22 agosto 1953 – Chiude definitivamente i battenti l’“Isola del Diavolo” nella Guyana francese
L’«Isola del Diavolo» non era altro che una colonia penale francese situata a An-di-Saton, non lontano da Pointe-de-Bouzaré, a Cayenne, nella Guyana francese, fondata nel 1852. La struttura penitenziaria era costituita da tre caserme denominate «Europa», «Africa» e «Asia». Comprendeva quattro dormitori, 19 celle e 77 celle individuali, oltre a un ambulatorio, cucine e alloggi per il personale.
La colonia penitenziaria comprendeva molti campi diversi, ciascuno dei quali era specializzato in diverse categorie di detenuti: déportés (deportati), relégués (esiliati) e transportés (trasportati).
Il più grande di questi campi era il Saint-Laurent-des-Marons, dove venivano solitamente inviati gli esiliati, mentre i detenuti più pericolosi venivano mandati a Île Royale. Dopo il suo colpo di Stato, Napoleone III inviò sull’«Isola del Diavolo» 3.000 detenuti politici, in qualità di «espulsi». I condannati con pene superiori agli otto anni erano costretti a rimanere a vita nella Guyana francese.
La loro presenza era molto importante per soddisfare le esigenze dello Stato francese. L’abolizione della schiavitù nel 1848 aveva creato una carenza di manodopera nella Guyana francese, che la Francia sperava di colmare con la manodopera dei detenuti. D’altra parte, se le pene erano più brevi, questi detenuti rientravano nella categoria dei «trasferiti» ed erano obbligati a rimanere in Guyana per lavorare dopo il loro rilascio per un periodo pari alla loro pena iniziale.
Non è un caso che queste prigioni siano rimaste note come «Isola del Diavolo» (inizialmente, ovviamente, questo nome era stato dato a causa della pericolosità delle acque della zona per le navi). Erano famose per il trattamento crudele riservato dal personale ai detenuti, mentre, a causa del clima e delle malattie tropicali, il tasso di mortalità tra gli europei era molto alto: oltre il 40% moriva entro il primo anno di permanenza, mentre in seguito tale percentuale saliva fino a raggiungere addirittura il 75%.
Questo fu uno dei motivi per cui, per vent’anni – dal 1867 al 1887 – i detenuti europei non furono più inviati lì, ma principalmente in Nuova Caledonia, nell’Oceano Pacifico (a est dell’Australia e a ovest delle Isole Figi). La Guyana era destinata ai detenuti provenienti dalle colonie francesi, come l’Algeria e l’Indocina. Tuttavia, il 27 maggio 1885 entrò in vigore una legge che reintrodusse la pena detentiva per casi specifici, quali condanne che comportavano la reclusione per reati gravi o una reclusione superiore a tre mesi per furto, frode, abuso di fiducia, atti osceni in luogo pubblico, incitamento abituale di minori alla dissolutezza, accattonaggio o violazione di un ordine restrittivo.
Tra i primi articoli pubblicati che descrivevano le condizioni disumane nell’«Isola del Diavolo», vi fu quello di Albert Lod in “Le Petit Parisien”. Fu pubblicato a puntate, a partire dall’8 agosto 1923. Si poneva ormai la questione della sospensione del sistema coloniale per la reclusione dei detenuti. Nel 1936, il Fronte Popolare decise di interrompere il trasferimento dei detenuti nella Guyana francese. Dopo la sua caduta, Gaston Monervil inviò un ultimo convoglio di detenuti nella colonia due anni più tardi. Ci vollero quindici anni prima che anche l’ultimo detenuto tornasse nella Francia continentale e l’«Isola del Diavolo» chiudesse ufficialmente i battenti; ciò avvenne il 22 agosto 1953.
Complessivamente, negli anni di funzionamento della colonia penale, varcarono i suoi cancelli circa 15.000 esiliati e 52.000 detenuti trasferiti. Uno dei casi più famosi è quello di Alfred Dreyfus, che giunse nella colonia il 13 aprile 1895 e fu rilasciato il 5 giugno 1899. Le atrocità che vi si consumavano sono state descritte in “Papillon” («La farfalla»), il libro di Henri Charrière, ex detenuto, che è stato portato sul grande schermo per la prima volta nel 1973 con Steve McQueen nel ruolo del protagonista.