimostrato che il segnale non era mai andato perso e che l’aereo, in realtà, aveva accumulato solo 9 minuti di ritardo. Il primo ministro bulgaro Rosen Zhelyazkov ha dichiarato che non c’era nulla da indagare. Si è trattato di un caso significativo in cui affermazioni promosse da fonti vicine ai vertici della Commissione europea sono state smascherate in modo evidente come false, eppure le affermazioni fatte non sono mai state ritirate o chiarite. Né hanno dato luogo a un’analisi più approfondita della narrativa della «guerra ibrida russa».

Ma questo non è stato un caso isolato: ci sono state innumerevoli affermazioni di sabotaggi russi o attività ibride che sono state amplificate in modo massiccio dai media, solo per essere successivamente smentite o dimostrate false — e quest’ultimo aspetto è rimasto in gran parte ignorato dai media. Nel novembre 2024, una serie di incidenti che causarono danni ai cavi nel Mar Baltico fu ampiamente riportata dai media. La copertura mediatica fu alimentata dai decisori europei che attribuirono apertamente gli incidenti alla Russia ancor prima che le indagini fossero concluse. La mancanza di informazioni chiare scatenò speculazioni pubbliche su chi fosse responsabile degli incidenti e su come si fossero verificati esattamente. Le autorità finlandesi fermarono una nave, sospettata di far parte della «flotta ombra» russa utilizzata per eludere le sanzioni, dopo che quel cavo e altri erano stati danneggiati. Alla fine si è scoperto che i danni ai cavi sottomarini nel Mar Baltico erano stati causati da navi battenti bandiera di Hong Kong e cinese — non da navi russe. Il servizio di intelligence finlandese SUPO ha osservato che «statisticamente, il numero di casi di danni ai cavi negli ultimi anni è piuttosto tipico per il Mar Baltico». Ancora una volta, le autorità europee non hanno presentato alcuna scusa per l’affermazione infondata.

Nello stesso mese, un aereo della DHL si è schiantato in Lituania. Diversi funzionari europei hanno insinuato che l’incidente potesse essere il risultato di un sabotaggio russo, e tali affermazioni sono state ampiamente amplificate dai media occidentali. Il giorno stesso dell’incidente, prima che fosse condotta alcuna indagine, Annalena Baerbock, allora ministro degli Esteri tedesco, ha sollevato l’ipotesi che potesse trattarsi di un «incidente ibrido», facendo riferimento al recente taglio dei cavi nel Mar Baltico. Il generale Carsten Breuer, capo di Stato Maggiore della Bundeswehr, si spinse ancora oltre, suggerendo che potesse trattarsi di un «test» da parte della Russia per sondare i punti deboli, affermando: «Abbiamo affrontato una situazione simile all’inizio di quest’anno, e ora si è verificato qualcosa che rientra in questo schema» e che il Cremlino potrebbe stare «verificando le vulnerabilità». Pochi giorni dopo l’incidente, Sir Richard Moore, l’allora capo dell’MI6, ha affermato che la Russia avesse lanciato una «campagna di sabotaggio incredibilmente sconsiderata» in Europa. Nel marzo 2025, indagini approfondite condotte dai lituani hanno rivelato che l’incidente era stato causato da un errore del pilota, una conclusione che non è stata riportata con la stessa risonanza delle accuse iniziali secondo cui l’aereo sarebbe stato abbattuto da un’azione russa. Ancora una volta, accuse di grande rilievo si sono rivelate palesemente false, in un modo che avrebbe dovuto sollevare interrogativi sulla narrativa più ampia che veniva promossa — ma ciò non è avvenuto.

Una situazione simile si è verificata quando l’aeroporto di Heathrow, vicino a Londra, è stato chiuso il 21 marzo 2025, in seguito a un incendio in una sottostazione elettrica. Le affermazioni secondo cui l’incendio faceva parte di una campagna di guerra ibrida sono state ampiamente diffuse. Philip Ingram, ex colonnello dei servizi segreti militari britannici, è stato citato mentre affermava che gli attacchi sembravano «usciti direttamente dal manuale dei servizi segreti militari russi». Pochi mesi dopo, la vera causa dell’incidente è stata rivelata, e si è rivelata ben più banale: una società elettrica privatizzata non aveva provveduto alla corretta manutenzione e all’ammodernamento dell’impianto. Lo stesso schema di accuse che precedono i fatti si è potuto osservare in altri casi, dagli esplosivi rinvenuti nei pressi di un oleodotto della NATO a un buco nella recinzione di un impianto tedesco di trattamento delle acque.


Leggi e compra il testo!


Il panico da droni: tanto rumore per nulla?

Un modello simile si può osservare anche nell’isteria sui «droni russi» che nell’ultimo anno ha finito per dominare la narrativa della «guerra ibrida». In particolare, l’autunno del 2025 ha visto una vera e propria frenesia mediatica intorno alla questione. Sono state pubblicate numerose segnalazioni di avvistamenti di droni in tutta Europa — in Germania, Polonia, Francia, Norvegia, Lituania, Danimarca e altri paesi — che spesso hanno portato alla chiusura degli aeroporti. Leader europei, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, hanno apertamente incolpato la Russia per i droni. «Il nostro sospetto è che la Russia sia dietro alla maggior parte di questi voli di droni», ha affermato Merz dopo gli incidenti all’aeroporto di Monaco, senza fornire alcuna prova. La prima ministra danese Mette Frederiksen e von der Leyen l’hanno definita una «guerra ibrida». Il ministro della Giustizia danese è arrivato addirittura a paragonare la situazione all’11 settembre. La crisi è scoppiata in un momento in cui i leader europei erano impegnati in un intenso dibattito sulla politica di difesa comune dell’Europa, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva posto una (temporanea) sospensione alle forniture militari all’Ucraina. In effetti, molti di questi avvistamenti si sono verificati proprio alla vigilia di un vertice dei leader europei a Copenaghen nell’ottobre 2025, dove i finanziamenti per un «muro anti-droni» e altre misure di difesa erano in cima all’ordine del giorno.

Praticamente tutti gli avvistamenti di «droni russi», tuttavia, si sono presto rivelati infondati. L’incidente con il drone che ha portato alla chiusura dell’aeroporto di Francoforte è stato causato da un «pilota di droni dilettante» di 41 anni. La chiusura del più grande aeroporto della Lituania, come si è poi scoperto, non era dovuta a droni russi, ma a mongolfiere utilizzate da contrabbandieri di sigarette. In un caso eclatante, è stato riferito che, secondo il primo ministro polacco Donald Tusk, i servizi di sicurezza polacchi avessero neutralizzato un drone sopra il palazzo presidenziale e che il presidente polacco avesse chiesto il sostegno della NATO. Ma la versione del primo ministro era errata ed è stata successivamente corretta; uno degli arrestati era un giovane ucraino, l’altra persona la sua fidanzata bielorussa di 17 anni. Jacek Dobrzynski, portavoce del ministro per il Coordinamento dei servizi speciali, ha smentito poco dopo a Euronews qualsiasi voce secondo cui si trattasse di un’operazione di spionaggio: «Respingiamo le voci secondo cui si tratterebbe di un’operazione di spionaggio su larga scala. Si tratta di giovani: forse è stata una disattenzione, forse ignoranza, forse volevano girare un film».

Infatti, un’indagine del quotidiano olandese Trouw ha rilevato che in quasi 60 altri episodi c’era stato «molto panico e pochissime prove di un coinvolgimento russo». Le prove relative a 41 avvistamenti di droni sono rimaste inconcludenti. Inoltre, si sono verificati 14 casi in cui altri oggetti volanti (aerei civili, uccelli) sono stati scambiati per droni e tre si sono rivelati droni civili “da hobby” pilotati da privati. Ad esempio, in Belgio alcune persone hanno scambiato (piccoli) aerei ed elicotteri per droni, mentre gli oggetti volanti avvistati nel Limburgo meridionale e a Billund, in Danimarca, erano stelle. Le indagini in Danimarca, Belgio e Norvegia sono giunte a conclusioni simili: nella maggior parte dei casi, gli avvistamenti di droni erano imprecisi e non verificati e si sono rivelati essere aerei, elicotteri o satelliti; non è stata trovata alcuna prova che questi fossero in alcun modo collegati alla Russia.

Ci sono stati casi simili più di recente. A metà settembre, un caccia della NATO è stato fatto decollare d’urgenza dopo un possibile avvistamento di un drone nello spazio aereo lituano — ma si è rivelato essere uno stormo di uccelli. Solo pochi giorni prima, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre aveva affermato che l’aereo di Zelensky fosse stato «quasi colpito da un drone» mentre decollava dalla Moldavia diretto a Oslo. Tuttavia, i rapporti ufficiali delle autorità moldave e fonti della presidenza ucraina hanno successivamente chiarito cosa fosse realmente accaduto: il drone in questione non si era mai avvicinato all’aeroporto; si è schiantato a circa 160 chilometri di distanza, vicino al confine tra Moldavia e Ucraina. E così la notizia è scomparsa silenziosamente dalle prime pagine, senza rettifiche né scuse — ma la stampa mainstream, ormai permanentemente in assetto da Terza Guerra Mondiale, aveva già raggiunto il suo obiettivo: puntare il dito contro Mosca e alimentare una nuova ondata di allarme.

Ripercussioni della guerra nella nazione vicina

Le autorità moldave e gli esperti di sicurezza hanno successivamente affermato che il drone era effettivamente di origine russa. Anche se, come sempre, non è stata possibile alcuna verifica indipendente, ciò non è improbabile. Rientra in uno schema. Si sono verificati alcuni episodi — in Romania, Moldavia e Polonia — in cui è stato confermato che droni russi erano effettivamente entrati nello spazio aereo di questi paesi. Ma praticamente in tutti i casi queste violazioni dello spazio aereo si sono verificate in prossimità del confine di questi paesi con l’Ucraina, durante attacchi russi contro obiettivi ucraini vicini, e quindi si trattava molto probabilmente di droni vaganti — ovvero, droni che hanno deviato dalla rotta, forse a causa delle interferenze anti-drone ucraine. In altre parole, sembrano molto più una ricaduta della guerra nel paese confinante che una campagna di incursioni deliberate.

Ciò vale anche per il missile da crociera russo che si è schiantato in un campo in Polonia a luglio, probabilmente a causa di un malfunzionamento o perché è stato deviato dalla rotta da interferenze. Persino il primo ministro polacco Tusk ha successivamente sottolineato che «non ci sono motivi per ritenere che la Polonia fosse l’obiettivo previsto di questo missile». Nel frattempo, anche le notizie relative ai caccia russi che occasionalmente entrano nello spazio aereo estone, a volte solo per pochi secondi, tendono ad attirare molta attenzione da parte dei media in questi giorni. In realtà, questi incidenti tendono a verificarsi in prossimità di una stretta fascia di spazio aereo internazionale sopra il Golfo di Finlandia, dove è molto facile deviare accidentalmente nello spazio aereo estone, e si verificano ormai da anni.

L’incidente più recente si è verificato in Lituania, il 15 settembre, quando un drone è entrato nello spazio aereo del Paese dalla Bielorussia ed è stato abbattuto nella Lituania centrale. Lo stesso presidente lituano ha affermato che l’incidente molto probabilmente non è stato un attacco deliberato contro la Lituania. «Molto probabilmente si trattava di un drone russo destinato all’Ucraina che è stato deviato dalla sua rotta dalle misure di guerra elettronica ucraine ed è entrato nel nostro territorio, dove è stato abbattuto», ha affermato. In effetti, i droni vaganti non sono solo russi. A marzo e maggio, diversi droni ucraini si sono schiantati in Finlandia, Lettonia e negli altri Stati baltici durante gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe, forse a causa della guerra elettronica russa. La Russia, dal canto suo, ha negato le accuse — e ha accusato i Paesi baltici e la NATO di consentire attivamente ai droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per attacchi contro la Russia, presentandola come un’aggressione della NATO. In un caso, i droni hanno colpito infrastrutture petrolifere in Lettonia, provocando le dimissioni sia del primo ministro lettone che del ministro della difesa, sebbene la notizia abbia fatto a malapena notizia.

Vi sono, tuttavia, due incidenti (presumibilmente) che coinvolgono droni russi lontani dal confine ucraino: l’evento del settembre 2025 in Polonia e, naturalmente, il «fallito attacco con droni» all’aeroporto di Lipsia/Halle in agosto, di cui si parlerà più avanti. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025, la Polonia ha affermato di aver abbattuto diversi droni russi che avevano violato il suo spazio aereo, in alcuni casi addentrandosi per quasi 300 chilometri nel territorio nazionale, con la partecipazione delle difese aeree della NATO alla risposta. Ciò è avvenuto nel corso delle esercitazioni in corso tra Polonia, Lituania e NATO, che coinvolgevano 30.000 soldati polacchi, e proprio alla vigilia delle imminenti esercitazioni russo-bielorusse «Zapad 2025». Alcuni sospettano quindi che si sia trattato o di una provocazione deliberata da parte della Russia o di una missione di ricognizione fallita, ma potrebbe anche essere stato dovuto alle interferenze della NATO. Inoltre, un’abitazione polacca è stata gravemente danneggiata. Le immagini della casa pesantemente danneggiata sono state trasmesse in tutto il mondo come prova dell’audace attacco della Russia nel primo scontro diretto in assoluto tra la NATO e Mosca. Tuttavia, è stato successivamente rivelato che l’abitazione era stata colpita da un missile lanciato da un F-16 polacco, non da un drone russo, come aveva inizialmente affermato il governo di Varsavia. In ogni caso, anche funzionari dei servizi segreti occidentali hanno ammesso “in privato” alla CNN che l’incursione russa probabilmente non era intenzionale e che le traiettorie di volo suggerivano che i droni avessero perso l’orientamento a causa di contromisure di guerra elettronica.

Lipsia/Halle: una valutazione ma poche prove

C’è un incidente rilevante riguardante i droni ­ — probabilmente il più importante finora in termini di ripercussioni politiche — che resta da discutere: l’incidente di Lipsia/Halle. Il 5 agosto, il ministero dell’Interno tedesco ha annunciato che la sera precedente il personale dell’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub merci che dal 2022 è diventato anche un centro logistico chiave per la NATO e per le spedizioni verso l’Ucraina, nonché il principale hub tedesco per i voli verso quel Paese — aveva notato un piccolo drone posato sulla pista vicino a un aereo cargo ucraino Antonov parcheggiato, che presumibilmente trasportava una carica esplosiva e un detonatore. La carica non è esplosa e gli investigatori hanno affermato che l’ordigno è stato disinnescato. Più o meno nello stesso momento, un aereo cargo della DHL in avvicinamento all’aeroporto si sarebbe scontrato in volo con un secondo drone, sebbene non siano stati rinvenuti rottami, forse perché distrutti nei motori. Circa tre settimane dopo l’attacco, gli investigatori hanno rinvenuto un altro drone in un campo a Kabelsketal, un’area adiacente all’aeroporto nella Sassonia-Anhalt, che potrebbe aver trasportato esplosivi militari.


Leggi e compra il testo!


Il 1° settembre, il governo tedesco ha ufficialmente accusato la Russia dell’incidente, affermando che le informazioni dei servizi segreti indicano il coinvolgimento di «persone che hanno agito per conto di enti statali russi». Il giorno seguente i media tedeschi hanno riferito che la Procura federale stava indagando su due sospetti — un bielorusso e un russo, di cui almeno uno sarebbe legato a un servizio di intelligence russo (di cui non è stato rivelato il nome), sebbene ciò non sia stato confermato ufficialmente. Finora nessuno è stato arrestato né tantomeno incriminato. Lo stesso giorno, la Germania ha anche annunciato la chiusura del consolato russo a Bonn, l’ultimo consolato di Mosca rimasto nel Paese, e della «Casa Russa» a Berlino — un ulteriore ridimensionamento di rapporti diplomatici già minimi.

La Russia ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’incidente di Lipsia; il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva in precedenza definito le accuse relative a una campagna di sabotaggio russa in Europa «prive di fondamento ed effimere». Tuttavia, a poche ore dall’annuncio del governo tedesco — prima che fosse stato identificato pubblicamente alcun sospettato o rese pubbliche prove — i leader della NATO, dell’UE e nazionali si sono tutti schierati a sostegno della Germania, in una dimostrazione di sostegno coreografata che suggeriva un attento coordinamento preventivo. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni quasi identiche, esprimendo «piena solidarietà» alla Germania e accusando la Russia di aver sferrato un «attacco ibrido» e persino di essere coinvolta in «terrorismo sponsorizzato dallo Stato», come lo ha definito Kaja Kallas. «Le prove sono chiare», ha affermato il segretario generale della NATO Mark Rutte.

In realtà, a quel punto, le autorità tedesche non avevano fornito alcuna prova concreta al pubblico — né, a quanto sembra, agli altri governi dell’UE. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt si era invece limitato ad affermare che «nel loro insieme, le indagini di polizia, le caratteristiche dei reati e i risultati dei servizi di intelligence stabiliscono la responsabilità della Russia per il tentato attacco all’aeroporto di Lipsia», aggiungendo che « i mezzi utilizzati per compiere l’atto» di sabotaggio a Lipsia — ed elencò la configurazione del drone, i vari componenti utilizzati e gli esplosivi — «ci sono noti da altre operazioni ibride condotte dalla Russia e dalla sua guerra contro l’Ucraina». Ma questa non è una prova; è la descrizione di una valutazione — che ci si aspettava che l’opinione pubblica accettasse per buona.

Persino voci e testate allineate all’establishment hanno espresso dubbi. «Il governo tedesco sostiene ora che il modus operandi, così come i risultati delle indagini di polizia e dei servizi di intelligence, indichino la Russia come responsabile», ha dichiarato a EUobserver Johannes Varwick, professore di relazioni internazionali e politica europea all’Università di Halle-Wittenberg. «Ciò può essere plausibile, ma evidentemente non vi sono prove — almeno nessuna che sia stata resa pubblica, nemmeno in termini qualificati o indiretti», ha aggiunto Varwick. Successivi resoconti dei media hanno fornito alcuni dettagli — il tipo di esplosivo, una presunta traccia di DNA — ma questi non sono stati confermati dalle autorità, lasciando l’opinione pubblica con una serie di indiscrezioni anonime parzialmente sovrapposte, ciascuna attribuita agli ambienti della sicurezza. Considerando i precedenti dell’UE e della NATO in materia di «guerra ibrida russa», e alla loro abitudine di avanzare accuse prive di prove contro la Russia — molte delle quali sono state in seguito silenziosamente smentite e molte altre non sono mai state comprovate —, un certo scetticismo sembra giustificato. Infatti, sia l’AfD che il partito populista di sinistra BSW hanno messo in discussione la mancanza di prove presentate quando il governo di Berlino ha formulato la sua accusa.

Date le potenziali conseguenze dell’accusare apertamente la Russia di aver tentato di compiere un attacco terroristico in Germania, il minimo che le autorità tedesche possano fare è fornire al pubblico alcune prove concrete; altrimenti la gente potrebbe essere tentata di concordare con Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, la quale ha affermato che le prove della responsabilità russa «semplicemente non esistono e non possono esistere». Fino ad allora, l’incidente di Lipsia/Halle dovrebbe essere considerato come l’ennesima affermazione infondata avanzata dai governi occidentali e ripresa dai media, che il pubblico è semplicemente invitato ad accettare per buona.

Il modo in cui il governo tedesco ha gestito l’incidente è stato molto simile alla risposta delle autorità polacche al sabotaggio ferroviario del novembre 2025, quando due ordigni esplosivi danneggiarono alcuni tratti della linea Varsavia-Lublino. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski definì immediatamente l’atto come «terrorismo di Stato» russo, mentre il primo ministro Tusk definì l’incidente «probabilmente il peggior attacco alla sicurezza dello Stato dallo scoppio della guerra in Ucraina», sottolineando che «è stato superato un limite». Nel giro di sole 70 ore, le forze di sicurezza polacche avevano identificato due sospetti ritenuti responsabili di entrambi gli attacchi, che erano già fuggiti in Bielorussia — entrambi ucraini «con una lunga storia di collaborazione con i servizi segreti russi», secondo Tusk. Un terzo ucraino è stato poi arrestato, ma il caso non è ancora stato portato in tribunale. Il «peggior attacco» degli ultimi anni alla sicurezza della Polonia sembra essere stato rapidamente dimenticato.


Leggi e compra il testo!


La narrativa della «disinformazione russa»

Un altro punto che merita una breve menzione è la presunta dimensione informativa della cosiddetta guerra ibrida della Russia. Ci viene detto che la Russia è impegnata da anni in una massiccia campagna di influenza e disinformazione volta a manipolare gli indifesi elettori europei; infatti, è ormai diventato un luogo comune in tutta Europa attribuire praticamente ogni esito elettorale sgradito — compreso il recente referendum islandese sull’UE — all’interferenza russa. Eppure questa è probabilmente la dimensione in cui le prove sono più scarse — e dove le conseguenze sono state più drammatiche. Ha fornito la base per l’introduzione di strumenti di censura, come il Digital Services Act (DSA), e per strumenti di «integrità elettorale» sempre più pervasivi, come il Democracy Shield, che in pratica consentono all’UE di interferire sempre di più nelle elezioni nazionali, con il pretesto di combattere l’interferenza russa.

La Romania rappresenta il caso più eclatante. Nel novembre 2024, il candidato indipendente euroscettico e critico nei confronti della NATO Călin Georgescu è emerso come vincitore a sorpresa del primo turno delle elezioni presidenziali. Prima che potesse svolgersi il ballottaggio — che, secondo i sondaggi, avrebbe vinto agevolmente — la Corte costituzionale ha annullato il risultato con una mossa senza precedenti, citando presunte interferenze russe — in particolare una campagna sui social media su TikTok a sostegno di Georgescu. Non è mai stata fornita alcuna prova. Infatti, documenti interni successivamente ottenuti dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno dimostrato che TikTok aveva esplicitamente informato la Commissione di non aver trovato «alcuna prova» di una rete coordinata di profili falsi. Ciononostante, l’ufficio elettorale ha successivamente impedito a Georgescu di partecipare del tutto al ballottaggio.

Cosa rimane effettivamente

Come abbiamo visto finora, il quadro che emerge da un’analisi più approfondita è molto diverso da quello dipinto dai leader e dai media europei. Molti dei casi più pubblicizzati di presunta «guerra ibrida» russa — l’aereo di von der Leyen che ha subito un’interferenza, i tagli ai cavi nei Paesi Baltici, l’incidente della DHL a Vilnius, l’incendio a Heathrow, l’ondata di avvistamenti di droni che ha investito l’Europa nell’autunno del 2025, la campagna rumena su TikTok — si sono rivelati speculazioni amplificate dai media che sono crollate di fronte a un’analisi di base, con le smentite, se ce ne sono state, che hanno ricevuto una copertura mediatica minima rispetto alle accuse originali. Molti altri casi non sono mai stati comprovati. Laddove i droni russi sono effettivamente entrati nello spazio aereo della NATO, lo hanno fatto quasi sempre in prossimità del confine ucraino durante attacchi contro obiettivi ucraini vicini, e molto probabilmente per caso — una conseguenza indiretta della guerra nella nazione confinante piuttosto che una campagna deliberata contro l’Europa. E anche nel caso di Lipsia/Halle, l’incidente con le maggiori ripercussioni politiche fino ad oggi, il governo tedesco non ha ancora reso pubbliche prove concrete della responsabilità russa.

In definitiva, una volta messi da parte tutti gli «incidenti» speculativi, non provati o del tutto inesistenti, ciò che rimane è una manciata di casi di sabotaggio dimostrabile. Delle centinaia di incidenti attribuiti alla Russia, solo un numero esiguo ha portato a condanne — e anche in questi casi, il collegamento con lo Stato russo è stato raramente dimostrato. I tribunali hanno condannato reclute di basso livello, solitamente a pagamento; le prove su chi avesse impartito gli ordini non sono mai state esaminate in udienza pubblica, si basavano su dichiarazioni di colpevolezza o non andavano oltre il contatto con gestori anonimi su Telegram. In nessun caso è stato identificato un funzionario russo, figuriamoci processato.

La Polonia ha ottenuto il maggior numero di condanne, tra cui 14 membri di una rete che nel 2023 aveva pianificato di far deragliare i treni di aiuti destinati all’Ucraina e tre ucraini condannati nel 2025 per appartenenza a un gruppo di sabotaggio. Tuttavia, le accuse relative all’incendio più famoso attribuito a quel gruppo, avvenuto al centro commerciale Marywilska di Varsavia, sono state formulate solo nell’aprile 2026, e i pubblici ministeri ammettono che né il piromane, né la presunta mente che avrebbe ordinato l’attacco dalla Russia, siano stati identificati.

Il caso più spesso citato come prova di una campagna russa di pacchi-bomba è ancora più oscuro: nel luglio 2026, un tribunale ha condannato Igor Rogov, un ex collaboratore della campagna di Navalny a cui era stato concesso asilo in Polonia, a sette anni di reclusione per aver spiato gli esiliati russi per conto dell’FSB, la principale agenzia di sicurezza russa, e per il coinvolgimento in un pacco contenente esplosivi intercettato nel 2024. Il processo si è svolto a porte chiuse — e secondo alcune fonti, Rogov potrebbe in realtà aver fatto parte di un’operazione dei servizi segreti ucraini volta a introdurre clandestinamente componenti esplosivi in Russia.

Anche altrove lo schema si ripete. In Lituania, un adolescente ucraino si è dichiarato colpevole dell’incendio doloso all’IKEA di Vilnius, mentre proseguono le indagini per individuare il mandante. In Estonia, la condanna di un attivista per aver organizzato un attacco all’auto del ministro dell’Interno per conto del GRU, l’agenzia di intelligence militare russa, è avvenuta senza un’udienza pubblica. A Londra, gli uomini che hanno dato fuoco a un magazzino in cui erano conservate attrezzature Starlink destinate all’Ucraina sono stati condannati per aver agito per conto del Gruppo Wagner, ma le prove indicavano un referente contattato su Telegram, non un ente statale identificabile. Un colombiano che ha appiccato il fuoco ad alcuni autobus a Praga in cambio di una promessa di 3.000 dollari è stato condannato in seguito a un patteggiamento che non ha mai stabilito chi ci fosse dietro il suo contatto su Telegram.

L’unico processo concluso in Germania è significativo. Ad agosto, il tribunale di Stoccarda ha stabilito che dietro i pacchi dotati di localizzatori GPS inviati in Ucraina, presumibilmente per individuare obiettivi e vie di trasporto in vista di atti di sabotaggio, c’era un ente statale russo. Il procuratore federale aveva sostenuto che sarebbero seguiti pacchi contenenti ordigni incendiari, ma il presunto complotto di incendio doloso non è stato dimostrato. Dei tre imputati ucraini, un corriere è stato condannato a una pena che aveva già scontato; gli altri due sono stati assolti. Lo stesso schema si applica al caso più frequentemente citato nelle capitali occidentali come prova della “guerra ibrida” della Russia: i pacchi incendiari che hanno preso fuoco presso i centri di smistamento dei corrieri a Birmingham, Lipsia e nei pressi di Varsavia nel luglio 2024. Gli investigatori ritengono che i pacchi — spediti dalla Lituania e contenenti giocattoli sessuali, cosmetici e cuscini da massaggio dotati di ordigni artigianali a base di magnesio — fossero una «prova generale» diretta dal GRU in vista di attacchi contro voli cargo diretti in Nord America. Sono seguiti arresti in Polonia e in Lituania, e diversi sospetti sono stati accusati di aver agito per conto dei servizi segreti russi. I processi formali per terrorismo sono iniziati all’inizio del 2026 sia a Varsavia che a Vilnius, dove i pubblici ministeri mirano a dimostrare che l’operazione è stata orchestrata dai servizi segreti militari russi.

Nel loro insieme, questi casi dimostrano che si sono verificati alcuni veri e propri atti di sabotaggio, ma mentre le agenzie di intelligence delle capitali occidentali tendono ad attribuire queste attività ibride alla Russia, le prove effettive esaminate nei tribunali europei rivelano spesso una realtà operativa di livello molto più basso: prestanome pagati, gestori digitali anonimi e operazioni ambigue che raramente portano a stabilire legami provati con lo Stato russo. Ma anche se la Russia fosse dietro a ciascuno di questi casi, si tratterebbe comunque di poche decine di incidenti all’ all’anno al massimo — nessuno dei quali mortale, e con danni che, sebbene a volte gravi, si sono limitati a singoli siti. Un vero e proprio problema di controspionaggio, forse, se reale; ma difficilmente la minaccia esistenziale o la guerra ibrida totale e prolungata che i leader europei invocano abitualmente — e nemmeno lontanamente paragonabile alla campagna prolungata di attacchi con droni che i paesi della NATO stanno rendendo possibile nel cuore della Russia, anche contro obiettivi civili, fornendo all’Ucraina intelligence e supporto satellitare, e sempre più spesso i droni stessi, oltre a missili a lungo raggio (ne parleremo più approfonditamente più avanti).

Gli attacchi di cui nessuno parla

Ma forse la lacuna più evidente in questa vicenda è il fatto che negli ultimi anni si sia effettivamente verificato un attacco molto grave alle infrastrutture europee — tuttavia, questo non è stato compiuto dalla Russia, bensì, secondo gli stessi procuratori tedeschi, dall’Ucraina. Mi riferisco, ovviamente, all’attentato al Nord Stream del 2022. Che si creda che l’attentato sia stato effettivamente compiuto da un gruppo ucraino che agiva da solo, o che l’Ucraina venga utilizzata per distogliere l’attenzione dal ruolo degli Stati Uniti e della NATO nel sabotaggio, è irrilevante (personalmente, propendo per la seconda spiegazione). Né rientra nell’ambito di questo articolo un’analisi approfondita del sabotaggio stesso. Ciò che conta ai fini della presente discussione è che, anche se considerassimo vera la versione ufficiale — secondo cui si è trattato di un’operazione interamente ucraina —, la reazione del governo tedesco e degli altri governi dell’UE rimane comunque scioccante: il Paese ufficialmente accusato di aver perpetrato il peggior caso di terrorismo industriale nella storia d’Europa, in un complotto che secondo quanto riportato dai media è stato concepito ai livelli più alti dello Stato ucraino, non è stato sottoposto a sanzioni né a un confronto politico; al contrario, gli è stato promesso un sostegno finanziario e militare illimitato ed è stato inondato di centinaia di miliardi di euro. Nel frattempo, l’attacco stesso è stato rapidamente insabbiato — ma non prima che i media occidentali avessero tentato, assurdamente, di attribuire la responsabilità dell’attacco alla Russia.

Oltre al sabotaggio del Nord Stream, c’è il caso della bomba esplosa all’ingresso di un condominio a Monaco di Baviera a giugno, che ha ferito gravemente un magnate ucraino legato alla Russia e alcuni membri della sua famiglia. La presunta autrice dell’attentato, una donna ucraina, è fuggita in Ucraina, dove è stata ritrovata morta, uccisa a colpi d’arma da fuoco, pochi giorni dopo. Sebbene lo Stato ucraino non sia stato formalmente implicato, un ufficiale in servizio presso l’agenzia di intelligence militare ucraina ha inizialmente confessato il suo omicidio (sebbene in seguito abbia ritrattato la sua confessione). Eppure anche questo attacco è rapidamente scomparso dai titoli dei giornali. Non è difficile immaginare come avrebbero reagito i leader e i media europei se l’ufficiale in questione fosse appartenuto al GRU russo.


Leggi e compra il testo!


La vera guerra ibrida

In definitiva, un’analisi approfondita della narrativa della «guerra ibrida russa» può portare solo a un’unica conclusione inquietante. Una «guerra ibrida» è effettivamente in corso contro l’Europa — ma è condotta proprio dall’establishment UE-NATO stesso, contro la propria popolazione. Gli europei sono sottoposti a una campagna prolungata di guerra cognitiva o psicologica volta a indurli a credere che l’Europa sia sotto attacco da parte della Russia e che questi attacchi ibridi siano un preludio a ostilità convenzionali — un’affermazione per la quale, nel complesso, vi sono poche o nessuna prova. Ciò che i fatti indicano, in realtà, è una campagna deliberata di esaltazione delle minacce in cui governi, mezzi di comunicazione e «think tank» finanziati dal settore della difesa hanno agito di concerto per instillare un senso permanente di paura nella popolazione, attraverso una copertura incessante di «incidenti», «attacchi», «sabotaggi» e «campagne» che, nella maggior parte dei casi, semplicemente non esistono. Come ha scritto Mihail Evans, ricercatore presso l’Istituto di Studi Avanzati del New Europe College di Bucarest:

Quando una narrazione promossa ufficialmente non viene messa in discussione dalla maggior parte dei media e viene, anzi, attivamente sostenuta, ci troviamo in una situazione piuttosto insolita. Qualcosa di simile è accaduto durante la pandemia e si potrebbe sospettare che le tecniche di gestione mediatica messe a punto allora siano state ora riproposte. In entrambi i casi c’è un tentativo di plasmare le percezioni e i comportamenti del pubblico principalmente attraverso la paura. […] Dopo aver esaminato attentamente le fragili basi su cui poggiano le affermazioni relative alla «guerra ibrida», potremmo cominciare a sospettare che vi sia effettivamente un «copione» all’opera, ma gestito dalla NATO e dall’UE.

In effetti, questo condizionamento psicologico si estende ben oltre le pagine di cronaca. Si pensi, ad esempio, all’uscita quasi simultanea di due lungometraggi, nel Regno Unito e in Francia, entrambi incentrati su un conflitto tra la NATO e la Russia. Nella miniserie docudrammatica Sky Original The Wargame, uscita il mese scorso, personaggi politici reali, come Michael Gove e Nicola Sturgeon, devono reagire in tempo reale a un attacco russo simulato sul suolo britannico; nel frattempo, nel thriller geopolitico francese Jupiter, in uscita nelle sale a novembre, un presidente francese appena eletto deve decidere se lanciare un attacco nucleare unilaterale contro la Russia in risposta all’ultimatum nucleare lanciato dalla Russia contro l’Ucraina. Due film non bastano a costituire una cospirazione, ma dimostrano quanto profondamente l’idea di una guerra con la Russia sia migrata dall’establishment della sicurezza all’intrattenimento mainstream.

Cui bono?

Ci sono diverse ragioni per cui l’establishment UE-NATO potrebbe avere interesse a gonfiare a dismisura la minaccia russa. Per cominciare, in molti paesi europei c’è un’opposizione significativa e crescente alla guerra senza fine in Ucraina — alle ingenti somme che continuano a essere riversate nel paese e ai costi economici della guerra — e alla più ampia campagna di riarmo dell’UE e della NATO, che, per ammissione degli stessi leader europei, richiederà dolorosi tagli allo stato sociale. Quando gli europei vedranno le forze russe faticare, a più di quattro anni dall’inizio del conflitto, a avanzare oltre l’Ucraina orientale, potrebbero benissimo chiedersi perché tali somme debbano essere spese per difendere il continente da un paese che non ha dimostrato né la capacità né alcuna evidente intenzione di attaccarlo. «È qui che entra in gioco l’idea di una “guerra ibrida”», sostiene Evans. «Consente a chi sostiene l’aumento delle spese per la difesa di affermare che la Russia sta attaccando in modo offensivo le nazioni europee con mezzi non convenzionali e di suggerire che tale aggressione occulta potrebbe in qualsiasi momento sfociare in ostilità aperte» .

Numerosi autorevoli studiosi di relazioni internazionali hanno suggerito che questo sia effettivamente ciò che sta accadendo. Un rapporto del febbraio 2025 redatto per l’Istituto lettone per gli affari internazionali da Galvin Wade — ex direttore per gli affari relativi a Russia, Paesi Baltici e Caucaso presso il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti — sostiene che l’uso del “slogan nebuloso” di guerra ibrida sia “determinato tanto dalla necessità di dare una spinta ai bilanci della difesa in calo e alla coesione della NATO in declino, quanto dall’analisi del comportamento di Mosca”. Infatti, alla fine del 2025 il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha sfruttato l’allarme (successivamente smentito) sui “droni russi” per sostenere la necessità di potenziare le capacità di difesa contro i droni. “Tutta l’Europa è minacciata”, ha affermato, aggiungendo: “ I droni russi possono colpire il Belgio, i Paesi Bassi, la Francia e altri paesi. Dalle navi i droni possono prendere di mira tutte le coste d’Europa. Tutti gli Stati membri hanno bisogno di capacità per individuare i droni».

Ha funzionato. Le accuse di sabotaggio hanno determinato aumenti negli stanziamenti dei bilanci della difesa, compreso un pacchetto della Commissione europea da 250 milioni di euro per «capacità relative ai droni e alla difesa antidrone». Nell’estate del 2026, i paesi della NATO si sono impegnati a stanziare 40 miliardi di dollari (circa 35 miliardi di euro) per lo stesso scopo. Ciò significa che anche il settore militare-industriale ha un interesse diretto a gonfiare la minaccia russa. Come già osservato, molti dei think tank che promuovono la narrativa della «guerra ibrida», come l’IISS, il CSIS e il GLOBSEC, hanno tutti legami finanziari con produttori di armi americani ed europei che traggono profitto diretto dalla guerra in Ucraina — e da una percezione esagerata della minaccia rappresentata dalla Russia per l’Europa. Dall’inizio della guerra in Ucraina, le aziende americane del settore della difesa hanno registrato una crescita costante, mentre la campagna di riarmo europea ha aumentato notevolmente i ricavi dei produttori di armi europei. Si prevede che il solo mercato europeo dei sistemi anti-drone quadruplicherà entro il 2030. Più recentemente, in seguito alla notizia pubblicata da El Mundo sul piano della Russia di lanciare droni da navi contro i paesi del Mediterraneo (notizia anch’essa rapidamente smentita), Robert Brovdi, comandante dell’unità droni ucraina, ha dichiarato al quotidiano italiano la Repubblica che «anche l’Italia deve costituire una propria brigata di sistemi senza pilota; ciò sarà fondamentale per difendersi dagli attacchi provenienti dal mare».

Anche l’establishment europeo della sicurezza e dell’intelligence ha tutto da guadagnare dalla narrativa della «guerra ibrida russa». Non è un caso che molte di queste affermazioni provengano proprio dai servizi di sicurezza stessi — agenzie che, grazie alla percezione di una minaccia di sabotaggio, potrebbero ottenere budget più consistenti o poteri più ampi, sollevando evidenti questioni di conflitto di interessi. Il servizio di intelligence estero tedesco, il BND, ad esempio, ha invocato il pericolo di sabotaggi russi per eliminare le restrizioni alle proprie attività risalenti al dopoguerra, e ora potrebbe essere autorizzato a condurre operazioni di sabotaggio per conto proprio, oltre ad attacchi informatici offensivi e attività di spionaggio più aggressive. Nei Paesi Bassi, il primo ministro Rob Jetten ha sottolineato la minaccia di sabotaggio in occasione della presentazione di una nuova legge sulla sicurezza nazionale che concede alle agenzie di intelligence poteri ampliati.

Ma non sono solo il complesso militare-industriale e l’establishment della difesa e della sicurezza a trarre vantaggio dallo spettro onnipresente di una minacciosa «minaccia russa». Ciò fornisce anche all’establishment dell’UE un più ampio dividendo autoritario, nella misura in cui viene regolarmente invocato come giustificazione per i continui attacchi alle norme democratiche e per una governance sempre più autoritaria — dalla censura online alla repressione del dissenso e all’ingerenza nelle elezioni nazionali. Fornisce quel nemico esterno senza il quale questo consolidamento autoritario sarebbe molto più difficile da giustificare — uno stato di emergenza permanente, dopotutto, richiede una minaccia permanente. Questo è uno dei motivi per cui l’establishment dell’UE si è dimostrato così restio a qualsiasi allentamento delle tensioni con la Russia.

L’escalation mascherata da difesa

Un ultimo punto merita di essere menzionato: il modo in cui la narrativa della «guerra ibrida» consente ai governi occidentali di presentare la propria escalation contro la Russia come una mera «risposta» all’aggressione russa. Infatti, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente uscente del Comitato militare della NATO, ha apertamente dichiarato che la NATO stava valutando una posizione ben più «aggressiva» nei confronti delle attività segrete della Russia — fino ad arrivare a attacchi preventivi, che secondo lui potrebbero essere considerati una forma di «azione difensiva» . Alla fine di settembre, pochi giorni dopo l’ultima ondata di allarmi sulla «guerra ibrida», l’Ucraina ha lanciato più di 1.000 droni contro la Russia, compreso quello che è stato descritto come il suo più grande attacco di sempre contro Mosca. Questo è stato solo l’ultimo di una campagna sostenuta di attacchi contro le principali città russe, le sue infrastrutture strategiche e, per estensione, la sua leadership — sostenuta dai servizi segreti occidentali, eseguita con armi occidentali e ora appoggiata da un esplicito impegno del G7 a «accelerare» la fornitura di capacità a lungo raggio. Ma la logica occidentale si autoalimenta: se la Russia dovesse reagire, la sua risposta verrebbe addotta come prova che gli avvertimenti erano giusti fin dall’inizio. La logica è così sfacciata che non si può fare a meno di chiedersi se le élite occidentali stiano attivamente cercando di provocare una risposta russa.

Qualunque sia la realtà dei fatti, la narrativa gonfiata della «guerra ibrida» serve chiaramente gli interessi dei governi europei e della NATO molto meglio di quanto una vera e propria guerra ibrida servirebbe quelli della Russia — per non parlare di un attacco convenzionale contro la NATO. Secondo i funzionari europei, il sabotaggio russo avrebbe lo scopo di indebolire il sostegno europeo all’Ucraina. Eppure sembra molto più probabile che abbia l’effetto opposto. Commentando l’incidente di Lipsia/Halle, ad esempio, il politologo Johannes Varwick si è chiesto quale interesse avrebbe la Russia in un attacco destinato a produrre «un approfondimento della percezione di minaccia in Germania e un impegno più forte a sostegno dell’Ucraina» . «Sicuramente, anche eventuali “strateghi” russi avrebbero riconosciuto che una provocazione materialmente irrilevante alla fine danneggia la Russia e avvantaggia l’Ucraina», ha aggiunto. «La domanda, quindi, è: cui bono?».

Da Gladio ad oggi

Esatto: cui bono? A chi giova? Ciò porta a una domanda inquietante: considerando quanto i governi europei e la NATO abbiano investito nella narrativa della «guerra ibrida» — e siano arrivati a dipendere da essa —, nonché nell’idea più ampia della Russia come minaccia esistenziale per l’Europa, continueranno a limitarsi a gonfiare una minaccia che ha scarse basi nella realtà? O potrebbero, a un certo punto, sentirsi costretti ad andare oltre? Esiste, dopotutto, un precedente storico che coinvolge la NATO. Nell’ottobre 1990, il primo ministro Giulio Andreotti confermò al Parlamento italiano l’esistenza di «Gladio»: una rete paramilitare segreta, istituita nei primi anni del dopoguerra in vari paesi della NATO sotto l’egida dell’organizzazione stessa con il coinvolgimento della CIA, dotata di depositi segreti di armi e mantenuta per quattro decenni al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare. La risoluzione del Parlamento europeo del novembre 1990 descriveva un’organizzazione che aveva «eluso ogni controllo democratico» ed era stata implicata in alcuni Stati membri, «come dimostrato da varie indagini giudiziarie», in gravi casi di terrorismo.

Seguirono inchieste parlamentari in Italia, Belgio, Svizzera e Germania. In Italia, tali inchieste giunsero alle conclusioni più nette. Un decennio dopo, un rapporto redatto dai membri della commissione parlamentare sui massacri concludeva che una «strategia della tensione» — attentati dinamitardi contro civili in luoghi pubblici, attribuiti alla sinistra per spaventare l’elettorato e spingerlo verso la destra anticomunista — era stata «organizzata, promossa o sostenuta da uomini all’interno delle istituzioni statali italiane e, come è stato scoperto più recentemente, da uomini legati alle strutture dei servizi segreti statunitensi» . È ciò che oggi viene comunemente definito un’operazione sotto falsa bandiera: un’operazione segreta volta a nascondere chi sia il vero responsabile e ad attribuire la colpa a qualcun altro. È curioso, quindi, che siano stati proprio i funzionari europei e della NATO ad accusare la Russia di pianificare attacchi sotto falsa bandiera. Potrebbe trattarsi di un modo per preparare l’opinione pubblica a uno scenario in cui un attacco non presenti alcuna traccia della Russia — e venga comunque attribuito a Mosca proprio per questo motivo, come una «operazione sotto falsa bandiera russa»?

Una profezia che si autoavvera

Qualunque sia la risposta, un pericolo è già evidente: quello di una profezia che si autoavvera. Una narrativa che presenta ogni incendio, avvistamento di droni o cavo danneggiato come un atto di guerra non si limita a descrivere erroneamente la realtà; inizia a rimodellarla. I governi che hanno trascorso anni a dire ai propri cittadini che sono già in guerra con la Russia si lasciano poco spazio per la moderazione quando si verificherà il prossimo incidente — e gli incidenti continueranno a verificarsi, siano essi causati da droni deviati dalla loro rotta dalla guerra elettronica, da uccelli, da errori dei piloti o da veri e propri atti di sabotaggio. La Polonia sta modificando le proprie regole di ingaggio in modo che i piloti possano aprire il fuoco basandosi esclusivamente sui dati radar; gli alti ufficiali militari della NATO discutono apertamente di attacchi preventivi; gli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo, resi possibili dai servizi segreti e dalle armi occidentali, continuano a intensificarsi. Ogni passo viene presentato come una risposta all’aggressione russa. Visto da Mosca, ogni passo sembra confermare che la NATO si sta preparando alla guerra — e le contromisure di Mosca, a loro volta, saranno interpretate nelle capitali europee come la prova che gli avvertimenti erano giusti fin dall’inizio.

Si tratta del classico dilemma della sicurezza, e in un clima del genere basterebbe ben poco — un drone identificato erroneamente, una traccia radar interpretata male, un incidente attribuito alla Russia prima che si conoscano i fatti — perché una «guerra ibrida», che esiste in gran parte solo sulla carta, si trasformi in una guerra reale tra potenze dotate di armi nucleari. Questo è il pericolo ultimo dell’odierna strategia della tensione: non solo che esageri una minaccia, ma che, esagerandola abbastanza a lungo, possa finire per crearla. Evitare questo esito richiede proprio ciò che i governi europei si sono finora rifiutati di offrire: prove prima delle accuse, rettifiche altrettanto evidenti delle affermazioni che smentiscono e la volontà di dialogare con Mosca anziché limitarsi a parlare di essa.

Leggere articoli di Thomas Fazi su acro-oilis.it⇓


Sfoglia i cataloghi completi di Asterios, ogni nostro testo ha delle pagine gratuite da leggere: Asterios Editore.

Sfoglia la collana di libri di ACrO-Polis: Libri su Carta.