Antisionismo-antisemitismo: mappa di una polemica
Seguendo l’esempio di numerosi autori che si sono proposti di dare una risposta alla questione dei rapporti tra antisionismo e antisemitismo[1], questo testo si pone un obiettivo leggermente diverso: non quella di chiudere un dibattito, ma di mapparne i contorni, censendo gli argomenti, da un lato, degli antisionisti dichiarati e, dall’altro, dei loro critici che vedono nell’antisionismo una nuova forma di antisemitismo o, in modo più sfumato, si preoccupano del confine incerto tra antisionismo e antisemitismo.
Almeno tra gli estremi, l’analisi delle argomentazioni rivela un effetto di commutazione che si riscontra nelle controversie polarizzate. Se, a un estremo, una persona difende le posizioni A, B, C, ecc., all’altro estremo è molto probabile incontrare le posizioni opposte: -A, -B, -C, ecc., il che richiama le «lucidità e cecità incrociate» di Pierre Bourdieu[2]. Una tale rigidità intellettuale dovrebbe far riflettere: perché i tasselli discorsivi si incastrano così perfettamente? Spesso gli argomenti appaiono più come espressione di fedeltà a una fazione che come strumenti di comprensione del reale, che si vuole ridurre a essenze immutabili, sia in senso negativo che positivo: così per «islam», «arabi», «sionismo», «Israele», ecc.
Tracciamo la genesi della polemica partendo dagli antisionismi, in ordine di comparsa sulla scena: l’antisionismo ebraico, che ha cambiato significato dopo la creazione dello Stato di Israele; l’antisionismo sovietico/ comunista, di cui una parte del repertorio rimane attuale, soprattutto nell’estrema sinistra; l’antisionismo arabo/musulmano, i cui legami con l’antisemitismo sono stati discussi fin dall’inizio e oggi più che mai.
Successivamente invertiamo la prospettiva partendo dalle critiche rivolte all’antisionismo, e più in generale a Israele, che si sono diffuse in quattro ondate. Prima ondata, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967: in un mondo ebraico preoccupato per il «proprio» Stato, si attacca la critica che viene denunciata per la prima volta come «neo-antisemitismo», prendendo di mira soprattutto la sinistra occidentale, in tutto o in parte, e denunciando anche la simpatia di questa sinistra per il mondo arabo e i palestinesi. Seconda ondata, nel 1982, in occasione della prima guerra del Libano, si usa per la prima volta il termine «genocidio[3]» in riferimento alle azioni dell’esercito israeliano. Terza ondata, la seconda Intifada, nel 2000-2005: l’uso del tema del «nuovo antisemitismo» si estende ben oltre il mondo ebraico, non solo all’interno del governo israeliano ma anche verso la destra e l’estrema destra europea e americana: la recrudescenza dell’antisemitismo, l’ampliamento del dibattito su Internet (ancora prima dei social network) accrescono già la polarizzazione tra critici e difensori di Israele. Infine, la quarta ondata: l’attacco di Hamas nell’ottobre 2023 e la guerra di Israele a Gaza vedono una doppia escalation, da un lato della critica antisionista che attacca massicciamente Israele come Stato essenzialmente coloniale, e dall’altro della difesa di Israele e della critica all’ antisionismo, di cui si appropriano in massa la destra e l’estrema destra, per molteplici ragioni in cui si mescolano l’antico senso di colpa europeo e la preoccupazione di liberarsi da vecchi sospetti.
L’antisionismo fu inizialmente una posizione ebraica, nell’ambito di un dibattito interno al mondo ebraico. Le borghesie ebraiche nazionali temevano che l’affermazione del sionismo potesse nuocere all’immagine degli ebrei. Ma l’opposizione non proveniva solo dai vertici della gerarchia sociale: il Bund (Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), fondato a Vilnius nel 1897 e scioltosi autonomamente nel 1949, fu il grande movimento socialista ebraico antisionista, che rivendicava per gli ebrei l’autonomia culturale nei luoghi in cui vivevano. La storia di questo antisionismo ebraico pre-statale è ben nota.
Da allora, l’appropriazione di questa memoria ebraica antisionista è una questione complessa. I critici di Israele talvolta la citano ricorrendo al procedimento retorico dell’argumentum ex ore (o argomento dell’autoincriminazione): se lo dicono gli stessi ebrei, allora… Ma perché la critica interna dovrebbe essere più giusta di quella esterna? Inoltre, quando si citano antisionisti ebrei precedenti alla creazione dello Stato, è difficile schierarli a favore della critica di uno Stato esistente: l’oggetto della critica non è lo stesso.
La storia dell’antisionismo non ebraico precedente al 1948 si colloca soprattutto a destra. Poco influente e variabile a seconda dei paesi, ci interessa dal punto di vista del repertorio argomentativo. Fino alla creazione dello Stato, nel complesso, le prese di posizione non sono né coerenti né espresse con costanza[4]. Il sionismo può apparire come una fantasia priva di interesse, oppure essere oggetto di due posizioni in linea di principio contraddittorie: una che si potrebbe definire «sionismo di espulsione»: una partenza degli ebrei verso il Vicino Oriente sarebbe un buon modo per sbarazzarsene. Questa idea è antecedente al sionismo e compare, ad esempio, in Herder. Per un certo periodo godette del favore di Drumont e fu popolare in Polonia tra le due guerre. In modo contraddittorio, anche l’estrema destra si oppone allo Stato di Israele come (futura) sede di un complotto ebraico mondiale, tema centrale dell’antisemitismo nel XIX secolo. In Inghilterra, potenza coloniale con un ruolo decisivo in Palestina, i conservatori e la loro stampa denunciavano gli ebrei inglesi come ricchi manipolatori capaci di imporre al Paese una politica costosa[5]. L’antisionismo è stato quindi integrato molto presto nel repertorio degli antisemiti «classici» della destra: a questo proposito, non ha nulla di un nuovo antisemitismo.
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Dopo il 1948, un duplice cambiamento di contesto incide sia sull’antisemitismo che sull’antisionismo. Senza che sia caduto un vero e proprio tabù sull’antisemitismo, né tantomeno sul razzismo in generale, come si continua a scrivere[6]. L’antisemitismo (e il razzismo) si esprimono in modo meno palese, e la loro manifestazione suscita più reazioni, condanne pubbliche e persino procedimenti giudiziari, il che provoca un effetto educativo del tutto involontario: razzisti e antisemiti imparano ad agire sotto mentite spoglie. Alcuni cercano quindi di strappare loro la maschera, la cui valutazione è spesso difficile: è questo il contesto della nostra controversia. Ogni paese ha qui la propria storia, e il tabù è stato molto probabilmente più forte in Germania, le cui ricerche sull’antisemitismo rimangono poco conosciute in Francia[7].
Infatti, sul piano retorico, l’esistenza di uno Stato definito come «Stato degli ebrei» forniva agli antisemiti un’ottima maschera: si poteva criticare aspramente questo «Stato degli ebrei» (se non proprio questo Stato ebraico), denunciare gli (i?) ebrei come suoi potenziali sostenitori, senza ricorrere al repertorio antisemita razziale ed essenzialista. La politica dello Stato di Israele non ha contribuito a fare chiarezza. Affermandosi fin da subito come rappresentante degli ebrei di tutto il mondo, denunciando ogni critica allo Stato come una forma di antisemitismo, Israele ha deliberatamente giocato la carta della confusione tra critica allo Stato e antisemitismo.
Tuttavia, dopo il 1948, due aree geografico-culturali sono state meno o poco influenzate dal tabù dell’antisemitismo: il mondo sovietico e la sua sfera d’influenza, e i mondi arabo e musulmano.
Si potrebbe pensare che il comunismo sovietico appartenga a un passato lontano. Ma nel repertorio antisionista, l’eredità sovietica – a sua volta erede dell’antisemitismo cristiano-ortodosso russo – rimane fondamentale[8].
È necessario un duplice richiamo: innanzitutto, dopo aver votato a favore del piano di spartizione dell’ONU ed espresso il proprio sostegno al nuovo Stato, l’Unione Sovietica, nel contesto della guerra fredda, si affermò come antisionista e diede inizio al lungo blocco dell’ emigrazione ebraica verso Israele; in secondo luogo, la prospettiva del comunismo sovietico era globale: sostenuta da una propaganda ben organizzata, si diffondeva tra partiti e militanti disciplinati, nonché tra molti intellettuali. Un esempio americano: William Zukerman, figura singolare, giornalista ebreo di sinistra, scriveva nel 1949 a proposito dell’URSS: «Ogni ebreo e ogni non ebreo deve comprendere che antisionismo non significa antisemitismo[9]». Secondo Zukerman, l’antisionismo sovietico non è quindi che un aspetto dell’ostilità di un comunismo egualitario nei confronti delle minoranze. Zukerman denuncia inoltre «il desiderio morboso, masochista, di alcuni ebrei di vedere l’antisemitismo ovunque». Egli si inserisce nella critica alla «visione lacrimosa» della storia ebraica espressa già prima della guerra dallo storico Solo Baron[10] .
Apice di una campagna antisemita in diversi paesi della sfera sovietica, i processi di Mosca e di Praga rappresentano una svolta fondamentale. I regimi comunisti tengono molto a evitare l’accusa di antisemitismo; ricorrono a un vecchio codice, definendo gli ebrei «cosmopoliti», ma promuovono anche un altro codice[11], definendo «sionisti» quegli ebrei che non sono più considerati apolidi privi di lealtà, ma sostenitori dello Stato di Israele e quindi, almeno potenzialmente, traditori o spie. La stampa comunista diffonde senza troppi scrupoli questo antisionismo antisemita di ispirazione sovietica, pubblicando talvolta articoli apertamente antisemiti[12]. In generale, il tono critico nei confronti di Israele nella stampa comunista occidentale rimane un’eccezione tra i media nel complesso molto favorevoli al nuovo Stato[13].
Certo, alcuni fedeli o ammiratori (tra cui, in primo luogo, gli stessi ebrei) si disilludono, compreso lo stesso Zukerman. E intellettuali e politici, compresi i non ebrei, vedono una forma di antisemitismo in questo antisionismo che fa gravare sugli ebrei il sospetto di essere «spie, spie virtuali, cugini di spie straniere», come recita ad esempio l’introduzione all’inchiesta pubblicata nel 1953 da Evidences[14], la rivista (parigina) dell’American Jewish Congress. Già nel gennaio 1952, sulla stessa rivista (n. 23), Jean-Paul Sartre denunciava, a proposito dei dirigenti cechi, «un antisemitismo di sinistra», e questa è senza dubbio la prima apparizione dell’espressione. Egli evocava anche una possibile metamorfosi della sinistra in Francia: «La sinistra tradizionale francese era fondamentalmente internazionale e antirazzista. La sinistra conformista di oggi è nazionalista, se non addirittura razzista; perché non potrebbe diventare antisemita domani?».
L’antisionismo prende di mira anche direttamente lo Stato di Israele, la cui ideologia nazionale, il sionismo, viene trattata come «un gemello del fascismo e del nazismo», includendo gli ebrei e il «loro» Stato nella stessa condanna[15] . In occasione del processo a Eichmann, la stampa sovietica denunciò una complicità tra lo Stato di Israele e la Germania erede dei nazisti, che la pubblicità data al processo a Eichmann servirebbe a nascondere. Nel corso della nostra storia, il paragone con i nazisti, in senso metaforico, sarà utilizzato ripetutamente e in modo polemico contro Israele, ma anche, al contrario, contro i suoi nemici, in primo luogo gli arabi, ben presto «nazificati».
Non seguiremo passo passo gli usi negativi del termine «sionista» in Occidente e altrove, per designare i sostenitori incondizionati della politica israeliana del momento, che sia stata o meno infangata, in modo molto lontano dalla varietà delle posizioni nella storia di questa ideologia dalle molteplici sfaccettature. Da ottobre 2023, questo antisionismo è tornato con forza (ed è stato denunciato con forza). Francia, aprile 2024: alcuni studenti dell’Università Paris III espongono un grande cartello all’ingresso di un edificio: «sionisti fuori dalle nostre università» , in risposta all’organizzazione di una conferenza da parte dell’Unione degli studenti ebrei di Francia. Per queste voci della sinistra radicale, gli ebrei che vogliono difendere in qualche modo lo Stato di Israele, o semplicemente il principio della sua esistenza, non sono benvenuti nel dibattito pubblico. Inghilterra, luglio 2024: in risposta agli omicidi di bambini commessi da un adolescente di origine ruandese, disordini razzisti e islamofobi scuotono l’Inghilterra. In risposta vengono organizzate manifestazioni antirazziste. A Finchley, quartiere a nord di Londra con una forte popolazione ebraica, un gruppo denominato «Finchley against fascism» intende radunare la gente sotto lo slogan (che circola tramite volantini e su Internet): «Cacciate da Finchley fascisti, razzisti, nazisti, sionisti e islamofobi.» Dave Rich commenta: «Considerando il numero di ebrei residenti a Finchley che si considererebbero sionisti, questo messaggio è agghiacciante. Non si sa se l’autore di questo slogan si sia reso conto di cosa significherebbe per loro. Ma l’idea che i sionisti si schiererebbero naturalmente dalla parte dell’estrema destra […] dimostra che alcune correnti del movimento antirazzista non hanno la minima idea di cosa pensi di Israele l’ebreo britannico medio.»
L’eredità sovietica va oltre l’uso di una parola. Se il tema dell’imperialismo (americano, capitalista) è meno facile da gestire in un mondo multipolare (multi-imperialista), si continua a vedere in Israele un agente dell’Occidente oppressore, oggi soprattutto degli Stati Uniti. Ma ci si interessa meno alla dimensione globale di queste lotte. A partire dal 1970, la lotta dei palestinesi è diventata gradualmente LA lotta esemplare, l’ultimo esempio di decolonizzazione contro uno Stato sempre più spesso considerato, dall’estrema sinistra, come un’entità puramente coloniale[16] .
Un punto in comune tra il mondo sovietico e quello arabo: nel dopoguerra, l’ombra della Shoah non costituisce un limite all’espressione dell’antisemitismo; su questo punto concordano autori anche molto diversi tra loro come Poliakov e Rodinson. Ma anche la potenza di uno Stato ebraico che ha più volte sconfitto gli arabi ha radicalizzato un’opposizione, espressa fin dagli albori del sionismo, all’immigrazione ebraica in Medio Oriente.
A partire dagli anni ’50, il dibattito sul legame tra questo antisemitismo antico e l’antisionismo più recente continua: due letture della storia si contrappongono[17]. Nessuno nega la giudeofobia presente nel Corano[18], la presenza di espressioni antisemite nei paesi arabi (soprattutto) e musulmani, nei media, nei best seller e persino nei libri di testo (è una critica che si riscontra tra alcuni analisti del «nuovo antisemitismo») e anche quella di una vigorosa propaganda anti-israeliana. Si citano anche sondaggi [19] che evidenziano livelli altissimi di pregiudizi antisemiti nei paesi musulmani, che sono anche antisionisti in varia misura.
Tuttavia, ammesso che si sia d’accordo sui testi che circolano, il nesso tra questi testi, la loro interpretazione e la loro penetrazione nell’opinione pubblica rimane oggetto di accese discussioni. Si discute all’infinito sul rifiuto arabo di Israele e, qui come altrove, sembra difficile dissociare le analisi dall’orientamento politico dell’autore. Riprendiamo qui William Zukerman nel 1960: «L’opposizione araba a Israele è interamente politica e non può essere confusa con l’ ’antisemitismo religioso, sociale o psicologico[20]»; il giornalista americano anticipa un arabista francese, Maxime Rodinson, nel 1969: «[Il rifiuto arabo] ha quindi una base perfettamente fondata sulla razionalità e sull’etica, poiché l’argomentazione araba di fondo sembra difficilmente confutabile[21] .»
Al contrario, alcuni studiosi dell’antisemitismo sottolineano le continuità: l’eredità islamica, l’antisemitismo razziale importato con successo dall’Occidente, la propaganda nazista nel mondo arabo… tutto ciò convergerebbe nell’antisionismo. Tali autori sottolineano il persistente successo del Protocollo dei Saggi di Sion[22], testo redatto alla fine del XIX secolo e tradotto in arabo per la prima volta nel 1925, che ancora oggi costituisce una fonte primaria dell’antisionismo/antisemitismo arabo/musulmano. Molto presto i critici del «nuovo antisemitismo» hanno notato che il negazionismo è emerso dalle parole dei più alti responsabili politici come Nasser[23]. Infine, se la valutazione delle reali intenzioni del regime iraniano rimane delicata, la lunga e accanita opposizione, almeno retorica, dell’Iran contro lo Stato di Israele combina una retorica incendiaria e un coinvolgimento in attentati mortali contro istituzioni ebraiche al di fuori dell’Iran, come a Buenos Aires nel 1992-1994[24]. La confusione tra Israele e la diaspora sfocia qui in una violenza mortale, chiaramente antisemita.
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Questo dibattito si ripropone in Europa in relazione alle popolazioni musulmane. Questa volta non si discute della continuità storica, ma sociologica: i pregiudizi antisemiti di gran parte di questa popolazione costituiscono il terreno fertile per una possibile «radicalizzazione» di una minoranza islamista violenta? In Francia, le testimonianze di insegnanti chiamati a insegnare la Shoah, o addirittura a parlare del conflitto, davanti a classi di alunni «di origine immigrata» sono state utilizzate sin dalla pubblicazione, nel 2002, dell’opera di Emmanuel Brenner e Georges Bensoussan, Les Territoires perdus de la République, opera che continua a suscitare dibattito, in bilico tra il timore di stigmatizzare gli uni e l’accanimento islamofobo degli altri. Ultimo elemento di questo breve percorso: subito lodate o attaccate, diverse voci musulmane si sono più volte levate contro l’antisemitismo[25].
Veniamo ora alla forma di antisionismo più vivacemente contestata, associata alla sinistra, quell’antisionismo per il quale si è imposta l’espressione di «nuovo antisemitismo». La sinistra, che vorrebbe volentieri fare dell’antisemitismo un difetto riservato essenzialmente alla destra, vive male questa accusa. Periodicamente riscoperto, il «nuovo antisemitismo» è tuttavia una vecchia questione, sia per l’uso dell’espressione che per i suoi temi (cfr. supra, a proposito dell’estrema destra). In Occidente, la guerra dei Sei Giorni provoca un ribaltamento discorsivo ben presto notato. Israele, sostenuto fino ad allora dalla maggioranza dello spettro politico – ad eccezione dei comunisti –, vede questo capitale di simpatia dissolversi rapidamente[26]. Ciò non riguarda solo la sinistra. La conferenza stampa dell’ottobre 1967, durante la quale de Gaulle definisce gli ebrei «anche dispersi», come «un popolo d’élite, sicuro di sé e dominatore» è fondamentale. L’essenzializzazione negativa di un popolo nel lungo periodo appartiene chiaramente al repertorio razzista, anche se la persona dell’autore continua a proteggerlo da tale qualifica. Questa frase verrà citata all’infinito, e contribuirà a legittimare una critica che associa lo Stato di Israele al popolo ebraico. Ritroviamo questa assimilazione degli ebrei a Israele, già prima della Guerra dei Sei Giorni, in una figura della Resistenza, gollista di sinistra, pubblicista allora influente, grande ammiratore di Nasser, Emmanuel d’Astier de la Vigerie [27].
Ma è proprio all’interno della sinistra, e in particolare nel mondo culturale e giornalistico, che il cambiamento si fa sentire maggiormente, tra gli ebrei che appartenevano o credevano di appartenere a quel mondo. Il giornalista, poeta e partigiano Jacques Givet pubblica nel 1968 La gauche contre Israël. Saggio sul neoantisemitismo: un libro poco citato e che tuttavia avrebbe grande risonanza nel dibattito attuale. In una conferenza del 1969, il filosofo Vladimir Jankélévitch riprende il termine «neoantisemitismo» e scrive due anni dopo: «L’antisionismo è l’antisemitismo giustificato, finalmente alla portata di tutti. È il permesso di essere antisemiti in modo democratico. E se gli ebrei fossero essi stessi nazisti? Sarebbe meraviglioso. Non sarebbe più necessario compatirli[28]». Egli suggerisce qui un antisemitismo di esonero dalla colpa che verrà in seguito analizzato in Germania come «antisemitismo secondario[29]». Negli Stati Uniti, prendendosela soprattutto con la sinistra radicale del loro paese, due dirigenti dell’ADL, l’Anti-Defamation League, denunciano nel 1974 «the New Anti-Semitism» nel loro omonimo volume.
Sia con un tono personale[30], a volte apertamente polemico[31], sia in modo più accademico (lo storico: Poliakov[32]; il critico letterario Hans Mayer[33]), gli autori ebrei esprimono una condanna dell’antisionismo. Tra loro, Givet e Améry sono ex deportati che scrivono, va ricordato, appena vent’anni dopo la fine della guerra. Secondo Améry: «l’antisionismo non è altro che l’attualizzazione dell’odio di sempre verso gli ebrei, ancestrale, visibilmente inradicato, assolutamente irrazionale». Da quel momento in poi, tracciare il confine tra un antisionismo radicale e la legittima critica a Israele diventa un compito delicato. I giornalisti che si occupano di Israele, soprattutto se essi stessi ebrei, avvertono meglio di chiunque altro come a volte gravi un tabù su ogni forma di critica[34].
Già nel 1968, Givet, e anche Emmanuel Berl, voce ebraica singolare, collegano l’ostilità verso Israele a un eccesso di simpatia per gli arabi, che rende la sinistra cieca alla dimensione antisemita del proprio antisionismo. È la prima versione di ciò che diventerà «l’islamo-sinistrismo». Queste critiche all’antisionismo a volte si rivolgono contro gli antisionisti israeliani[35], in proporzione al modesto successo che riscuotono presso l’estrema sinistra al di fuori del loro paese [36], dove sono una minoranza esigua ma vengono denunciati con veemenza. Si citi, a titolo di esempio, l’erede del socialismo internazionale che già nel 1946 invocava l’unione delle «masse ebraiche e arabe», il movimento Matzpen, nato nel 1962, che in un manifesto del maggio 1967 rivendicava la «desionizzazione» di Israele.
Nello stesso periodo, tra le critiche all’antisionismo reale o presunto, emergeva anche la percezione di un’opinione pubblica francese, se non addirittura europea, che convertisse in blocco la simpatia per Israele a favore degli arabi, e in particolare dei palestinesi. Nel lungo periodo, i sondaggi suggeriscono altro: a partire dal 1967 e fino agli anni 2010, il calo della simpatia per Israele non va tanto a vantaggio dei palestinesi quanto piuttosto di chi non ha un’opinione definita o di chi è favorevole in egual misura a entrambe le parti[37].
Dopo il 1967, i rapporti di forza si evolvono con la guerra del Kippur e la crisi petrolifera, che segnano un aumento dell’influenza degli Stati arabi e, attorno a loro di gran parte di quello che allora veniva chiamato il Terzo Mondo. Il 10 novembre 1975, la critica al sionismo raggiunge il suo apice in una risoluzione dell’ONU adottata da 72 Stati, che condanna il sionismo come forma di razzismo e associa lo Stato di Israele ai regimi razzisti dello Zimbabwe e del Sudafrica. Sebbene revocata nel dicembre 1991 (solo i paesi arabi e/o musulmani votarono allora contro la revoca), questa risoluzione avrà una lunga vita nel repertorio antisionista, e in Israele è ancora possibile citarla senza ricordare che è stata revocata.
La guerra del Libano del 1982 dà origine a una fioritura di opere, a partire dal 1982 La Repubblica e gli ebrei (Trigano), Israele è colpevole? (Kriegel) , nel 1983 La riprovazione di Israele (Finkielkraut), Da Mosca a Beirut. Saggio sulla disinformazione (Poliakov), in cui intellettuali ebrei lanciano l’allarme riguardo a una violenta critica nei confronti di Israele. Denunciano in particolare il paragone tra ebrei e nazisti e l’accusa di «genocidio» riguardo al Libano. Kriegel e Poliakov sottolineano il ruolo dell’URSS come focolaio di questo attacco propagandistico.
La seconda Intifada rappresenta una svolta fondamentale, per la sua durata, il numero di vittime e la sua diffusione mediatica, amplificata da un Internet in piena espansione. Nel settembre 2001, la Conferenza di Durban (il cui nome completo è «Conferenza mondiale di Durban contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza») è teatro di un’accesa controversia sulla condanna del sionismo, nel corso della quale alcuni tentano di riproporre la risoluzione del 1975. Parallelmente, un forum delle ONG approva una condanna dello «Stato razzista» israeliano, accusato di «atti di genocidio», e assiste a violenti attacchi contro i delegati ebrei. Oggetto di accesi commenti nel mondo ebraico, questi incidenti si inseriscono in una memoria specifica dell’ascesa dell’ antisemitismo, mentre altrove sono in gran parte dimenticati. Il movimento filopalestinese prende slancio. Creato nel 2005 da alcune ONG palestinesi, il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) viene immediatamente accusato di antisemitismo, essenzialmente perché avrebbe preso di mira solo Israele nelle sue critiche e per l’attuazione della strategia del boicottaggio, che pure ha una lunga storia politica.
Anche negli anni 2000, i dati sull’antisemitismo sono in aumento, come sottolinea uno dei primi rapporti europei sulla questione, del 2004. Il picco viene raggiunto nel 2014 (guerra a Gaza). Tale picco è stato ampiamente superato dopo l’ottobre 2023. Ma i dati statistici sono tanto oggetto di dibattito quanto strumento di misurazione, e il loro ruolo nel dibattito, così come la loro origine, alimenta le polemiche.
Si diffonde quindi la concezione dell’antisionismo come «nuovo antisemitismo»: l’ostilità verso Israele, diventato «ebreo collettivo» (Brian Klug) ha sostituito l’ostilità verso l’ebreo: diventato «ebreo delle nazioni», Israele verrebbe isolato, boicottato, demonizzato, respinto dalla collettività (internazionale).
La seconda Intifada apre la strada a un flusso editoriale e mediatico che difende Israele dal «nuovo antisemitismo». Alcune opere[38] ribadiscono questo concetto, senza apportare grandi innovazioni. Taguieff conia il termine «islamo-sinistrismo», che entrerà a far parte del dibattito pubblico. Gli ebrei britannici, tradizionalmente discreti in un paese in cui i media sono tuttavia più critici nei confronti di Israele rispetto agli Stati Uniti, elaborano una propria critica al «new antisemitism[39]», che collegano soprattutto al mondo culturale e alla minoranza musulmana. L’Italia e la Germania si uniscono a questo coro. Nel 2004, Abram de Swaan, sociologo olandese, ironizza sulla cecità degli «entusiasmi anti-israeliani» europei, senza però definirli antisemiti. In quell’occasione, come in molte altre, dichiara pubblicamente di essere ebreo.
Da allora, il flusso non si è mai interrotto, tra intellettuali, giornalisti e ricercatori, con accenti nazionali. Nel 2007, lo storico americano dell’Europa Jeffrey Herf afferma: «L’antisionismo laico della sinistra radicale fa causa comune con l’antisemitismo di ispirazione religiosa degli islamisti radicali.» Robert Wistrich (deceduto nel 2015), storico dell’antisemitismo presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, attacca «la sinistra», che vede passare dall’ambivalenza nei confronti degli ebrei al «tradimento[40]». In Francia, l’omicidio antisemita di Sarah Halimi nel 2017, seguito da un dibattito sulla responsabilità penale dell’assassino, con reazioni tardive da parte dei media, ha portato alla pubblicazione di un nuovo libro sul «nuovo antisemitismo[41]». Meno nota è la controversia intra-israeliana: i «sionisti di sinistra» (espressione comune in ebraico), attaccano con vigore gli antisionisti del loro paese[42].
Questo flusso provoca una controreazione. In Francia, un giornalista vede nel nuovo antisemitismo «un odio immaginario[43]»; in Gran Bretagna Jenny Bourne, attivista ebrea di sinistra, critica la versione nazionale del «New Antisemitism[44] »; il filosofo britannico Brian Klug denuncia il «mito del nuovo antisemitismo» sulla rivista americana The Nation; Niv Gordon, accademico israeliano della sinistra radicale, fa lo stesso sulla London Review of Books. Minacciato nel suo paese, nel 2012 si trasferisce alla Queen Mary University di Londra.
Il dibattito e l’oggetto della critica variano a seconda dei paesi. L’oggetto è piuttosto incerto: in senso lato si parla di «sinistra[45]», mentre dagli anni 2000 si usa più spesso «sinistra radicale» o «estrema sinistra» . In inglese si parla di «global left», «liberal left».
Facciamo una distinzione: i partiti comunisti, ben lontani dal potere di un tempo, possono continuare a sostenere un discorso molto critico nei confronti di Israele. Ma sono stati superati sulla loro sinistra da partiti diversi, più radicali, talvolta legati all’ecologia politica. In Francia sono coinvolti il Nouveau Parti anticapitaliste, La France Insoumise, soprattutto attraverso la voce del suo leader, e alcune voci ecologiste, che ad esempio fanno riferimento al critico ecologico radicale Andreas Malm, che è stato definito «antisionista verde», mentre il Partito Socialista tende a difendere lo Stato di Israele contro i suoi critici radicali. La questione divide tuttavia la sinistra moderata, anche all’interno dei partiti. Nel 2020, nel Regno Unito, i laburisti britannici hanno sostituito un leader antisionista controverso (Jeremy Corbyn) con un moderato (Keir Starmer) che fa della lotta contro l’antisemitismo, compreso l’ l’antisionismo.
Complessivamente, dalla seconda Intifada, due «ambiti» diversi ma che si sovrappongono sono al centro della critica a Israele: i partiti della sinistra radicale, non tanto i vecchi partiti comunisti quanto i nuovi partiti emersi in particolare in Germania (Die Linke) e in Francia. Va citato qui, figura singolare nella sinistra europea, Jean-Luc Mélenchon. Tra i suoi omologhi, è l’unico a ricorrere a un repertorio sempre meno ambiguo, che spazia dall’antisionismo estremo (attaccando la diaspora, a questa o quella personalità ebraica, in quanto sostenitrice di Israele) e l’antisemitismo più tradizionale (quando spiega che Gesù è stato ucciso «dai suoi compatrioti» o quando deride i nomi ebraici, secondo una vecchia tradizione xenofoba). Si assume così la responsabilità di (ri)legittimare un vecchio repertorio.
Il secondo ambito, dai contorni più vaghi, riguarda una parte del mondo culturale e intellettuale occidentale, che si colloca in senso lato «a sinistra»: nelle università (soprattutto negli Stati Uniti), nelle mostre, sul palcoscenico, nei festival cinematografici, si levano voci critiche nei confronti di Israele, e mai così numerose come dall’ottobre 2023.
L’interpretazione di questo antisionismo di sinistra è più che mai oggetto di dibattito. È necessario qui ricordare la difficoltà della sinistra ad ammettere al proprio interno la presenza dell’antisemitismo. Michel Dreyfus, storico francese dell’antisemitismo «a sinistra» (si rifiuta di dire «antisemitismo di sinistra»), evoca a questo proposito «tracce», «risorgimenti», «sopravvivenze», «derive[46]». Cosa fare quando queste «derive» assumono la forma di un antisionismo ben radicato, continuo e sicuro di sé? Fin dall’inizio, secondo i critici dell’antisionismo[47], uno dei suoi ruoli sarebbe quello di consentire all’antisemita di rivestirsi, paradossalmente, delle vesti della virtù. Per Jean Améry, si tratta di un «antisemitismo onorevole[48] ». Avrebbe il privilegio di esprimersi in nome dell’antirazzismo, In nome dell’altro, scriverà Alain Finkielkraut nel 2003. Lo stesso anno, la giornalista italiana Fiamma Nurenstein denuncia «un antisemitismo dei diritti umani[49]» . Nel 2024, Eva Illouz[50] parla di un «odio virtuoso», nel 2025 il filosofo Gérard Bensussan, riprendendo un concetto sartriano, definisce gli antisionisti «sadici dal cuore puro[51]».
Un altro motivo di critica all’antisionismo: questo antisionista antisemita non è in malafede (al contrario dell’antisemita sartriano), è un antisemita inconsapevole, un clueless antisemite: «una persona per il resto simpatica e ben intenzionata, ma che non si rende affatto conto di aver interiorizzato stereotipi antisemiti e di perpetuarli», scrive la ’storica americana specializzata in negazionismo Deborah Lipstadt[52]. Si noti che l’idea del «razzista inconsapevole», di vecchia data, non è appannaggio esclusivo dell’antisemitismo.
Negli anni 2000, all’interno della destra e dell’estrema destra si afferma un filoisraelismo ipercritico nei confronti dell’antisionismo, il che permette di attaccare la sinistra radicale e, all’estrema destra, di liberarsi dall’accusa di antisemitismo. I rapporti dell’estrema destra con il progetto sionista sono da tempo ambigui, come abbiamo già accennato. Dopo il 1948, divisioni ideologiche attraversano l’ l’estrema destra francese riguardo al sionismo. Giovane deputato nel 1956, Jean-Marie Le Pen dichiara il proprio sostegno a Israele «allora condiviso nella sua famiglia politica, in nome dell’opposizione ai nazionalismi arabi, ben più che all’idea di una comunità di destini tra la Francia e Israele[53]». In nome di questa stessa opposizione ai nazionalisti arabi, l’estrema destra accoglie con favore la vittoria israeliana del 1967. L’idea di vedere gli ebrei riuniti in Israele, «in prima linea» contro l’Islam, soddisfa le voci dell’estrema destra. Si assiste alla rinascita del «sionismo di espulsione», ad esempio in Xavier Vallat, l’ex commissario per le questioni ebraiche di Vichy, che dichiara poco dopo la guerra: « Non ritengo tuttavia che, al di fuori del sionismo integrale, esista una soluzione ragionevole ed efficace al problema ebraico». Da notare qui la persistenza di un antisemitismo esplicito, che oggi non è più di moda.
In Europa, i partiti di estrema destra o neofascisti hanno intrapreso un processo di «sdoganamento» man mano che si avvicinano al potere. Il riconoscimento da parte di Israele stesso è quindi un obiettivo dichiarato. Il primo, l’italiano Gianfranco Fini, leader dell’ ’Alleanza Nazionale, partito erede del partito neofascista MSI, viene accolto a Gerusalemme nel 2003. Appena arrivata all’Assemblea nel 2004, Marine Le Pen si iscrive al gruppo di amicizia Francia-Israele. Questo sforzo di «ripulimento» è di lungo respiro. La leader del futuro RN deve prendere le distanze da un padre famoso per le sue esagerazioni antisemite e negazioniste. Il 22 giugno 2024, pubblica sul Figaro un articolo dal chiaro obiettivo: «Per quanto tempo ancora tollereremo le abiezioni dell’estrema sinistra sull’antisemitismo?». Ma sarà Jordan Bardella ad essere accolto in Israele, insieme ad altri leader di partiti di estrema destra che ospitano al loro interno negazionisti: il 27 gennaio 2026, data della Giornata internazionale della Memoria dell’Olocausto, il governo israeliano ha deciso di invitare questi leader a una conferenza mondiale sull’antisemitismo. Questo avvicinamento tra l’estrema destra e il mondo ebraico non riguarda solo i governi israeliani. Soprattutto in Francia, la comunità ebraica – che attribuisce in gran parte a LFI e al movimento filopalestinese la responsabilità dell’ascesa dell’antisemitismo – si è avvicinata alla destra e persino all’estrema destra. L’adesione di Serge Klarsfeld al Rassemblement National segna una svolta.
Tra gli account sui social network dei i rappresentanti politici di estrema destra e alcune manifestazioni di varia portata, le espressioni apertamente antisemite persistono nell’estrema destra. Durante la manifestazione «Jour de Colère», nata dall’opposizione al «Matrimonio per tutti», si sentono gridare slogan apertamente antisemiti come «Ebreo, vattene, la Francia non è tua». I movimenti «antisistema», a volte difficili da classificare, rimangono focolai di un antisemitismo-antisionismo dalle mille sfaccettature. Tra i gilet gialli, nel 2018, Israele può tornare a essere al centro di un complotto sionista mondiale.
Negli Stati Uniti, in modo più esplicito, una galassia apertamente neonazista sta acquisendo sempre più audacia sin dalla prima presidenza di Donald Trump. Questi gruppi sostengono che il loro paese (lo Stato, ma anche i media, l’economia e, naturalmente, la cultura) sia guidato dietro le quinte dallo ZOG (Zionist Occupied Government), un gruppo di ricchi ebrei che vogliono creare un governo ebraico mondiale[54]. Oggi, questo antisionismo chiaramente antisemita sta crescendo tra i sostenitori di Trump, in particolare tra i giovani.
Allarghiamo la prospettiva politica. Negli anni 2010, la condanna dell’antisionismo diventa generale, sia a destra che tra alcuni socialisti, compreso il presidente della Repubblica François Hollande, che compie una visita ufficiale in Israele (e sarà uno dei pochi socialisti a dichiararsi pronto a votare a favore della legge Yadan). Poi Emmanuel Macron riprende il tema. Il 17 luglio 2017, in occasione della commemorazione della retata del Vel d’Hiv, alla quale per la prima volta è stato invitato un primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, Emmanuel Macron dichiara: « Non cederemo nulla all’antisionismo perché è la forma reinventata dell’antisemitismo.” Il 2 aprile 2025, consegnando un premio della LICRA a una conduttrice spesso accusata… di islamofobia, si cimenta goffamente nel ruolo di storico denunciando «un odio nato nell’estrema destra che ha saputo diffondersi oltre […] e oggi, purtroppo, fino a certi ranghi dell’estrema sinistra e della sinistra, per i quali l’antisionismo funge da alibi per l’espressione dell’antisemitismo».
Durante la seconda Intifada, coloro che denunciavano l’antisionismo si sforzavano di ottenerne la condanna come antisemitismo davanti ai giudici. Alcune associazioni filoisraeliane citavano in giudizio giornalisti e organi di stampa per dichiarazioni critiche nei confronti della repressione dei palestinesi, compreso in particolare il paragone con la politica nazista. Edgar Morin fu citato in giudizio per un articolo pubblicato su Le Monde il 4 giugno 2002; la Corte di cassazione annullerà una condanna per diffamazione razziale. Questo testo accumula diverse figure retoriche spesso criticate: lo slittamento da «ebrei di Israele» a «ebreo», la figura del perseguitato diventato persecutore, e anche il paragone con l’apartheid (ma dal 2002, la stessa politica israeliana ha reso questo paragone sempre più pertinente).
La Francia sta inoltre modificando la legislazione ampliando la definizione del reato di apologia del terrorismo. Nel 2014, tale reato è stato rimosso dalla legge sulla stampa del 1881 per essere inserito nel Codice penale. Da semplice reato di opinione, questa associazione contribuisce ad avvicinarlo all’ atto stesso di terrorismo. E l’applicazione è stata rigorosa, penalizzando sempre più tutto ciò che possa assomigliare a un sostegno al terrorismo o a un movimento qualificato dalla Francia come terroristico, prendendo di mira in primo luogo i sostenitori dichiarati della causa palestinese. La legge Yadan prevedeva di spingersi ancora oltre in questa direzione.
L’estensione della definizione di antisemitismo diventa una questione centrale, portatrice di contraddizioni: gli interessi dello Stato di Israele puntano a una definizione il più ampia e vaga possibile; gli storici sono divisi tra una definizione minima, fortemente radicata nel contesto storico, e una definizione massima. Ma anche i sostenitori di una definizione ampia sono preoccupati per il suo uso politico, per la sua «strumentalizzazione», secondo un termine molto usato per denunciare… la denuncia dell’antisionismo. Nel 2007, in un contesto statunitense in cui si biasimava l’Europa, e la Francia in particolare, l’AJC (American Jewish Congress) si è associato a un’agenzia europea, l’Osservatorio europeo dei fenomeni razzisti e xenofobi, per elaborare una «definizione operativa» dell’ antisemitismo. Nel 2016, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) adotta la «definizione operativa», precisando che essa è «giuridicamente non vincolante». Fondata nel 1998, l’IHRA era un’istituzione «piuttosto discreta che operava nel campo dell’educazione alla Shoah[55] ». Ormai nota come «definizione dell’IHRA», il testo del 2007 verrà trattato, proprio, come uno strumento vincolante, e diventerà la definizione più politicizzata e più dibattuta della storia dei razzismi. I governi, soprattutto di destra ma non solo, in primo luogo la nuova amministrazione americana di Trump, se ne appropriano, il che permette loro di proporsi come difensori degli ebrei e di Israele attaccando la sinistra e il mondo intellettuale.
Fin dalla prima frase emerge l’imprecisione: l’antisemitismo vi è definito come «una certa percezione degli ebrei che può manifestarsi con l’odio nei loro confronti». La critica a Israele e al sionismo occupa un posto di rilievo nell’elenco degli esempi di antisemitismo: «esigere da Israele ciò che non si esigerebbe da nessun altro Stato democratico» ; negare agli ebrei «il diritto all’autodeterminazione»; paragonare «la politica dello Stato di Israele alla politica nazista». Questi criteri rallegrano i sostenitori della tesi del «nuovo antisemitismo».
Il 20 febbraio 2019, Emmanuel Macron si è impegnato davanti al CRIF affinché la Francia adottasse la definizione. L’11 dicembre 2019, Donald Trump ha incaricato le autorità federali di ricorrervi nell’attuazione del Civil Rights Act. Nel giugno 2023, più di quarantatré governi avevano approvato la definizione in un modo o nell’altro, tra cui la maggior parte degli Stati dell’Unione europea. Kenneth Stern, autore principale della definizione, è giunto egli stesso a rifiutarne l’uso giuridico e politico, denunciandone la strumentalizzazione. In Germania, l’adozione della definizione, e più in generale della tesi del nuovo antisemitismo, è la più evidente: dal giugno 2024, i candidati alla cittadinanza tedesca devono «riconoscere il diritto di Israele ad esistere». Alcuni intellettuali ebrei, in particolare israeliani, propongono una contro-definizione — la Dichiarazione di Gerusalemme — che parte da una definizione universalista del razzismo, ma nessun attore politico di rilievo la fa propria.
Ma non bisogna ridurre tutte le offensive contro l’antisionismo a una strategia di strumentalizzazione, tutt’altro. Esse si inseriscono nella storia di una crescente inquietudine degli intellettuali ebrei, soprattutto di quelli di sinistra, si sentono incompresi dal proprio schieramento. Se dopo il 1967 le manifestazioni di questa lacerazione si sono moltiplicate, essa era iniziata già prima. Nelle sue memorie, Annie Kriegel racconta che il suo allontanamento dal comunismo ebbe inizio nel 1954 con i processi alle «Blouses blanches», che le aprirono gli occhi sulla cecità del suo schieramento di fronte all’antisionismo sovietico come maschera dell’ antisemitismo[56]. Come altri ebrei molto laici, «assimilati», porrà la solidarietà con Israele al centro della propria appartenenza al mondo ebraico.
Il periodo successivo al 1967 vede moltiplicarsi l’espressione di questi dolori, dopo i testi di Givet e di Améry. Il 31 ottobre 1978, su Libération, Pierre Goldman, figura di spicco dell’estrema sinistra, fa, nel corso di un articolo sull’antisemitismo di destra, una confidenza passata quasi inosservata: «Eravamo alcuni ebrei di sinistra a essere trattenuti sulla soglia del sostegno alla causa palestinese dall’indiscutibile antisemitismo che trasudava in sordina dal discorso prop palestinese». Nella sua corrispondenza, anche lui esprime il proprio attaccamento a Israele: «ebreo dell’esilio», non «sopporta l’idea che Israele scompaia» e condanna anche l’antisionismo[57].
Questo disincanto nei confronti della sinistra porta a evoluzioni, a volte a cambi di campo: ancora una volta la seconda Intifada rappresenta un momento chiave. Così Nathan Weinstock, storico belga trotskista, autore di un compendio antisionista (Il sionismo contro Israele, Maspéro, 1969), racconterà nel 2006 il proprio disincanto. Nel 1967, poco prima della guerra, viene a parlare a nome di Matzpen a Parigi. Ma nessuno, dice, si interessava all’estrema sinistra israeliana: «Lungi dal rappresentare un interlocutore, mi ritrovai relegato nell’unico posto riservato agli avversari ebrei di Israele: quello dell’“idiota utile[58]”».
Dopo l’ottobre 2023, il senso di abbandono cresceva in modo molto marcato. In Inghilterra, in Francia, esplode in due opere collettive. Mapping the New Left Antisemitism (antologia della rivista Fathom) documenta l’antisionismo come antisemitismo all’interno della sinistra britannica. La Revue K è ancora più pessimista: La fine di un’illusione. Israele e l’Occidente dopo il 7 ottobre [59] mette in discussione l’Europa intera, stabilisce una continuità tra il «nuovo antisemitismo» e i suoi presunti predecessori, cristiano e razziale. Così, il tema del complotto ebraico (di cui il Protocollo dei Savi di Sion rimane il best-seller) si ritroverebbe nella figura di uno Stato di Israele che manipola i governi occidentali, anche attraverso una diaspora mobilitata.
«Noi, ebrei francesi, abbiamo incontrato solo silenzio, negazione o indifferenza da parte dell’estrema sinistra di fronte all’antisemitismo»: è questo il titolo di un articolo pubblicato su Le Monde il 1° marzo 2025. Tra i firmatari, personalità che si esprimono per la prima volta in qualità di ebrei, e lo fanno per denunciare un abbandono. Nelle diaspore, molti diranno di sentirsi diventare ebrei loro malgrado, mentre questo aspetto della loro identità non li aveva quasi mai preoccupati fino a quel momento.
Alcuni specialisti dell’antisemitismo accusano talvolta gli ebrei preoccupati di emotività[60]. Jean Améry rispondeva già nel 1975: «Trattandosi di una stimolazione nervosa dell’emotività, ho l’impressione che attualmente sia piuttosto nel campo della Nuova Sinistra che la si possa constatare», riferendosi alla passione dei critici di Israele. Ricordiamo Abram de Swaan che nel 2004 derideva gli entusiasmi anti-israeliani. Dopo il 7 ottobre 2023, la rivista Fathom pubblica un florilegio di queste passioni filopalestinesi, intitolato « “Progressives” and the Hamas Pogrom: An A-Z Guide ». Il testo mescola diverse prese di posizione: la simmetrizzazione delle violenze palestinesi e israeliane (che possono essere denunciate anche dai filopalestinesi), la negazione pura e semplice della violenza palestinese del 7 ottobre e, infine, le giustificazioni della violenza come resistenza, come in una lettera aperta del 28 ottobre, firmata da 144 docenti dell’Università di Columbia, che descrive l’attacco come «un’azione militare », un esempio di «un popolo occupato che esercita il proprio diritto alla resistenza». L’autore traccia inoltre la genealogia di questo discorso nella lunga storia del trotskismo britannico. In Francia, personalità di sinistra, militanti e intellettuali, solidali con la popolazione di Gaza, elencano le posizioni filopalestinesi problematiche in una lettera aperta. A prescindere dalla fazione, si dirà con Mazower che un’epoca «più incline a considerare il sentimento attribuirà necessariamente alle emozioni un peso maggiore[61]».
Qui tocchiamo il punto di disaccordo più delicato: il divario tra i mondi emotivi, ostacolo principale a qualsiasi dialogo. Già nel 1967 Améry osservava, a proposito di Sartre ed Enzensberger, che gli intellettuali non ebrei che criticavano Israele con passione in nome della giustizia si trovavano a una «distanza siderale» dagli ebrei che, da quando Israele è in pericolo, si ritrovano «esclusi dalla comunità che ieri era la nostra[62]», vale a dire dal loro paese di residenza o di cittadinanza, al quale credevano di appartenere. Améry, con un passato culturale complesso, un’educazione cattolica, una formazione prima tedesca e poi francese, avendo vissuto a lungo in Belgio, scriverà: «Eppure: se provo il minimo interesse per l’esistenza e l’indipendenza di una comunità in quanto Stato, è per Israele.»
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Nel corso di questa storia, i termini «sionista», «antisionista» e «antisemita» hanno visto cambiare il loro significato a seconda della fazione politica, dell’ambiente e del paese. Il termine «sionismo» è quello che ha subito la maggiore evoluzione. Oggi, il suo uso è oggetto di un ampio consenso solo in un unico paese: tra gli ebrei di Israele. Ad eccezione di una minoranza tra gli ultraortodossi e, all’estremo opposto, nella sinistra radicale, la stragrande maggioranza degli elettori israeliani vota per partiti che si definiscono sionisti. Ma, al di fuori di Israele, un dibattito minoritario sta ormai facendo più rumore, soprattutto nella più grande diaspora del mondo, quella americana. Per molti, era più che il principio di uno Stato per gli ebrei: era l’ideale di uno Stato di giustizia, di uno Stato di cui si potesse essere orgogliosi. A partire dalla seconda Intifada, è stata proclamata più volte la morte del sionismo in questo senso, come fece il politico israeliano Avraham Burg nel 2003 (in un articolo che all’epoca fece scalpore in Israele). Dopo il 2023, questo movimento ha subito un’accelerazione; voci autorevoli proclamano la morte o la fine del sionismo. Secondo Shaul Maguid, ex colono, oggi rabbino e rinomato teologo ad Harvard: «Alcuni dicono che sia la fine del sionismo, e io non ci vedo alcun problema». Maguid si dichiara sostenitore non di un antisionismo, ma di un contro-sionismo, una via di realizzazione per l’ebraismo al di fuori di Israele. La fine del sionismo, per lui, è una celebrazione dell’indifferenza ebraica nei confronti di Israele. Storico del genocidio, israeliano residente negli Stati Uniti e molto critico nei confronti del proprio Paese, Omer Bartov ritiene anch’egli che il sionismo «debba scomparire», anche se Israele sopravviverà, fortezza assediata ripiegata sulla storia della propria sofferenza.
Nel mondo ebraico americano, la critica a Israele sta crescendo fortemente in un paese che per così tanto tempo si è contraddistinto per la sua posizione filo-israeliana, sia a livello politico che mediatico. Nel 2012, l’accademico e pubblicista Peter Beinart, figura di spicco della sinistra ebraica, difendeva (ancora) la soluzione dei due Stati. Nel 2019, sul Guardian, affermava di voler «sfatare il mito che equipara l’antisionismo all’antisemitismo» e spiegava che non c’è nulla di antisemita nell’auspicare che Israele si trasformi in una democrazia egualitaria. La sua presa di posizione non ha suscitato la levata di scudi scatenata dallo storico Tony Judt quando, nel 2003, espresse una posizione simile sulla New York Review of Books, con l’articolo intitolato «Lo Stato di Israele è un anacronismo» (vedi la traduzione francese). Nel suo libro[63] del 2025, Beinart rinuncia all’idea che si possa difendere la sovranità ebraica in uno Stato proprio, definendosi tuttavia «sionista» in senso culturale — gli ebrei avrebbero diritto all’autonomia culturale in uno Stato multiculturale, ebraico e arabo. Questa posizione, che assomiglia a quella di Shaul Maguid (ma quest’ultimo aggiunge una dimensione religiosa), riporta in fondo il mondo ebraico ai dibattiti degli albori del sionismo. Ma parlare di «sionismo culturale» senza uno Stato non contribuisce alla chiarezza. È una posizione che molti ebrei definirebbero… antisionista.
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Un sondaggio tra gli ebrei americani (gennaio 2026) illustra la vaghezza che ormai circonda il termine «sionismo» e i suoi derivati: solo il 37% si identifica come «sionisti», il 7% come antisionisti, il resto non sa o ritiene che nessuna parola possa descrivere il proprio orientamento. Le domande sulle definizioni rivelano una profonda incertezza sul significato del termine: il 90% degli intervistati dichiara tuttavia di sostenere il diritto di Israele di esistere come Stato ebraico e democratico — che era la definizione comunemente accettata di sionismo. Ma oltre il 25% ritiene che essere sionista significhi sostenere qualsiasi azione dello Stato di Israele, e il 35% sostenere il diritto al «Grande Israele» che includa Gaza e la Cisgiordania. Forse l’uso sempre più negativo del termine sionismo, con o senza definizione, ha contribuito alla sua svalutazione. È diventato difficile dichiararsi con orgoglio – e chiaramente – sionisti.
Paradossalmente, «antisionista» è ormai più chiaro (o meno vago) di «sionista»: implica infatti il rifiuto di un privilegio ebraico sulla terra di Israele, e quindi del diritto a uno Stato ebraico in Palestina.
La nostra controversia assomiglia meno a un vero e proprio scambio che a un dialogo tra sordi, anche quando abbiamo cercato di organizzare e pubblicare questo dialogo[64]. Torniamo all’effetto di alternanza tra posizioni estreme, e passiamo a elencare in modo ordinato ed esaustivo le posizioni degli antisionisti radicali, contrapponendole a quelle dei filoisraeliani radicali (evito il termine «sionisti» per i motivi che abbiamo appena visto). Ricorrendo a un metodo ben noto ai giuristi, avremo quindi due «insiemi di indizi» per identificare due posizioni estreme. Seguendo l’esempio di altri autori, proponiamo di utilizzare il metodo del «insieme di indizi», ben noto ai giuristi. Esso è stato parzialmente utilizzato dagli oppositori dell’antisionismo, ad esempio quando l’ex refuznik Natan Sharansky ha proposto, nel contesto della seconda intifada, il test delle tre D: la combinazione di delegittimazione (negazione del diritto a uno Stato), doppio standard e demonizzazione (ad esempio il paragone con i nazisti) renderebbe una critica antisionista una critica antisemita. Il test è stato criticato per le stesse ragioni dell’IHRA: vaghezza, difficoltà di applicazione. Si tratta di uno spunto di riflessione, non di uno strumento matematico.
Inoltre, in questa sede ampliamo l’uso dell’insieme di indizi suggerendo che esso possa essere rivolto contro il radicale filoisraeliano e permetta di chiedersi quando il sostegno a Israele implichi una forma di razzismo. Elenchiamo, partendo ogni volta dall’indizio di presunto antisionismo e contrapponendolo alla risposta o alla giustificazione che esso può suscitare.
1. Ossessione per il solo conflitto israelo-palestinese (rispetto ad altri). Contro: Esemplarità o «universalità[65]» della causa palestinese (che potrebbe giustificare l’attenzione prioritaria).
2. Negazione del diritto a uno Stato riservato esclusivamente al popolo ebraico. Contro: molti altri popoli non ottengono l’indipendenza che desiderano.
3. Esigenza di una condotta morale riservata esclusivamente allo Stato degli ebrei. Contro: lo Stato di Israele proclama la propria moralità di democrazia esemplare e deve quindi essere criticato secondo i propri criteri.
4. Confusione tra Israele e il popolo ebraico (sospettato di essere un sostenitore incondizionato di Israele). Contro: Israele e molte istituzioni ebraiche alimentano questa confusione, il che potrebbe giustificare critiche o addirittura aggressioni contro questa diaspora che può sventolare la bandiera di Israele (a volte letteralmente, soprattutto negli Stati Uniti).
5. Riduzione del sionismo a un’impresa coloniale o addirittura genocida (e questo già prima del 7 ottobre). Contro: la prospettiva coloniale non è solo un aspetto del sionismo, e sebbene il termine sia più appropriato dopo il 1967, il sionismo è variegato, e molti sionisti hanno auspicato un compromesso con il popolo palestinese e si sono opposti all’occupazione; altri Stati moderni sono nati da processi di colonizzazione (gli Stati Uniti in primo luogo).
6. Minimizzazione dell’antisemitismo, in particolare attraverso l’assenza di continuità storica e l’esistenza di altre forme di razzismo letale[66]. Contro: tra le forme di razzismo, l’ antisemitismo è altamente specifico per la sua durata e la sua violenza[67].
7. Minimizzazione dell’antisemitismo arabo e musulmano, legato soprattutto a un antisionismo puramente politico. Contro: legame tra l’antica giudeofobia musulmana, l’antisemitismo del XIX secolo importato dall’Europa e l’antisionismo (compresi gli attacchi islamisti antiebraici in Europa o altrove), che li rinnova (si noti che si tratta di una specificazione del caso 6).
8. Giustificazione/spiegazione o negazione dell’uso della violenza indiscriminata contro i civili (vedi Fathom, sopra). Contro: condanna del terrorismo come strategia palestinese deliberata e di lunga data, a scapito di altre forme di lotta.
9. Ricorso al paragone tra Israele e i nazisti, che trasforma le vittime in un «popolo di carnefici». Contro: estrema banalità di tale paragone.
Anche se è possibile confutare da entrambe le parti ogni singolo argomento preso isolatamente, il loro accumulo, nella loro formulazione estrema, espone la posizione al dubbio circa la sua giustezza e ragionevolezza. Aumenta la probabilità che vi sia antisemitismo da una parte e razzismo nei confronti degli arabi e dell’Islam dall’altra. Il ribaltamento del metodo contro i filoisraeliani aprirà la strada, non ne dubito, all’accusa… di antisemitismo: ricordiamo il clamore del 1975 sulla condanna del sionismo come razzismo. Ma la questione di questo razzismo è stata sollevata, con validi argomenti, e più facilmente dagli stessi israeliani. Oggi il razzismo anti-palestinese e anti-arabo è più forte che mai in Israele, anche nelle parole delle autorità religiose. Autori islamofobi che denunciano l’«arabizzazione» dell’Europa vengono tradotti con successo in ebraico.
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Il percorso della sfumatura richiede un duplice sforzo: di accuratezza logica e storica e, cosa più difficile, di l’autocritica. Chi accusa con passione deve chiedersi se non si esponga a una controaccusa. Si ricorderà la dissimetria tra destra e sinistra, almeno quella sinistra universalista che si considera paladina della giustizia in generale, e profondamente antirazzista, e la destra. La destra, almeno quella radicale, accetta più facilmente l’accusa di razzismo (pur negando qualsiasi antisemitismo). A sinistra, si fa più fatica a confrontarsi con questo razzismo. Aggraviamo ulteriormente il quadro: la sinistra radicale non dovrebbe chiedersi se l’attenzione concentrata sulla causa palestinese, alimentando una disastrosa competizione tra le denunce di islamofobia e antisemitismo, non contribuisca a gettare un velo sulle altre lotte antirazziste?
Mark Mazower: «La sfida fondamentale consiste nel distinguere l’antisemitismo dall’antisionismo»
[1] Elenco non esaustivo:
— Meïr Waintrater, «Il cattivo ebreo di Sion. Antisionismo e antisemitismo: le vicissitudini di un concetto», in Léon Poliakov, Storia dell’antisemitismo, vol. IV, Seuil
— David Hirsch, «Anti-Zionism and Antisemitism: Cosmopolitan Reflections», The Yale Initiative for the Interdisciplinary Study of Antisemitism, Working Paper Series, 2007
— Michael Walzer, «Antisionismo e antisemitismo», Esprit, n. 10, 2019
— Kenneth Stern, «Antisionismo, antisemitismo e l’errore delle linee di demarcazione nette», INSS papers, 2021
— Alan Johnson, Mapping the New Left Antisemitism. The Fathom Essays, Routledge e London Center for the Study of Contemporary Antisemitism, 2024
— Denis Charbit, «Antisionismo = antisemitismo. Per un’analisi ragionata di una questione controversa», Hérodote, n. 198, 2025.
A differenza di molti testi citati qui sul «nuovo antisemitismo», questi autori accettano l’idea che la questione sia complessa.
Aggiungo, pubblicato proprio mentre stavo completando questo testo, un libro che dovrebbe segnare una svolta nel dibattito sull’antisionismo a sinistra e sui suoi aspetti antisemiti: Julien Chanet, L’Incendie universel. Il tema dell’antisionismo a sinistra, Crise et Critique Éditions, 2026.
[2] Pierre Bourdieu, Leçon sur la leçon, Minuit, 1982.
[3] Ad esempio Gilles Deleuze, che dopo aver denunciato una concezione «sionista» del genocidio come male assoluto, scrive: «Con mezzi più “freddi” del genocidio, si vuole giungere allo stesso risultato», «La grandezza di Arafat», Études palestiniennes, n. 10, 1984 (ristampato nel n. 84, 2002).
[4] David Myers, « Can There Be a Principled Anti-Zionism? On the Nexus between Anti-Historicism and Anti-Zionism in Modern Jewish Thought », in Jeffrey Herf (a cura di), Anti-Semitism and Anti-Zionism in Historical Perspective Convergence and Divergence, Routledge, 2007.
[5] David Cesarini, «Anti-Zionism in Britain», Alan Johnson (a cura di), Mapping the New Left Antisemitism. The Fathom Essays, Routledge, 2024.
[6] Contra cfr. Anne Grynberg, «Segni di una recrudescenza dell’antisemitismo nella Francia del dopoguerra (1945-1953)? », Les Cahiers de la Shoah, 1, 2001; e Emmanuel Debono, « Capitolo 4: Prosecuzione delle ostilità », Il razzismo in aula, PUF, 2019.
[7] Si veda: Bruno Quélennec & Salima Naït Ahmed (a cura di), Riflessioni sull’antisemitismo contemporaneo. Anthologie critique, Éditions de l’Aube, 2026.
[8] Sarah Fainberg, Les discriminés. L’antisémitisme soviétique après Staline, Fayard, 2014.
[9] William Zuckerman, Voice of dissent: Jewish problems, 1948-1961, Bookman Associates, 1964, p. 19.
[10] Solo Baron utilizza l’espressione in: «Newer Emphases in Jewish History», Jewish Social Studies, 25 n. 4, 1963. In tale articolo spiega di aver combattuto in tutta la sua opera contro una simile concezione.
[11] Léon Poliakov, Da Mosca a Beirut. Saggio sulla disinformazione, Calmann-Lévy, 1983.
[12] Michel Dreyfus, L’antisemitismo a sinistra. Storia di un paradosso, dal 1830 ai giorni nostri, La Découverte, 2011.
[13] Jean-William Lapierre, L’informazione sullo Stato di Israele nei principali quotidiani francesi nel 1958, Éditions du CNRS, 1968.
[14] «Accuse individuali e collettive contro gli ebrei nell’URSS e nei paesi dell’Est. Un’indagine», Évidences 30, gennaio-febbraio 1953.
[15] Annie Kriegel, Israele è colpevole? Robert Laffont, 1982.
[16] Jérôme Bourdon, « Sul corretto uso del termine “colonia” in Israele-Palestina », AOC, 7 novembre 2023.
[17] Dominique Trimbur, « La Germania, il mondo arabo-musulmano, la Shoah », in Alexandre Bande et al., Nuova storia della Shoah, Passés/Composés, 2021.
[18] Ma non tutti ne rilevano la continua diffusione all’interno del nuovo contesto antisionista, cfr. ad esempio Dominique Avon, Violenza e religione, di prossima pubblicazione.
[19] Günther Jikeli, «L’antisemitismo tra i musulmani», Erodoto, n. 198, 2025.
[20] William Zuckerman, cfr. nota 9.
[21] Maxime Rodinson, «Antisemitismo o giudeofobie multiple» (testo del 1969), in Popolo ebraico o problema ebraico, La Découverte, 1981, ried. 1997, p. 311.
[22] Esther Webman (a cura di), The Global Impact of the Protocols of the Elders of Zion, Routledge, 2011.
[23] Léon Poliakov, Da Mosca a Beirut.
[24] Daniel Byman, « Iran, Terrorism, and Weapons of Mass Destruction », Studies in Conflict & Terrorism, 31(3), 2008.
[25] Fin dalla seconda Intifada. Cfr. ad esempio un uomo di Stato e attivista tunisino per i diritti umani: Moncef Marzouki, Combattere la giudeofobia è anche una responsabilità degli intellettuali arabi, Mouvements 33/34, 2004.
[26] Léon Poliakov, Da Mosca a Beirut.
[27] Emmanuel Berl, Nasser tel qu’on le loue, Gallimard, 1968.
[28] Vladimir Jankélévitch, L’Imprescriptible, Points-Seuil, 1996, p. 20.
[29] Bruno Quélennec, « I tedeschi non perdoneranno mai Auschwitz agli ebrei. Genesi, portata e limiti del concetto di “antisemitismo secondario”», Cités 87(4), 2021.
[30] Jacques Givet, La sinistra contro Israele, Pauvert, 1968; Jean Améry, «L’antisemitismo onorevole, Discorso per la settimana della fratellanza», testo del 1976 ripreso in Il nuovo antisemitismo, Les Belles-Lettres, 2025; Emmanuel Berl, cfr. nota 27.
[31] Paul Giniewski, L’Antisionismo, ed. Librairie encyclopédique, Bruxelles, 1973,
[32] Léon Poliakov, Dall’antisionismo all’antisemitismo, Calmann-Lévy, 1969.
[33] Hans Mayer, Les Marginaux. Donne, ebrei e omosessuali nella letteratura europea, Albin Michel, 1994 (pubblicazione originale in tedesco: 1975).
[34] Cfr. ad es. la testimonianza di Charles Enderlin, Dal nostro corrispondente a Gerusalemme, Don Quichotte, 2021.
[35] Paul Giniewski, cfr. nota 31.
[36] Benjamin Ferron, «La transnazionalizzazione di “Matzpen”, l’organizzazione socialista israeliana (1962-2006)», Pôle Sud, 1 n. 30, 2009.
[37] Jérôme Bourdon, « Representing the Israeli-Palestinian conflict. A short story and some research questions », Bulletin du Centre de Recherche Français de Jérusalem, 23, 2012. ;Atlantico, « 1967-2014: evoluzione dell’opinione dei francesi su Israele e sui conflitti in Medio Oriente », agosto 2014. Il 7 ottobre 2023 e la guerra cambieranno le carte in tavola, ma senza provocare un’ondata di simpatia per i palestinesi, nemmeno nei paesi europei a loro più favorevoli. Ad esempio, secondo un sondaggio YouGov, nel giugno 2025, in Francia, il 24% degli intervistati ha un’opinione più favorevole dei palestinesi, il 18% un’opinione più favorevole di Israele, il resto dichiara di non avere un’opinione o di provare la stessa simpatia per entrambi.
[38] Per la Francia citiamo: Sylvain Attal, La Plaie. Enquête sur le nouvel antisémitisme, Denoël, 2004; Alain Finkielkraut, Au nom de l’autre. Réflexions sur l’antisémitisme qui vient, Gallimard, 2003; Jean-Claude Milner, Les Penchants criminels de l’Europe démocratique, Verdier, 2003; Pierre-André Taguieff, La nouvelle judéophobie, Mille et Une Nuits, 2002.
[39] Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di), A New Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st-century Britain, Profile Books/Institute for Jewish Policy Research, 2003.
[40] Robert Wistrich, From Ambivalence to Betrayal, the Left, the Jews and Israel, University of Nebraska Press, 2012.
[41] A cura di, Il nuovo antisemitismo in Francia, Ritorno sul caso Sarah Halimi, Albin Michel, 2018.
[42] Si veda, adattato dall’ebraico: Elhanan Yakira, Post-sionismo, post-Shoah, Tre saggi su una negazione, una delegittimazione e una demonizzazione di Israele, PUF, 2009.
[43] Guillaume Weill-Raynal, Un odio immaginario. Contro-indagine sul nuovo antisemitismo, Armand Colin, 2006.
[44] Jenny Bourne, «New antisemitism or anti-criticism», Race Relations 46(1), 2004.
[45] Jacques Givet, cfr. nota 30; Robert Wistrich, 2012, cfr. nota 40.
[46] Michel Dreyfus, cfr. nota 12; cfr. anche, dello stesso autore: « La sinistra ha troppo spesso accolto con indifferenza le derive antisemite », Le Monde, 22 novembre 2025.
[47] Jacques Givet, cfr. nota 30.
[48] Jean Améry, « L’antisemitismo onorevole », 1976.
[49] Fiamma Nurenstein, conferenza del 14 maggio 2003 a New York (Il Foglio, Milano, in francese Courrier International, n. 672, 18 settembre 2003).
[50] Eva Illouz, L’8 ottobre. Genealogia di un odio virtuoso, Tract Gallimard n. 60, 2024.
[51] Gérard Bensussan, Des sadiques au cœur pur, sur l’antisionisme contemporain, Hermann, 2025.
[52] Deborah Lipstadt, Antisemitism: Here and Now, Schocken, 2019.
[53] Nicolas Lebourg, Réagir au 7 octobre : un révélateur du marché idéologique des extrêmes droites. Mémoires en jeu, numero speciale, autunno 2025.
[54] Deborah Lipstadt, cfr. nota 52.
[55] Mark Mazower, Antisemitismo: metamorfosi e controversie, La Découverte, 2024, p. 269.
[56] Annie Kriegel, Ce que j’ai cru comprendre, Robert Laffont, 1991.
[57] Lettera del 26 febbraio 1975, Pierre Goldman, Lettres à K, Gallimard, 2025, p. 103.
[58] Nathan Weinstock, La testimonianza di un ex antisionista, L’Arche, n. 579-580, luglio-agosto 2006.
[59] Bruno Karsenti (a cura di), La fine di un’illusione. Israele e l’Occidente dopo il 7 ottobre, PUF, 2024.
[60] Mark Mazower: «La sfida fondamentale consiste nel distinguere l’antisemitismo dall’antisionismo», acro-polis.it, 4 ottobre 2025.
[61] Mark Mazower, Antisemitismo: metamorfosi e controversie, La Découverte, 2024, p. 281.
[62] Jean Améry, «Tra il Vietnam e Israele, il dilemma dell’impegno», 1967, in Il nuovo antisemitismo, p. 6.
[63] Peter Beinart, Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza, Knopf Doubleday, 2025.
[64] Due esempi tipici, anche per la tempistica: Rony Brauman & Alain Finkielkraut, La discordia. Israele-Palestina, gli ebrei, la Francia. Conversazioni con Elisabeth Lévy, Mille et une nuits, 2006; Ganjipour Anoush & Milner Jean-Claude, Parler sans détours. Lettres sur Israël et la Palestine, Cerf, 2025.
[65] Étienne Balibar, « Universalité de la cause palestinienne », Le Monde diplomatique, maggio 2004.
[66] Maxime Rodinson, cfr. nota 21. Nello stesso senso, sebbene in modo meno deciso, Mark Mazower, cfr. nota 61.
[67] Robert Wistrich, Antisemitism, the Longest Hatred, Pantheon, 1992; Peter Schäfer, Kurze Geschichte des Antisemitismus, C.H.Beck, 2020.
Autore: Jérôme Bourdon è uno storico e sociologo, docente presso il dipartimento di comunicazione dell’Università di Tel Aviv.
Fonte: AOCMedia