La questione demografica? Un disordine psicopolitico

 

“Del resto, non dovremmo dimenticare gli ideali di vita quotidiani dell’edonismo consumistico immediato, con il maggior numero possibile di comodità e viaggi esotici di un numero sempre crescente di occidentali. Perché mai, allora, qualcuno dovrebbe donare la vita a un nuovo essere umano, quando sa che il costo del suo sostentamento e della sua crescita gli impedirà di «divertirsi»? Perché il futuro genitore non dovrebbe ragionare in modo cinico e realistico: «Cosa devo a questo essere umano non ancora nato?». E naturalmente, se una persona ragiona in questo modo, è onesto e coerente non avere figli. E poiché senza figli non c’è futuro, il dibattito nelle nostre società occidentali antisociali e in declino si sposta: che cos’è e che cosa significa esattamente questo egocentrico «stare bene»?”


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Il problema demografico è una delle questioni che viene spesso affrontata (salvo alcune luminose eccezioni) con mezze verità, in termini strettamente economicistici, con generalizzazioni e visioni unilaterali.

Il problema demografico di tutte le società occidentali non risiede solo nella sostituzione demografica degli autoctoni da parte di immigrati clandestini che, in nome di un presunto antirazzismo e di un presunto umanitarismo, vengono definiti in blocco «rifugiati perseguitati». Si manifesta molto di più nella bassa natalità delle donne del mondo occidentale e in particolare dell’Europa. Naturalmente, questi due fenomeni (il calo demografico e la sostituzione demografica) sono direttamente collegati.

Inoltre, sono collegati alla crescente distanza che sempre più uomini occidentali prendono dai modelli genitoriali tradizionali e dai ruoli di marito e padre. Modelli che, anche se indirettamente, sono stati bollati come superati e «reazionari» dalla retorica comune del neofemminismo.

Uomini e donne riluttanti

Da parte loro, molti uomini tendono, in un modo o nell’altro, a sminuire il «valore dell’investimento» che consiste nel creare una famiglia e nell’accettare di buon grado gli oneri che tradizionalmente una tale struttura sociale comporta sia per gli uomini, sia, naturalmente, per le giovani donne sempre più ribelli («difficili», “contraddittorie” ecc.).

Gli uomini, quindi, sono riluttanti a intraprendere relazioni di questo tipo, per quanto relativamente stabili. Ma anche le donne sono riluttanti. La retorica neofemminista della vita «child-free» ha preso piede sia ideologicamente che praticamente, poiché riflette perfettamente gli stereotipi postmoderni dell’affermazione dei diritti, dell’individualizzazione, del consumismo, dell’emancipazione individuale da tutti gli obblighi tradizionali della vita dei consumatori nel presente perpetuo: ovvero quello stile di vita che, sotto vari pretesti, sembra disinteressarsi tanto del passato storico quanto del futuro delle società. Vale forse la pena notare che, in termini di identità, circa il 40% delle giovani donne liberali americane sembra far parte della comunità LGBT+ (The Despair of Young Liberal Women – The Survey Center on American Life).

La demografia è disordine psicopolitico

Potremmo quindi affermare che, prima ancora di diventare una questione di numeri o di apparire come un calo della natalità, o addirittura di sfociare in discussioni insensate e praticamente fuori tema «a favore o contro» l’aborto, la demografia riflette innanzitutto una crisi di senso. È un sintomo di disordine psicopolitico e di una profondissima crisi esistenziale del mondo occidentale in declino.

Proprio per questo motivo, gli sforzi dello Stato volti a sostenere la natalità con mezzi economici e materiali di solito non producono i risultati attesi. E non producono risultati perché i vari sussidi non mirano, né possono mirare, al vero nucleo valoriale del problema. Finiscono per diventare un discorso implicito e di facciata da parte dello Stato e dei suoi demografi ufficiali, che in parte offusca anziché chiarire la realtà sociale visibile.

Del resto, le misure di sostegno economico volte a ridurre la bassa natalità applicate in molti paesi europei sono sfruttate essenzialmente dagli immigrati e non dalla popolazione autoctona. In questa logica, la procreazione sul territorio europeo diventa per molti immigrati non solo un modo per «mettersi radici», ma anche per guadagnarsi da vivere, aggravando ulteriormente il problema demografico per la popolazione locale, la quale, nonostante le misure di sostegno economico e materiale, non sembra desiderare di riprodursi.

Non è una questione di povertà

Le donne europee non fanno figli, anche se lo Stato, con le sue politiche sociali, sostiene la riproduzione della popolazione nazionale. D’altra parte l’esperienza storica almeno fino agli anni ’80 mostra che gli strati popolari poveri (non indigenti, ma poveri) contavano molte famiglie numerose e molte di più con almeno due figli: 2,1 figli per donna in età fertile è, ricordiamolo, la soglia demografica che consente l’equilibrio tra decessi e nascite. In altre parole, la soglia che garantisce la sopravvivenza di una comunità che non desidera vivere, in un momento futuro, l’esperienza dell’«ultimo dei Moicani».

Del resto, lo vediamo chiaramente anche oggi: la crescita demografica dei paesi poveri del cosiddetto terzo mondo è esplosiva. Ciò è ovviamente direttamente collegato al fenomeno dell’immigrazione di massa di giovani provenienti da queste società del terzo mondo, sovraffollate e devastate, dell’Asia e dell’Africa verso il mondo occidentale. Vale la pena notare che nel 2023 la Nigeria, da sola, ha registrato un numero di nascite superiore a quello dell’intero continente europeo.

Vale anche la pena ricordare che il colonialismo che ha saccheggiato l’Africa ha lasciato al contempo in eredità i sistemi sanitari e le tradizioni di assistenza che hanno ridotto drasticamente la mortalità infantile e aumentato l’aspettativa di vita delle popolazioni. Oggi, il neocolonialismo, con in prima linea forse l’ex colonia cinese, ha messo definitivamente piede nel continente africano. Sarebbe molto difficile che le riforme di leader rivoluzionari o patrioti potessero arginare i flussi della nuova Africa verso il mondo occidentale o occidentalizzato.

I ricchi occidentali si stanno riducendo

Allo stesso tempo, le società occidentali più benestanti sono caratterizzate dal fenomeno del calo demografico. È più che evidente che l’argomento della ristrettezza economica, per quanto reale e grave possa essere, non è di per sé sufficiente a spiegare la bassa natalità nella maggior parte delle società occidentali. Funge piuttosto da alibi che spesso nasconde le vere cause psicopolitiche, valoriali e culturali del fenomeno.

Si tratta più o meno dello stesso alibi sociale e strettamente economico, semi-razionale e razionalizzante, che da decenni nasconde il fenomeno dell’astrofilia, soprattutto tra le giovani donne che hanno abbandonato in massa i villaggi e le campagne, non solo per studiare, ma anche per stabilirsi definitivamente nelle grandi città.


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Un giorno le donne non partoriranno più. Le loro cellule e quelle degli uomini saranno accuratamente prodotte, selezionate e poi lavorate in laboratorio per la fabbricazione industriale di esseri umani. Migliorati, fatti su misura, senza difetti genetici. Fantascienza? In realtà, questo futuro in cui il parto sarebbe scomparso, questo futuro in cui i bambini non sarebbero più il frutto del caso biologico, ma di un sistema tecnologico finemente parametrizzato, è già tra noi, in potenza. A poco a poco, attraverso i suoi progressi nel campo delle tecnologie riproduttive (dall’inseminazione artificiale all’ectogenesi, passando per la fecondazione in vitro e il congelamento degli ovociti) e con il falso pretesto di liberare le donne, la tecnoscienza ci sta portando lì. Dopo aver preso il controllo del suolo e dei corpi per aumentare la sua presa, il sistema tecno-scientifico, nel perseguimento del suo gesto totalitario, sta lavorando da diversi decenni per prendere il controllo dell’intero vivente.


Quando è avvenuto tutto questo? Proprio nel momento storico in cui le province e i villaggi sono stati elettrificati, hanno ottenuto strade asfaltate, acqua corrente e televisori nelle case. Certo, questo fenomeno trova una spiegazione psicosociologica ed è in parte giustificato (ma questo sarebbe argomento di un altro intervento, che va oltre gli obiettivi del presente articolo).

La crisi dei modelli

Per dirla in altro modo: le condizioni di vita e l’atteggiamento delle persone nei confronti di questioni quali l’insediamento geografico o la genitorialità non sono affatto estranee alla crisi che stanno attraversando i modelli culturali tradizionali, i costumi e le mentalità che guidano e organizzano le preferenze e le scelte, gli atteggiamenti e i comportamenti degli individui.

Ovviamente, i fattori sociologici, economici, politici, culturali, antropologici e tecnologici rivestono un’importanza indiscutibile e devono essere presi seriamente in considerazione da coloro che si occupano o si esprimono pubblicamente in materia demografica. La loro combinazione spiega del resto l’abbandono di tutte le zone montuose e delle aree del Paese che non erano sfruttabili dal punto di vista turistico.

Teorie biologiche della comodità

Tuttavia, fondamentalmente questi fenomeni dipendono sia dall’evoluzione dei significati del concetto storico di «necessità», sia dalle interpretazioni – solitamente inespresse, in un certo senso personali – del «buon vivere». Da scelte, cioè, almeno in parte razionali, di uno «stile di vita» più agiato e più «cosmopolita» rispetto al passato.

Pertanto, per tornare alla questione della bassa natalità e, indirettamente, alla crisi dell’istituzione della famiglia tradizionale, sarebbe assurdo ignorare, con le nostre interpretazioni strettamente economicistiche, l’immaturità di un numero sempre maggiore di giovani occidentali che si ribellano quando devono assumersi delle responsabilità e tornano a comportarsi da bambini in ogni occasione, alla ricerca di una «bella vita con il minor numero possibile di obblighi e fatiche».

Del resto, non dovremmo dimenticare gli ideali di vita quotidiani dell’edonismo consumistico immediato, con il maggior numero possibile di comodità e viaggi esotici di un numero sempre crescente di occidentali. Perché mai, allora, qualcuno dovrebbe donare la vita a un nuovo essere umano, quando sa che il costo del suo sostentamento e della sua crescita gli impedirà di «divertirsi»? Perché il futuro genitore non dovrebbe ragionare in modo cinico e realistico: «Cosa devo a questo essere umano non ancora nato?»

E naturalmente, se una persona ragiona in questo modo, è onesto e coerente non avere figli. E poiché senza figli non c’è futuro, il dibattito nelle nostre società occidentali antisociali e in declino si sposta: che cos’è e che cosa significa esattamente questo egocentrico «stare bene»?

Autrice: Eugenia Sarigiannidi lavora come psicologa ed è coordinatrice della rete «psy-counsellors». Ha conseguito una laurea in Psicologia e un master in Psicologia e Internet. È dottoranda.

Fonte: SLPress.gr


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Alla base delle dinamiche della popolazione stanno tre componenti: le nascite, cioè la procreazione, le migrazioni, le morti. È il processo della procreazione ad assicurare la continuità tra le generazioni e il mantenimento della presenza umana sul pianeta Terra. I bisogni essenziali alla vita umana in termini di alimentazione, apporto di acqua, riparo da condizioni di freddo o caldo eccessivo, possibilità di riposo e protezione dagli agenti patogeni devono essere soddisfatti quotidianamente, per questo Braudel li pone all’inizio della sua ricostruzione storica del passato europeo. Non sono banalità da dare per scontate, ma la base fondamentale su cui la vita umana costruisce la storia.


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