Spettri di Fisher, spettri di Marcuse: una delle vie per uscire dal limbo del «realismo capitalista» del neoliberismo (la sua capacità di presentarsi come l’unico ordine possibile e auspicabile) è quella di portare avanti la rivoluzione incompiuta unificando le lotte (anticolonialismo, antirazzismo, femminismo, ecologia, antiautoritarismo). A condizione che si formi una «coalizione» o un «Fronte Unito» che permetta loro di non chiudersi in se stesse.
«Bisogna cogliere la lunga e buia notte della fine della storia come un’immensa opportunità. L’onnipresenza opprimente del realismo capitalista implica che anche i deboli barlumi lanciati da possibili alternative politiche ed economiche possano avere ripercussioni enormemente sproporzionate. Il minimo evento può strappare il velo grigio della reazione che ha avvolto gli orizzonti del possibile nel realismo capitalista. Partendo da una situazione in cui nulla può accadere, tutto è improvvisamente di nuovo possibile.» Mark Fisher, Il realismo capitalista. Non c’è alternativa?, Nero Edizioni, 2018.

Nel suo seminario del 2016 al Goldsmiths College, pubblicato con il titolo Desideri postcapitalisti, il filosofo britannico Mark Fisher si proponeva di esplorare un’ipotesi generale per comprendere la genesi del capitalismo neoliberista e riflettere sulle condizioni del suo superamento.
L’ipotesi era la seguente: se il neoliberismo e il suo «realismo capitalista» (la sua capacità di presentarsi come l’unico ordine sociale ed economico non solo possibile, ma addirittura auspicabile) si sono imposti a partire dagli anni ’70, è perché è riuscito a incanalare ciò che costituiva la forza politica della controcultura degli anni ’60 e ’70, ovvero l’uso di una certa economia del desiderio al fine di liberarsi dalle forme di vita imposte dalla logica autoritaria del capitalismo.
L’impresa, e al tempo stesso la grande molla libidinale del realismo capitalista, consisterebbe quindi nell’aver saputo recuperare i desideri di liberazione di quella sequenza storica svuotandoli di ogni portata rivoluzionaria, vale a dire individualizzandoli e depoliticizzandoli per metterli al servizio del capitalismo e del tipo di mobilitazione pulsionale che esso richiede. Fisher si basava in tal senso su una serie di autori (e in particolare su Marcuse o su Deleuze e Guattari), per i quali sia la rivoluzione che il dominio capitalista delle «società di consumo» o delle «società di controllo» presuppongono un certo regime libidinale, e per i quali il Maggio ’68 e la sua neutralizzazione costituiscono un evento storico decisivo in virtù del ruolo centrale che vi occupa la rivendicazione del libero gioco del desiderio inteso nel suo «Grande Rifiuto» dell’ordine capitalista.
Fisher si rifiutava tuttavia di ricondurre questo fallimento della controcultura e della New Left esclusivamente al neoliberismo e alla sua capacità di aver saputo recuperare la promessa di realizzazione personale attraverso una vera e propria erotizzazione del mercato, mediante l’industria culturale, la moda, lo sviluppo personale, il culto dell’autoimprenditorialità e la distruzione di ogni coscienza di classe, invitando tutti i soggetti a identificarsi con l’ordine della proprietà (ciò che Fisher riconduceva a una «psicologia piccolo-borghese generalizzata»[1]). Egli proponeva di vedere nell’incapacità della controcultura di inventare vere e proprie istituzioni comunitarie sul piano del lavoro, della famiglia e dei legami sociali (e quindi in quello che potremmo definire il suo deficit istituzionale), uno degli elementi che spiegano perché essa non sia mai riuscita veramente a costituirsi come una vera forza di opposizione nel lungo periodo. Ma in quel seminario e nell’opera incompiuta che Fisher stava scrivendo in quel momento, alla quale aveva dato il titolo provocatorio di Acid-communisme, egli non si limitava affatto al versante critico di questa analisi storica.
In un’epoca in cui il pianeta brucia, la guerra imperversa e l’estrema destra fa della motosega il proprio grande simbolo di raccolta, è in gioco una questione di sopravvivenza.
Questa critica immanente del Maggio ’68, delle sue conseguenze e metamorfosi, secondo l’autore non era che il presupposto per il grande compito politico che ne derivava: riappropriarsi dell’eredità del ’68 e riprendere con rinnovato slancio il progetto che era quello del «comunismo libertario[2]» della controcultura, facendo quindi tesoro dei propri errori e delle proprie mancanze. Ciò, per Fisher, passava attraverso un esercizio di riflessione che si può ricondurre a un approccio controfattuale consistente nel porsi la domanda non solo su cosa sarebbe potuto accadere se le esperienze comunitarie degli anni ’60 fossero state in grado di sfociare in un vero e proprio «ribaltamento», ma anche su come riattivare oggi quelle possibilità che sono state quindi represse e schiacciate:
«E se tutto questo non fosse successo? E se quelle forze di contrappeso non fossero riuscite ad affermarsi, negli anni ’70? E se, invece, quella nuova alleanza tra operai, controcultura, ecc., fosse riuscita a costruirsi in modo duraturo? E se le rivendicazioni sulla qualità del lavoro avessero portato a richieste di abolizione del lavoro? Queste sono, per me, domande cruciali, che questa insurrezione, questo periodo, questa esplosione pongono. […] E se non ci fosse stato un passo indietro di fronte a queste possibilità? E se non ci fosse stata una controffensiva conservatrice? Si potrebbe immaginare che si sarebbe verificata una svolta verso il postcapitalismo? L’altro modo di considerare tutto ciò è: se tutto questo fosse possibile, come si potrebbe tornare a condizioni di questo tipo, nella situazione attuale[3]? »
Se questa lettura fisheriana della sequenza storica che va dagli anni ’60 e ’70 fino ai giorni nostri si rivela fondamentale per qualsiasi riflessione politica sui compiti della sinistra oggi, è perché permette di analizzare sia le ragioni di un certo esaurimento della sinistra sia le vie che consentirebbero di porvi rimedio e che, secondo questo autore, passavano quindi attraverso una riattivazione delle energie utopiche del 1968 e la realizzazione delle sue promesse incompiute. Fisher attribuiva infatti questo esaurimento della sinistra tanto a ragioni interne (l’incapacità di riflettere sui modi per riprendere oggi il progetto di un «socialismo democratico[4]», o l’incapacità di ripartire da quelle «possibilità che ancora attendono [5]») quanto a ragioni esterne (l’emergere di un capitalismo «orientato al desiderio[6]» che è quindi riuscito a rendersi desiderabile). Ma per quali ragioni si può ritenere che la data simbolica del Maggio ’68 rimanga ancora oggi il nostro orizzonte di riferimento per pensare a una riapertura delle possibilità e a un orizzonte utopico che, agli occhi di Fisher, era la condizione necessaria per qualsiasi superamento del realismo capitalista?
A una simile domanda, seguendo Fisher, si può rispondere che se le lotte e le sperimentazioni degli anni ’60 e ’70 rimangono ciò che occorre riattivare per smantellare il realismo capitalista, è nel senso che si tratta di riappropriarsi della loro grande lezione estetica e politica: il riconoscimento del fatto che, se da un lato la rivoluzione riveste una dimensione economica fondamentale (il superamento del regime di produzione capitalista attraverso l’instaurazione dei «beni comuni»), dall’altro si gioca anche sul piano della sensibilità e dell’economia libidinale e psichica, il che, agli occhi di Fisher, faceva del Marcuse di Eros e civiltà un vero e proprio «precursore della controcultura[7]». Ma si può anche, tornando alla figura stessa di Marcuse inteso questa volta come portavoce e interlocutore della New Left, rispondere a questa domanda aggiungendo un altro elemento altrettanto essenziale. Vale a dire che, se il Maggio ’68 deve rimanere un punto di riferimento di primo piano per la sinistra, è perché è l’intero ordine neoliberista che – preventivamente o secondo la logica di quella che, fin dall’inizio degli anni ’70, Marcuse definiva una «controrivoluzione preventiva [8] – si è eretto e ha costruito contro la sua potenza rivoluzionaria: la capacità di identificare lo stretto legame che unisce le diverse lotte aperte nel corso di questa sequenza storica (anticolonialismo, antirazzismo, femminismo, ecologia, antiautoritarismo). Con, di conseguenza, la possibilità di una rivoluzione totale e planetaria, a condizione, come Marcuse non smise mai di sottolineare fin dalla fine degli anni ’60, di una «coalizione» o di un «Fronte Unito» che consentisse a queste diverse lotte di non ripiegarsi su se stesse, ma di concepirsi come volte, nella loro stessa alleanza, a combattere il dominio capitalista nella molteplicità delle sue dimensioni.
«Liquidare il ’68»: questo è, come si sa, il mantra di tutti coloro che, a destra (ma anche a volte, ahimè, a sinistra o in quella che Marcuse chiamava la «Old Left»!), vorrebbero seppellire l’eredità del Maggio ’68, e che si uniscono nella denuncia di ciò che oggi viene associato alle categorie repellenti del «wokismo» o del «marxismo culturale». E se si riparte dalla diagnosi di un autore come Marcuse e dalla sua idea di una «controrivoluzione preventiva», ciò significa quindi anche: neutralizzare la potenza utopica del Maggio ’68, inteso come potenziale apertura verso una rivoluzione planetaria che permetta di liberarsi dal dominio capitalista ovunque esso si manifesti.
Seguendo il filo conduttore proposto da Fisher nel suo ultimo seminario, e integrandovi così un intero aspetto della diagnosi dell’ultimo Marcuse, si può quindi ritenere che una delle vie principali per uscire dal limbo di questo realismo capitalista mortifero sia quella di portare avanti questa rivoluzione incompiuta al fine di attualizzare ciò che, in essa, è rimasto in definitiva allo stato di potenza o di potenzialità non realizzata: l’unificazione delle lotte e l’obiettivo di un’uscita dal capitalismo o di un mondo postcapitalista, che non funzioni più secondo la logica dello sfruttamento e della predazione, che Marcuse ricollegava all’idea di una «pacificazione dell’esistenza». Si tratta certamente di un orizzonte utopico, ma senza il quale è proprio la forza stessa della sinistra (la sua forza rivoluzionaria, poiché che cosa può mai essere la sinistra senza un obiettivo rivoluzionario?) a trovarsi neutralizzata nella sua stessa capacità di proporre una direzione realmente possibile e altamente auspicabile. In un momento in cui il pianeta brucia, in cui regna la guerra e in cui l’estrema destra fa della motosega il suo grande simbolo di raccolta (cioè afferma a gran voce che si tratta di far regnare il dominio in tutte le forme di distruzione che esso richiede), è in gioco una questione di sopravvivenza.
«Esiste davvero il desiderio di andare oltre il capitalismo?», questa era la «domanda guida[9]» che Fisher proponeva ai suoi studenti durante la prima sessione del suo seminario al Goldsmiths College. La sfida, per la sinistra oggi, non consiste quindi solo nel restituire tutti i suoi diritti all’idea stessa di alternativa, dimostrando che ciò che viene incessantemente presentato come impossibile è in realtà perfettamente realizzabile e a portata di mano. La sfida consiste anche nel riuscire a dimostrare che queste possibilità concrete di ciò che si può quindi, con Fisher, definire un «socialismo democratico» o un «comunismo libertario» sono infinitamente più desiderabili della gabbia d’acciaio in cui ci rinchiude quel realismo capitalista che ci impone di scegliere tra la fine del mondo e il capitalismo.
[1] Mark Fisher, Desideri postcapitalisti, tradotto da Louis Morelle e Julien Guazzini, Audimat, 2022, p. 47.
[2] Ibid., p. 353.
[3] Ibid., pp. 273-274.
[4] Ibid., p. 353.
[5] Ibid., p. 360.
[6] Ibid., p. 30.
[7] Mark Fisher, Desideri postcapitalisti, op. cit., p. 38.
[8] Herbert Marcuse, Controrivoluzione e rivolta, Seuil, 1973.
[9] Mark Fisher, Desideri postcapitalisti, op. cit., p. 34.
Autrice: Haud Guéguen è docente di filosofia presso il Conservatoire national des Arts et Métiers (Cnam). Nel 2021 ha pubblicato La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberismo con Pierre Dardot, Christian Laval e Pierre Sauvêtre (Lux) e nel 2022, con Laurent Jeanpierre, La prospettiva del possibile. Come pensare ciò che può accaderci e ciò che possiamo fare (La Découverte).
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