Contro le destre ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la nostra incrollabile volontà di vender cara la pelle

Se non vi pare

In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo, “Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi — e con questo si pensa di aver detto tutto — magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”

Poiché anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee, ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. Si pone molto meno a occidente; a Berlino per esempio, dove voteremo tra qualche mese, le chances della AfD sono molto più limitate. Un bel danno lo sta producendo il partitino di Sara Wagenknecht, BSW, che è disposto ad allearsi con l’AfD. Mentre tutti i partiti vogliono isolare l’estrema destra creandole attorno un “cordone sanitario” (Brandmauer) il partito BSW, che prende il nome dalla sua fondatrice Sara Wagenknecht, è disposto ad allearsi con l’AfD. Pur avendo origine nella sinistra radicale si è trasformato nel partito di una sola persona che ha posizioni filorusse e pro-Putin, che condivide la retorica antimigratoria, che si oppone alle politiche di genere, queer, e così via.

Queste posizioni così drastiche vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD e perché la votano. Inanzitutto va ricordato che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’utima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. Le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest persistono dal tempo della riunificazione tedesca, ma ci sono alcuni fattori che sono emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del govermo Monti. Tutti questi tre fattori (struttura dell’impresa, profughi dall’Ucraina e pensioni) concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. Nelle elezioni precedenti la CDU aveva dimostrato di essere ancora saldamente al comando. Ha dimezzato i voti nel 2026. Ma il dato più impressionante – questa volta la differenza con l’Italia à clamorosa —  riguarda l‘affluenza alle urne dell’80%. Meloni aveva vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione.


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Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata.

Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri. Le persone votano l’AfD  non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione della migrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, contro la sinistra e la “wokeness”, a favore dell’energia nucleare e del carbone, contro l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua giunta non lo rappresentano”.

Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (“ah allora c’era il lavoro sicuro, non c’era precarietà, incertezza, c’era la grande fabbrica…non c’erano questi che dicono che le fabbriche inquinano, che vogliono l’auto elettrica…”). La forza dell’AfD è in massima parte nella capacità che hanno avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza verso l’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Alcuni sottolineano che l’AfD a livello comunale è più vicina alla gente, sa parlare alla gente senza ricorrere alle ideologie, utilizzando il linguaggio dei social. Quindi in definitiva è una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi.

Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci chiediamo che ruolo svolge un’AfD là dentro, fa la figura di un granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori, se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro, le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni, questo è il modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che siono stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro. Su questa torta di macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria. Analogamente in Germania, dopo che la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”). L’industria automobilistica, colonna vertebrale del sistema manifatturiero, ha commesso un errore di strategia dopo l’altro, per subire poi il colpo di grazia del North Stream. In questa congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore di business. E’ questo, mi dice uno dei miei interlocutori, il vero pericolo, l’avvicinamento tra AfD e settori della CDU, tanto più che gente come Siegmund e Tillschneider non si fidano della mano tesa della BSW. Puntano a far franare qualcosa dentro la CDU, cominciando proprio da una periferia come la Sassonia-Anhalt.

Concludendo possiamo dire…. che tutto questo è il meno, dovremmo cominciare da capo. Da dove? Dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi questo blocco sul piano geopolitico? E’ in grado di agire come un’entità indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa puo’ fare il povero Merz? La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel trattore è in panne?

Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero fare? La stessa cosa: barcamenarsi.

Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.


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