La storia ha inizio con lo scioglimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, nel 1991. Seguirono la creazione dell’euro, come moneta di un’unione, e il consolidamento della NATO sotto l’egida americana. E proseguì la guerra di logoramento volta a indebolire la Russia, senza che nessuno sembrasse aver riflettuto a fondo su cosa ciò avrebbe significato in pratica.
Nel 1999, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca aderirono all’alleanza militare. L’argomentazione era che avessero bisogno di protezione dalla minaccia rappresentata da Mosca. Un’argomentazione che all’epoca era semplicemente assurda. Prima e intorno al 2000, la Russia stava attraversando un crollo politico, sociale ed economico. Le guerre interne ne avevano ridotto le forze. C’erano settimane in cui il governo centrale non riusciva a pagare gli stipendi dei propri funzionari. La domanda in quel periodo era se la Russia sarebbe riuscita a sopravvivere, non se rappresentasse una minaccia.
Tra il 2002 e il 2017, altri 14 paesi dell’Europa orientale hanno aderito alla NATO, compreso il Montenegro, che non soddisfaceva nessuno dei requisiti richiesti da Bruxelles per l’adesione. La NATO fungeva già da strumento di Washington per l’espansione europea.
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Nel 2014, la CIA e parte dell’oligarchia ucraina hanno istigato un colpo di Stato a Kiev. L’obiettivo era chiaro: eliminare la possibilità di una neutralità dell’Ucraina. Inoltre, sono state fatte promesse di adesione alla NATO. Già dal 2015 Putin aveva messo in guardia sui limiti dell’espansione dell’alleanza atlantica, poiché l’Ucraina e la Georgia rappresentavano per Mosca una zona di sicurezza nazionale. Washington ha ignorato l’avvertimento e ha sostenuto l’ascesa di una forza russofoba in Ucraina.
Nel giro di pochi mesi, la lingua russa fu vietata, i partiti politici che sostenevano la neutralità furono messi fuori legge e iniziarono i pogrom contro le regioni orientali dell’Ucraina. Washington sembrava convinta che una guerra locale, unita a sanzioni mirate, avrebbe indebolito e messo in ginocchio l’economia russa, speranze che si sono rivelate vane. Anche Zelensky è poi diventato uno strumento delle forze russofobe…
Il piano passo dopo passo
La strategia che permise agli Stati Uniti di uscire vincitori dalla Guerra Fredda consistette nell’intrappolare l’Unione Sovietica in Afghanistan, in modo che esaurisse le proprie risorse in un estenuante conflitto militare. Questo modello ha ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Sovraestensione e squilibrio della Russia». Cioè, costringendo l’avversario a sovraestendersi, gli si provocava uno squilibrio.
Innanzitutto – come stabilisce il piano – la Russia deve subire un attacco dal suo punto più vulnerabile, ovvero la sua economia, che dipende fortemente dalle esportazioni di gas naturale e petrolio. A tal fine occorre ricorrere a sanzioni commerciali ed economiche e, al contempo, l’Europa deve ridurre le importazioni di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti.
Sul piano ideologico e dell’informazione, è necessario incoraggiare le proteste interne e, al contempo, minare l’immagine della Russia all’estero. Nell’ambito di questa strategia è stato pianificato di fornire assistenza militare all’Ucraina, a condizione che il conflitto fosse dosato con attenzione per aumentare i costi a carico della Russia, senza provocare uno scontro di portata molto più ampia in cui Mosca, data la vicinanza geografica, avrebbe goduto di notevoli vantaggi.
Secondo la visione occidentale, occorre portare a termine l’opera iniziata nel 1991 con lo scioglimento dell’URSS. Si deve perseguire la completa decolonizzazione della Russia. Lech Wałęsa, premio Nobel ed ex presidente della Polonia, aveva sostenuto la secessione dei «60 popoli colonizzati dalla Russia», in modo che la Russia si riduca a un paese di circa 50 milioni di abitanti, anziché ai 140 milioni attuali.

In Is Russia Fascist?, Marlene Laruelle sostiene che la carica di “fascismo” è diventata una narrazione strategica dell’attuale ordine mondiale. Il regime di Vladimir Putin è stato sempre più accusato di abbracciare il fascismo, presumibilmente testimoniato dall’annessione della Crimea da parte della Russia, dal suo revisionismo storico, dagli attacchi ai valori liberaldemocratici e dal suo sostegno ai movimenti di estrema destra in Europa. Ma allo stesso tempo la Russia si è bollata come la principale potenza antifascista del mondo a causa dei suoi sacrifici durante la seconda guerra mondiale, mentre ha anche sottolineato come gli oppositori all’Unione Sovietica nell’Europa centrale e orientale abbiano collaborato con la Germania nazista. Laruelle analizza da vicino le accuse di fascismo nei confronti della Russia, valutando sobriamente sia le loro origini che la loro accuratezza. Etichettando gli avversari ideologici come fascisti, indipendentemente dai loro valori o azioni reali, i rivali geopolitici sono in grado di inquadrare la propria visione del mondo e rivendicare l’altolà morale. Attraverso un esame dettagliato della scena interna russa e delle motivazioni di politica estera del Cremlino, Laruelle districa il fondamento, il significato e la validità delle accuse di fascismo dentro e intorno alla Russia. La Russia è fascista? dimostra che gli sforzi per etichettare gli avversari come fascisti sono in definitiva un tentativo di determinare il ruolo della Russia nel futuro dell’Europa.
Da parte sua, però, Marlene LaRouelle, direttrice e docente presso l’Istituto di Studi Europei, Russi ed Eurasiatici dell’Università George Washington e autrice del libro «La Russia è fascista? Svelare la propaganda dell’Oriente e dell’Occidente”, sostiene che, sebbene le regioni russe siano deluse dal crescente centralismo di Mosca, nessuna di esse è favorevole alla secessione e tutte considerano la propria permanenza in Russia come un dovere patriottico.
Il crollo della Russia come colpo internazionale
Il piano per il crollo della Russia è una strategia errata, basata sulla mancanza di conoscenza di ciò che tiene unita la società russa in tutta la sua diversità. La cosa più importante è che una tale strategia non tiene conto del fatto che lo smembramento della Russia sarebbe catastrofico per la sicurezza internazionale. Il crollo della Russia provocherebbe numerose guerre civili. I nuovi Stati si scontrerebbero tra loro per i confini e le risorse economiche.
Le élite di Mosca, che controllano un enorme arsenale nucleare, reagirebbero violentemente ai progetti di secessione. I servizi di sicurezza e le forze dell’ordine reprimerebbero qualsiasi tentativo di democratizzazione, se ciò significasse una ripetizione della disgregazione dell’Unione Sovietica. Persino Henry Kissinger, che in passato ha espresso opinioni contrarie alla Russia, ha scritto due articoli consecutivi nel dicembre del 2022 sullo «Spectator».
In essi scriveva: «L’esito auspicato da alcuni è una Russia indebolita dalla guerra. Non sono d’accordo… lo smembramento della Russia o la distruzione della sua capacità di condurre una politica strategica potrebbero trasformare il suo territorio, che comprende 11 fusi orari, in un vuoto conteso. Tutti questi rischi sarebbero aggravati dalla presenza di migliaia di armi nucleari che rendono la Russia una delle due maggiori potenze nucleari del mondo».
Cosa ci guadagnerebbero gli Stati Uniti?
Inoltre, i benefici geostrategici per gli Stati Uniti, nel caso di un crollo della Russia, sono messi in dubbio. Se una serie di nuovi Stati dovesse nascere nella vasta, ricca di risorse ma scarsamente popolata Russia orientale, si correrebbe il rischio che diventassero potenzialmente satelliti della Cina. Al contrario, una Russia unita può distogliere parte dell’attenzione strategica di Pechino dal Pacifico.
Un altro aspetto da sottolineare è se l’impulso paternalistico di Washington di smembrare un altro Paese potrebbe minare l’entità statale multinazionale degli stessi Stati Uniti. Cosa accadrebbe inoltre se la Cina o la Russia cercassero di costringere gli Stati Uniti a restituire la metà del Messico che hanno annesso, compresa la California, che ora è la quarta economia più grande del mondo? O ancora, se si facesse pressione affinché il resto del territorio degli Stati Uniti fosse restituito ai suoi proprietari originari, che continuano a subire oppressione?
Cosa sognava Brzezinski
Valutando inoltre le visioni di Brzezinski riguardo a una «Russia confederale allentata», si tratterebbe di una nazione senza potere, dipendente, incapace di difendere i propri confini o la propria sovranità. Non avrebbe potuto impedire a paesi più potenti di invadere, occupare territori e stabilirvi basi militari. Né potrebbe unire le sue popolazioni eterogenee sotto un unico vessillo o perseguire una visione “unitaria” e positiva per il futuro del Paese.
Una Russia confederale – frammentata in parti più piccole – avrebbe certamente permesso agli Stati Uniti di mantenere il loro ruolo dominante nella regione, senza la minaccia di provocazioni o disordini. E questo sembra essere stato il vero obiettivo di Brzezinski, come evidenziato in un estratto dalla sua opera magistrale “La grande scacchiera”. Ecco cosa afferma: «Per l’America, la principale posta in gioco geopolitica è l’Eurasia… e la supremazia mondiale dell’America dipende direttamente dalla durata e dall’efficacia della sua supremazia nel continente eurasiatico».
Brzezinski riassume in poche parole le ambizioni americane, che mirano a consolidare la supremazia nella regione più prospera e popolosa del mondo, l’Eurasia.
«E affinché ciò avvenga, la Russia deve essere decimata e divisa, i suoi leader devono essere rovesciati e sostituiti e le sue enormi risorse devono essere trasferite sotto il pugno di ferro delle superpotenze globali che le useranno per perpetuare il flusso di ricchezza dall’Oriente verso l’Occidente».
In altre parole, Mosca dovrebbe accettare il proprio ruolo umile nel nuovo ordine mondiale, come società di fatto per il gas e l’estrazione mineraria dell’America.
Le politiche russofobiche dell’Occidente, volte a smembrare il Paese più grande del mondo, se raggiungeranno il loro obiettivo, porteranno la Russia in acque inesplorate. Pochissimi analisti hanno ipotizzato come sarebbe la Russia se fosse smembrata, come la Jugoslavia.
Se si riesce a immaginare cosa accadde dopo la caduta di Roma, non dovrebbe essere difficile immaginare decine di oligarchi locali assetati di potere che si contendono il controllo. Qualcuno ha mai pensato a quale potrebbe essere il risultato di due dozzine di “sub-Stati” dotati di armi nucleari? Cosa prenderebbe il posto della Russia moderna? Lascio che sia la vostra immaginazione a rispondere. Il problema fondamentale sono gli Stati Uniti d’America e i loro alleati, che hanno preso posizione attorno a un buco nero, che nessuno ha ancora esplorato. E siamo tutti insieme in questa corsa verso il caos…
Fonte: SLpress
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