Edgar Morin, un omaggio a quest’uomo, così semplice e fuori dal comune
Edgar Morin si è spento il 29 maggio 2026 all’età di 104 anni. Durante l’omaggio ufficiale che gli è stato reso la mattina del 3 giugno nel cortile dell’Hôtel des Invalides, alla presenza del capo dello Stato, un’immagine mi ha colpito. C’era un forte vento quel giorno e sulla bara collocata al centro della spianata del Dôme, sotto una bandiera tricolore, era posato il suo vecchio cappello.
Non una corona, nemmeno di alloro, né un imponente cappello di feltro, no, solo quel cappello da escursionista che gli conferiva un’aria così gioiosa. Vedendo la bandiera ondeggiare sotto le raffiche di vento, scrutavo, come senza dubbio altri, i fremiti del berretto. Era ben fissato, stava per volare via? Sarebbe stato poetico come una tela di Chagall smarrita nei fasti della Repubblica. Questa incertezza gli si addiceva e richiamava la dimensione faceta del grande pensatore a cui venivano resi tutti questi onori.
Nell’ultima parte della sua lunga vita, Edgar Morin è stato riconosciuto e celebrato in Francia e altrove. In America Latina e nei paesi dell’Europa meridionale in particolare, in Africa e fino alla Cina e al Giappone, conta moltissimi lettori e ammiratori. Era felice di vedere le sue idee finalmente ampiamente diffuse, lui che voleva riformare il pensiero per rendere la vita e il mondo migliori. Non era nemmeno scontento degli onori che gli venivano tributati tardivamente nel suo paese, prestandosi al ruolo di vecchio saggio, senza lasciarsi ingannare da ciò che era stato assegnato all’«antenato» che era diventato nella vita intellettuale francese, dopo esserne stato a lungo emarginato.
Perché per molto tempo, lungi dall’essere oggetto di un’ammirazione unanime, era stato criticato, a volte molto duramente, dal mondo accademico e ne aveva sofferto. Era l’epoca del trionfo dello strutturalismo, in antropologia in particolare sotto la guida di Claude Lévi-Strauss, e della sociologia critica guidata da Pierre Bourdieu. La ricerca degli invarianti culturali o quella dei determinismi sociali aveva la precedenza e solo le indagini quantitative erano considerate serie. La storia aveva poco peso e l’uomo poco margine, alcuni annunciavano la morte del soggetto. Morin, dopo aver rischiato la vita nella Resistenza e aver pubblicato nel 1946 L’An zéro de l’Allemagne (un’analisi acuta sul nazismo e sulle condizioni di una ricostruzione tedesca, che respingeva l’idea di colpa collettiva), aveva scritto a 30 anni, nel 1951, L’homme et la mort[1]. Questa ambiziosa impresa di antropologia fondamentale mobilitava, già allora, numerose conoscenze per comprendere le paure, i miti, le credenze, le risorse della morale e quelle delle scienze, immaginate dagli uomini di fronte a questa scadenza.
Da un lato, studiare gli eventi e le crisi, qualunque fosse la loro portata, come rivelatori di mutamenti futuri; dall’altro, collegare le conoscenze disponibili per cogliere l’essere umano come un essere bio-antropo-sociale, un animale dotato di ragione, ma anche di un immaginario produttore di miti, arte, fantasie, errori e follia. Questi due poli hanno sempre attratto le sue ricerche e gli sono valsi molte critiche. Per alcuni, non era abbastanza sociologo e troppo giornalista, il che era considerato un brutto difetto. Per altri, era un tuttofare, un franc-tireur, che aveva l’audacia di sconvolgere i confini disciplinari. Insomma, non abbastanza questo, non abbastanza quello, mai al posto giusto, certo conosciuto, ma non riconosciuto da un mondo accademico diffidente nei confronti dell’eco mediatica. Un uomo fuori posto, insomma, il che è ovviamente una qualità per pensare fuori dagli schemi.
L’ho conosciuto nel 1967, non in un seminario universitario, ma in occasione di una festa e attorno alla musica brasiliana che lui amava tanto. Ci sono così incontri casuali da cui nascono amicizie durature e che possono cambiare il corso di una vita. Lontano dall’immagine del ricercatore austero che analizza da lontano, in una presunta obiettività, i rapporti sociali, scoprivo un intellettuale che non separava il gusto per la vita da quello per la conoscenza e che si interessava alla cultura di massa senza il disprezzo dei letterati. Un amante del cinema che ne aveva teorizzato il potere immaginario[2] e un cinefilo vorace che si susseguiva nelle proiezioni nelle sale d’essai di rue Champollion a Parigi. Un uomo impegnato in tutte le battaglie che la generazione militante della fine degli anni ’60 ammirava nei propri predecessori: la Resistenza, la rottura con lo stalinismo[3], il sostegno a Messali Hadj e alla lotta per l’indipendenza dell’Algeria. Un «marxista», come amava dire, che nel 1956 aveva cofondato (con Roland Barthes, Jean Duvignaud e Colette Audry) la rivista Arguments, al fine di analizzare la società all’incrocio tra un marxismo eterodosso e il contributo delle scienze sociali.
Egli stesso attribuiva la sua «curiosità onnivora» a una parte intatta della sua adolescenza.
Studentessa di filosofia a Nanterre, dove animavo il cineclub, militante delle Jeunesses communistes révolutionnaires (JCR), di obbedienza trotskista, membro del Mouvement du 22 mars Nanterrois che fu il detonatore del ’68, amavo discutere con lui di cinema e di politica. La generosa attenzione che mi riservava andava di pari passo con la sua vivace curiosità per l’emergere di un evento innescato dalla mobilitazione della gioventù[4].
Quando, terminati gli studi universitari, cercai lavoro, mi rivolsi quindi a lui. Era il momento giusto perché desiderava proseguire quella «sociologia del presente» già messa in atto in Bretagna, a Plozévet nel 1965, dove, nell’ambito di una vasta indagine multidisciplinare, aveva analizzato le trasformazioni che interessavano quel villaggio del Pays Bigouden[5]. Al fine di realizzare indagini “a caldo” (come quella su una voce riguardante la tratta delle bianche presso i commercianti ebrei di Orléans[6]), nel 1971 riunì un gruppo di giovani ricercatori nel “Gruppo di diagnosi sociologica”, animato dal suo più fedele collaboratore sin dai tempi di Plozévet, Bernard Paillard. La mia prima indagine, riguardante l’emergere del femminismo e la trasformazione della femminilità, fu condotta con quest’ultimo[7]. Ne seguirono altre, tra cui quella sul caso di Bruay-en-Artois, poco conosciuta perché non pubblicata.
Il 6 aprile 1972, il corpo di un’adolescente di 16 anni, Brigitte Dewèvre, figlia di minatori, era stato ritrovato nudo e mutilato in un terreno incolto tra la Cité des Corons e un quartiere borghese della città. Sulla base di indizi labili, un notabile fu ingiustamente messo sotto accusa e il fatto di cronaca locale divenne un evento nazionale. Per la nostra giovane squadra, si rivelò al tempo stesso un dramma sociale e una manifestazione di rappresentazioni arcaiche. In un mondo minerario destinato a scomparire, l’orrore di un crimine sessuale faceva riemergere la violenza di antichi antagonismi e la potenza dello sfruttamento sotto la figura minacciosa dell’orco mangiatore di bambini. È all’interno di questo gruppo che ho fatto il mio apprendistato di sociologa praticando una forma di indagine vicina all’etnologia.
Poi il gruppo ha cessato le sue ricerche collettive, ognuno seguendo la propria strada, fedele all’esempio di Morin, quindi in piena libertà, pur rimanendo membro del laboratorio che egli ha a lungo diretto e della rivista Communications, che aveva fondato con Georges Friedmann e Roland Barthes nel 1961. Lui continuava a guardarci con benevolenza, «avunculare», diceva, ricordando maliziosamente che nelle società matrilineari lo zio materno ha molto potere… Ma lui non ha mai voluto il potere ed era ormai assorbito da quel vasto cantiere di La Méthode[8] dove lo avevano condotto un’insaziabile curiosità per le nuove teorie e un’attrazione giovanile per le questioni fondamentali. Lui stesso attribuiva la sua «curiosità onnivora» a una parte intatta della sua adolescenza.
Non posso qui che ricordare i grandi principi di questo pensiero della complessità. All’esigenza di non contraddizione, essa sostituisce la «dialogica» che permette di associare due termini al tempo stesso complementari e antagonisti, come l’ordine e il disordine, o la ragione e l’irrazionalità. Questa dialogica si distingue dalla dialettica che, in Hegel, conduce al superamento; si avvicina invece all’analisi del ruolo dinamico e fecondo delle tensioni e dei conflitti studiata da Georg Simmel. Al principio di causalità, essa preferisce quello di «ricorsività», secondo cui i prodotti e gli effetti sono al tempo stesso produttori e cause di ciò che li produce, così come gli individui plasmano le società che a loro volta plasmano gli individui.
Infine, all’approccio di semplificazione, che singolarizza o generalizza, essa sostituisce il principio «ologrammatico», secondo cui la parte è nel tutto e il tutto nella parte, sia nel mondo biologico, dove ogni cellula dell’organismo contiene il codice genetico dell’insieme, sia nel mondo sociologico, dove la società è interamente presente in ciascuno dei suoi membri. Rivedere i nostri modi di ragionare, collegare scienze e discipline umanistiche, rifiutare la separazione tra natura e cultura, dialogare con l’incertezza: questa è quindi la sfida argomentata che propone Edgar Morin. La posta in gioco non è solo il futuro del sapere, ma è anche etica e politica. Riformare il pensiero e, nello stesso tempo, riformare l’istruzione significa dotarsi dei mezzi per comprendere la condizione umana e trasformare la società.
Edgar Morin non dirigeva, ma orientava; imparavamo stando al suo fianco ed era proprio così che doveva essere. Ricordo le nostre riunioni, quando esclamava impaziente: «masticiamo le parole come palline!». Come altri, ho «fatto il mio miele» (un’espressione che questo buongustaio amava) dai nostri scambi, dalle sue osservazioni e dai suoi consigli, così come dai suoi seminari maratona di tre giorni a tempo pieno, che preferiva alla costrizione degli appuntamenti settimanali. Uscire dalle specializzazioni, superare le barriere disciplinari, rifiutare l’idea di determinismi sociali ineluttabili interessandosi alle resistenze o alle casualità delle trasmissioni, assumersi il proprio impegno nella ricerca dando prova di riflessività, unire rigore e passione: queste direzioni mi hanno sempre guidata nei miei lavori successivi.
Sono in molti, provenienti da diversi ambienti e paesi, noti o sconosciuti, per i quali l’incontro con quest’uomo, così semplice e fuori dal comune, è stato decisamente significativo. Anche per questo merita un enorme plauso.
Note
[1] L’Homme et la Mort, Éditions Corrêa, 1951, riedizione Seuil, 1977.
[2] Le cinéma ou l’homme imaginaire, Éditions de Minuit, 1956 e Les stars, Seuil, 1957.
[3] Autocritique, Seuil, 1959.
[4] Maggio ’68: la breccia (in collaborazione con Claude Lefort e Cornelius Castoriadis), Fayard, 1968.
[5] Comune in Francia: la metamorfosi di Plozévet, Fayard, 1967.
[6] La voce di Orléans, Seuil, 1969.
[7] Nicole Benoit (Lapierre), Edgar Morin, Bernard Paillard, La femme majeure. Nouvelle féminité, nouveau féminisme, Club de l’Obs./Seuil, 1973.
[8] Sei volumi raccolti nella collana «Opus», 2 vol., Seuil, 2008.
Autrice: Nicole Lapierre è una Socio-antropologa, Direttrice di ricerca emerita al CNRS.
Fonte: AOCMedia
https://www.asterios.it/catalogo/una-politica-di-civilta
(dalla prima edizione del 1999)