Una colonia in divenire: la conquista straniera dell’Ungheria

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Il nuovo governo di Péter Magyar si è posto due priorità: l’apertura del mercato energetico al capitale straniero e l’allineamento della politica ungherese nei confronti della Russia all’ortodossia occidentale

«Budapest, che consente joint venture nella maggior parte dei settori dell’economia, compreso quello bancario, permette una partecipazione straniera fino al 100 per cento, il pieno rimpatrio degli utili, procedure burocratiche semplificate e aliquote fiscali relativamente favorevoli, comprese esenzioni fiscali in determinati settori».

Questa è una citazione tratta da un rapporto della CIA del 1989 che elogiava il contesto economico e finanziario ultraliberale in Polonia e in Ungheria a seguito del crollo dei regimi comunisti. Fonte: Central Intelligence Agency, Prospettive per le esportazioni statunitensi verso l’Ungheria e la Polonia, 1° settembre 1989, https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP90T00103R000400410002-0.pdf

Ma un lettore ungherese potrebbe essere perdonato se lo scambiasse per un disegno di legge presentato dal governo di Péter Magyar, recentemente eletto, che sta procedendo a pieno ritmo per riportare il Paese al suo posto all’interno dell’ordine neoliberista e globalista.

Se pensavate che la questione principale nelle elezioni ungheresi di aprile non fosse la lotta tra destra e sinistra, ma se l’Ungheria sarebbe stata in grado di preservare almeno una parte della propria politica estera ed economica sovrana, avreste ragione. Persino i suoi critici, tuttavia, sono rimasti sorpresi dalla rapidità con cui il nuovo governo — con il pieno sostegno della burocrazia dell’UE — si è mosso negli ultimi mesi per aprire l’economia ungherese al capitale straniero, in particolare nel settore energetico, riducendo al contempo la politica estera del Paese a una copia carbone del copione atlantista. Per comprendere gli attuali sviluppi, occorre ricordare che tra i peccati più gravi del precedente governo — tutt’altro che impeccabile — figuravano la sua opposizione alla conquista dell’economia ungherese da parte del capitale occidentale e le sue relazioni stabili con la Russia. Non sorprende quindi che il nuovo governo abbia posto due obiettivi come priorità: l’apertura del mercato energetico al capitale straniero e l’allineamento della politica ungherese nei confronti della Russia all’ortodossia occidentale.

Ciò è ancora meno sorprendente se si considera che le tre figure che ora controllano l’economia, gli affari esteri e le finanze pubbliche dell’Ungheria hanno tutte costruito la propria carriera all’interno di multinazionali occidentali quali Shell, Erste e Cheniere; due di loro hanno profondi legami con gli interessi energetici americani, mentre Anita Orbán, la nuova ministra degli Esteri ungherese, è una convinta atlantista con legami profondi e istituzionalmente radicati con l’establishment della sicurezza nazionale statunitense e la lobby neoconservatrice. Come ho scritto già a giugno: «Dato il profilo di queste tre figure chiave, la traiettoria del governo magiaro non è difficile da prevedere: diversificazione energetica verso il GNL statunitense, apertura finanziaria verso le istituzioni occidentali e gli interessi delle grandi aziende, e una politica estera ricalibrata verso Bruxelles e l’establishment atlantista». Ahimè, gli eventi finora hanno dimostrato che quella previsione era corretta.

Per quanto riguarda il settore energetico ungherese, non c’è nemmeno bisogno di leggere tra le righe per capire in quale direzione si sta muovendo il Paese. Tra i progetti di legge proposti dal governo per l’autunno, ve n’è uno che prevede un «emendamento… volto a istituire un programma di incentivi agli investimenti incentrato sul settore energetico…, con l’obiettivo di aumentare la quota di capitale straniero nel settore energetico nazionale». Ciò è in linea con le raccomandazioni e le richieste degli organismi internazionali occidentali — in primo luogo l’OCSE e, naturalmente, la Commissione europea. Nel suo Economic Survey sull’Ungheria, pubblicato a luglio, l’OCSE ha preso di mira le misure di welfare adottate dal governo precedente: agevolazioni fiscali, pensionamento anticipato per le donne, imposte settoriali sugli utili, la tutela dei terreni agricoli e — avete indovinato — i sussidi sui prezzi dell’energia di cui beneficiano attualmente le famiglie. Non sorprende che tutto ciò corrisponda alle raccomandazioni specifiche per paese della Commissione UE, le quali, tra l’altro, lamentano il fatto che «l’elevato numero di esenzioni fiscali, incentivi fiscali e imposte settoriali renda complesso il sistema fiscale» e, cosa ancora più sorprendente, che «l’uso di imposte settoriali abbia un impatto sproporzionato sulle imprese più grandi, spesso di proprietà straniera» — che, si potrebbe sostenere, sono proprio le aziende che dovrebbero sostenere l’onere. La Commissione condanna inoltre i «consistenti sussidi relativi ai combustibili fossili senza una graduale eliminazione prevista prima del 2030» e raccomanda di «garantire che qualsiasi misura adottata per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia sia temporanea». Inoltre, la Commissione menziona esplicitamente la necessità di «accelerare la diffusione delle fonti di energia rinnovabile, in particolare l’eolico».

Questi due documenti costituiscono il fondamento ideologico della proposta presentata dalla Commissione a luglio, che definisce le riforme e gli investimenti che l’Ungheria deve attuare per sbloccare i 10 miliardi di euro dei fondi NextGenerationEU che Bruxelles sta trattenendo da anni, ufficialmente per motivi legati allo Stato di diritto. In pratica, la proposta sembra più una lista della spesa che un programma di riforme, arrivando addirittura a specificare i beni e i servizi per cui Budapest deve spendere i fondi. E questo non si limita ai fondi NextGenerationEU: le prescrizioni si estendono anche alla spesa nazionale. Il fatto che uno Stato membro non abbia voce in capitolo su come spendere fondi teoricamente destinati a stimolare la propria crescita e competitività la dice lunga su come funziona la macchina dell’UE, tanto più che una quota significativa del denaro arriva sotto forma di prestiti, non di sovvenzioni.

Inoltre, non si può fare a meno di chiedersi in che modo esattamente molte delle cose che la Commissione esige che l’Ungheria acquisti, come autobus elettrici e notebook digitali, dovrebbero stimolare la crescita economica del Paese. In ogni caso, tra i numerosi articoli utili, l’elenco contiene molteplici voci relative all’energia — in particolare l’acquisto e l’installazione di turbine eoliche e contatori intelligenti. L’Ungheria dovrebbe installare 6.200 MW di capacità solare ed eolica — senza però ricorrere a fondi statali o dell’UE per gli impianti stessi — e, sulla base di queste linee guida, il governo ha annunciato un piano per installare 4.000 MW di capacità eolica entro il 2030 — un aumento di oltre dieci volte rispetto ai circa 330 MW di capacità eolica installata attualmente in Ungheria.

Ma perché l’establishment dell’UE è così interessato al mix energetico ungherese? E perché insistere sull’eolico in un paese con venti piuttosto moderati? Secondo il Global Wind Atlas, il decimo più ventoso dell’Ungheria registra una media di 6,42 m/s a 100 metri, una risorsa modesta per gli standard europei — e inferiore ai 6,5-7 m/s che sono stati a lungo considerati la soglia per l’eolico onshore commercialmente redditizio, sebbene tale soglia sia stata successivamente abbassata grazie a turbine costruite appositamente per venti deboli. L’eolico è inoltre una fonte intrinsecamente intermittente e imprevedibile: la produzione dipende da condizioni che nessun operatore può controllare e può scendere quasi a zero in tutto il Paese per giorni interi.

L’Ungheria è da tempo oggetto di critiche da parte di Bruxelles per la sua “dipendenza” dall’energia russa, e in modo incessante dal febbraio 2022, con la motivazione che il governo Orbán abbia fatto troppo poco per diversificare le fonti. La versione fornita dallo stesso governo era che l’approvvigionamento russo fosse economico, affidabile e un pilastro della crescita ungherese. Se fosse davvero così vantaggioso come sostenuto dal governo precedente è difficile da verificare, poiché il contratto a lungo termine con Mosca è riservato. Detto questo, la diversificazione è ovviamente un obiettivo importante, ma per un paese senza sbocco sul mare come l’Ungheria non è così semplice come sembra. Ciò è stato recentemente confermato anche dal nuovo ministro dell’Economia, István Kapitány; quando gli è stato chiesto in un’intervista di quanto fosse diminuita la dipendenza del Paese dall’energia russa da quando il governo magiaro era salito al potere, ha risposto: «Al momento, la Russia è ovviamente ancora la fonte da cui proviene la stragrande maggioranza del gas e del petrolio, e questo è economicamente efficiente».

In ogni caso, nel 2025 la diversificazione ha registrato un aumento in termini di fonti di importazione. La maggior parte del gas naturale continua ad arrivare dalla Russia tramite il gasdotto TurkStream, attraverso la Serbia, ma la sua quota è scesa dal 75,65% al 62,48%, mentre il volume di gas naturale proveniente dall’Austria è aumentato in modo significativo, rappresentando il 22,21% delle importazioni ungheresi nel 2025. Uno sviluppo importante è il recente aumento delle energie rinnovabili, un settore in cui il precedente governo ha ottenuto risultati sorprendentemente positivi: secondo un servizio della Deutsche Welle, il 25% della produzione elettrica ungherese proviene ora dall’energia solare — superando il gas e diventando la seconda fonte di energia elettrica del Paese dopo il nucleare, e rendendo l’Ungheria leader mondiale nell’adozione dell’energia solare se misurata in base alla percentuale di energia elettrica nazionale ricavata dal solare, secondo il think tank energetico Ember. Ciò sorprenderà probabilmente molti lettori, dato che Orbán veniva regolarmente accusato di essere uno «scettico sul clima».

L’energia nucleare, nel frattempo, rappresenta circa il 18% del consumo energetico totale e oltre il 40% del mix della rete elettrica, il tutto proveniente da un’unica centrale a Paks. La centrale è stata recentemente al centro dell’attenzione: la storica siccità di quest’estate ha compromesso il sistema di raffreddamento del reattore e solo per un soffio si è evitato un arresto completo. Eppure il governo è intervenuto con sorprendente ritardo: all’inizio di agosto la Romania ha fatto saltare in aria una roccia per deviare l’acqua verso il proprio reattore nucleare di Cernavodă, mentre il governo ungherese è intervenuto solo dieci giorni dopo; inoltre, la diga costruita per rallentare la corrente si è rivelata capace di approfondire ulteriormente il letto del fiume, e l’affermazione del primo ministro secondo cui l’Austria avrebbe presentato un reclamo in merito alla sua costruzione è stata successivamente smentita da Vienna. Alcuni commentatori ritengono che tutto ciò sia una tattica per giustificare il ritardo nella costruzione del secondo reattore (Paks II), che dovrà essere realizzato dalla società russa Rosatom. Non è del tutto chiaro cosa intenda fare il governo ungherese con il secondo reattore, dato che ha recentemente annunciato che riesaminerà il progetto (nonostante i lavori di costruzione siano iniziati mesi fa). Una cosa è certa: il progetto è stato costantemente ostacolato dall’UE; di recente, la Corte di giustizia europea (CGE) ha annullato l’approvazione da parte della Commissione degli aiuti di Stato per il progetto.

È chiaro che c’è ancora molto lavoro da fare in materia di diversificazione, ma sorge spontanea la domanda se installare turbine eoliche in un paese che dispone solo di poche regioni con vento considerevole sia la strada giusta da seguire — e, cosa ancora più importante, se debba essere Bruxelles a decidere. Per quanto riguarda il nuovo governo, sembra più che disposto a conformarsi. Finora ha pubblicato una prima gara d’appalto per 702 megavolt-ampere di nuova capacità eolica, equivalenti a circa 700 MW. Ciò è problematico per numerose ragioni. Innanzitutto, in Ungheria non esiste una produzione nazionale di turbine eoliche, quindi le aziende ungheresi possono partecipare alla gara solo per la costruzione (e l’ampliamento) delle turbine eoliche — ammesso che possano farlo. Probabilmente le turbine stesse dovranno essere acquistate da aziende dell’Europa occidentale o cinesi, anche se quest’ultima opzione appare sempre meno probabile alla luce della recente indagine condotta dalla Commissione sui sussidi statali concessi al colosso eolico cinese Goldwind.

Il bando ha suscitato critiche da parte di sviluppatori e analisti su due fronti. Gli sviluppatori devono versare ai comuni ospitanti fino a 50.000 euro per megawatt prima ancora di generare un solo chilowattora, effettuare ulteriori pagamenti per ogni unità prodotta e accettare che le “comunità energetiche” designate dallo Stato — finora praticamente inesistenti in Ungheria — possano acquistare fino a un quarto del progetto, il tutto in aggiunta all’attuale imposta ungherese sui guadagni straordinari. Un potenziale offerente ha dichiarato alla stampa di settore che i conti non tornano. Ma anche se i termini della gara d’appalto potrebbero scoraggiare alcuni investitori, non li scoraggiano tutti allo stesso modo. Un’asta che premia chi paga di più in anticipo, anni prima che venga collegata una sola turbina, senza più tenere conto delle misurazioni del vento e degli studi sul sito su cui gli sviluppatori più piccoli possono competere, è sbilanciata a favore di grandi operatori ben capitalizzati — e nel settore eolico ungherese, pochi di questi sono ungheresi.

Peggio ancora, i siti sembrano essere stati scelti in base alla capacità di rete disponibile piuttosto che al vento: la singola assegnazione più grande, a Ócsa, si trova in un’area densamente popolata accanto a una riserva naturale. Ciò è particolarmente preoccupante perché le moderne turbine eoliche sono alte circa 190 metri, che, includendo l’altezza delle pale, ammontano a circa 260-270 metri. L’opposizione dell’opinione pubblica alle turbine eoliche, considerate un elemento che deturpa il paesaggio, si sta già rafforzando, quindi sarebbe rassicurante sapere che la loro installazione servirà almeno a uno scopo minimo.

Accanto alla discutibile spinta all’espansione della capacità eolica, i vecchi contatti del ministro dell’Energia sembrano andare a vantaggio del Paese — o almeno a vantaggio di qualcuno. István Kapitány ha trascorso la sua carriera presso Shell, raggiungendo la carica di vicepresidente esecutivo globale; quella stessa società ha ora firmato un importante accordo con MOL, la più grande azienda energetica ungherese, per l’acquisto dell’unità BG Cyprus di Shell. Quest’ultima detiene una partecipazione del 35% (non operativa) in un blocco offshore di Cipro, dove si trova il giacimento di gas Aphrodite nel Mediterraneo orientale. Shell — i cui profitti sono raddoppiati rispetto all’anno scorso, raggiungendo i 9,84 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2026 — ha giustificato la transazione affermando di volersi «concentrare sulle opportunità che rafforzano la propria catena del valore integrata del GNL». Ciò che sembra voler dire è che ha venduto il giacimento a MOL perché non era più considerato un investimento redditizio. MOL ha descritto l’acquisto in termini entusiastici, nonostante il fatto che il giacimento non produrrà gas fino al 2031 e, anche allora, l’energia non verrà importata in Ungheria. Non contribuirà quindi, in modo significativo, alla diversificazione del portafoglio energetico del Paese. Shell sta essenzialmente vendendo una quota in un asset a lungo termine, in fase di pre-sviluppo, piuttosto che in uno già in produzione — utile per il bilancio di Shell al momento, ma di valore discutibile per l’Ungheria.

Nel frattempo, il mese scorso, Kapitány ha annunciato — sui social media, ormai un canale abituale per la comunicazione del governo — che, sebbene il governo precedente avesse garantito l’approvvigionamento di gas del Paese, non aveva fissato il prezzo oltre gennaio 2027. Naturalmente, ha attribuito la colpa di tutto ciò al precedente governo, anche se lui stesso avrebbe potuto stipulare contratti di copertura nei quasi cinque mesi trascorsi dalle elezioni di aprile. Ha invece avvertito che le imprese e le famiglie avrebbero dovuto sopportare l’onere dell’aumento dei prezzi dell’energia, che dovrebbero salire alle stelle nei prossimi mesi. Molti ritengono che il ministro stia gettando le basi per la graduale eliminazione di una delle misure più significative di Orbán: la riduzione delle bollette domestiche. Si tratta di un’ipotesi plausibile, dato che la Commissione, sostenuta dall’OCSE, chiede non solo una riforma dei prezzi dell’energia, ma anche la semplificazione del sistema fiscale ungherese. In parole povere, ciò significa l’eliminazione delle imposte settoriali imposte alle imprese, che Orbán utilizzava per finanziare la riduzione delle bollette per le famiglie.

Per il momento, quindi, il nuovo governo ungherese non ha smentito né le aspettative provenienti dall’UE né i timori dei commentatori critici: intende liberare il prima possibile il sistema giuridico ungherese da qualsiasi normativa che possa anche solo minimamente limitare le attività delle imprese internazionali nell’economia ungherese. Anche quelle misure che sembrano non avere alcun legame con gli interessi stranieri rafforzano questo obiettivo. Un esempio è l’istituzione del neocostituito Ufficio nazionale per il recupero e la tutela dei beni, il cui scopo dichiarato è quello di smascherare e indagare sui casi di corruzione commessi negli ultimi anni. La maggior parte dei critici ha giustamente sottolineato che questo organismo sembra essere stato creato con l’obiettivo specifico di perseguire l’ex partito di governo, ma trascura un aspetto altrettanto importante. È probabile che questa autorità contribuisca anche a eliminare, nel modo più efficace possibile, quelle aziende e quegli imprenditori ungheresi che hanno acquisito rilievo durante gli anni di Orbán — i cosiddetti «oligarchi» — in modo che non possano partecipare a nessuna futura gara d’appalto pubblica.

I primi segnali in tal senso sono già visibili; ad esempio, in una gara d’appalto relativa all’installazione di contatori intelligenti, OPUS TITÁSZ, di proprietà di Lőrinc Mészáros — le cui società si sono aggiudicate il maggior numero di appalti pubblici sotto il precedente governo — è stata esclusa retroattivamente per motivi di trasparenza. Resta da vedere chi si occuperà del lavoro che avrebbe dovuto svolgere l’azienda di Mészáros, ma non è difficile immaginare che le aziende dell’Europa occidentale finiranno per ottenere una fetta più consistente negli appalti pubblici del Paese. Si potrebbe ragionevolmente obiettare che il settore imprenditoriale di un Paese non dovrebbe essere dominato da una manciata di aziende nazionali ben collegate. Ma i normali contribuenti ungheresi staranno davvero meglio se l’alternativa è che le imprese straniere acquisiscano una posizione più solida nell’economia — e portino i propri profitti fuori dal Paese? Dopotutto, quando nel 1989 la CIA individuò nel «pieno rimpatrio dei profitti» uno dei meriti del nuovo ordine economico ungherese, difficilmente aveva in mente il benessere degli ungheresi.

Più in generale, tuttavia, qualsiasi tentativo di separare nettamente gli obiettivi economici da quelli politici del governo è destinato a fallire. Si tratta, dopotutto, di aspetti che si rafforzano a vicenda nell’ambito di un unico progetto: riportare saldamente l’Ungheria sotto il controllo occidentale. Visto in questa luce, la svolta autoritaria del governo — una revisione costituzionale che di fatto impedisce a Orbán e a gran parte della leadership di vertice del Fidesz di ricandidarsi, la sospensione della produzione di notiziari dell’emittente pubblica, la chiusura di istituzioni allineate al Fidesz come l’MCC e l’Istituto del Danubio — non mira semplicemente a schiacciare un partito rivale. Si tratta di eliminare qualsiasi resistenza organizzata alla terapia d’urto neoliberista del nuovo governo e di consolidare l’agenda dettata dall’UE e dalla NATO per gli anni a venire.

Nel corso dell’autunno diventerà chiaro esattamente cosa comporti il disegno di legge proposto dal governo — che mira ad aumentare la quota di capitale straniero nel mercato energetico ungherese. Una cosa è certa: nei pochi mesi trascorsi dalle elezioni, il nuovo governo non ha perso tempo nell’attuare i requisiti della Commissione. Se continuerà a questo ritmo, la completa colonizzazione dell’economia ungherese non tarderà ad arrivare.

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