Postcapitalismo

 

La fine delle «sinistre-zombie»?

L’estrema destra ha una risposta alle crisi del capitalismo, e la sta già applicando: eliminare gli ultimi ostacoli statali, ambientali e fiscali, aggirare le forme democratiche, designare capri espiatori. A livello mondiale, le democrazie liberali sono ormai in minoranza, le alleanze liberali internazionali si stanno disgregando, il liberalismo come cultura politica degli ultimi due secoli sta crollando. Di fronte alle destre conservatrici ed estremiste, restano solo le sinistre, quelle che tuttavia hanno perso quasi tutte le battaglie sin dalla svolta neoliberista degli anni ’70.

Il rischio, per loro, è quello di diventare «zombie». Si curano le conseguenze del cambiamento climatico tralasciando ciò che lo provoca; si rendono socialmente accettabili le catastrofi ecologiche oppure ci si adatta ad esse; si trasforma la questione del superamento del capitalismo in una questione di ridistribuzione della ricchezza, degli investimenti e dei rischi. Porsi il postcapitalismo come orizzonte significa uscire da questa spettralità. Significa, per le sinistre, entrare finalmente nel secolo attuale e dire addio a quello precedente.


In arrivo


 

Il capitalismo consiste nell’imposizione e nell’estensione della normatività economica a tutte le sfere sociali. Si basa sull’investimento finalizzato al profitto e sulla produzione fine a se stessa, piuttosto che volta a soddisfare i bisogni. Pertanto, i problemi individuati dalla sinistra – ingiustizia, disuguaglianze, vivibilità della Terra, una vita migliore per tutti – possono essere risolti solo se si ribalta tale primato e si reinserisce l’economia nel tessuto delle relazioni sociali. Le pratiche che sfuggono in parte alla logica della merce riuniscono già centinaia di milioni di persone.

La sinistra non ha solo bisogno di idee nuove per contrastare lo slittamento verso le destre estreme e autoritarie che stanno guadagnando terreno in Francia e su scala planetaria. Ha anche bisogno di un ideale regolatore generale, di un orizzonte a medio o lungo termine, al tempo stesso auspicabile e realistico, verso il quale possano convergere le politiche che intende condurre.

Un simile orizzonte è esistito in passato: gli ideali rivoluzionari di uguaglianza, libertà e fraternità; il principio comunista di giustizia «da ciascuno secondo le proprie capacità» e «a ciascuno secondo i propri bisogni». Queste aspirazioni sono oggi sconvolte dal superamento incontrollato dei limiti planetari che minaccia, a medio termine, l’abitabilità della Terra e la sopravvivenza delle specie. L’orizzonte normativo delle sinistre ne risulta ridefinito.

All’uguaglianza, alla solidarietà o all’aiuto reciproco, nonché all’autonomia individuale e collettiva, si aggiunge l’esigenza di una vita dignitosa per tutti e tutte, di un benessere minimo in termini di soddisfazione dei bisogni, di salute e di ambiente, nel rispetto degli habitat e degli altri esseri viventi non umani senza i quali la vita degli esseri umani non è possibile. Per quanto possa sembrare impensabile, il superamento del capitalismo non è, in questo contesto, una semplice fissazione di rivoluzionari senza legami o disperati, ma è la condizione di possibilità ultima dell’esigenza etica delle sinistre[1].

Il termine stesso di «postcapitalismo» incontra immediatamente obiezioni, sia a destra che a sinistra. Si dice che ci si sia già provati: le esperienze sovietica, cinese o cubana sono fallite e hanno portato a regimi autoritari, a catastrofi umane e ambientali. Un obiettivo così imponente risulta schiacciante: indebolisce piuttosto che infondere speranza. Precluderebbe il futuro, mentre questo rimane incerto e non è possibile anticipare gli effetti a cascata degli eventi di rottura che si moltiplicano in tempi di crisi. Sarebbe, infine, troppo utopistico. Si potrebbe obiettare che non si tratta di ripetere gli errori del passato: la critica alle esperienze rivoluzionarie del secolo scorso è una condizione imprescindibile del pensiero attuale sul postcapitalismo. Inoltre, non avere un orizzonte è ancora più paralizzante.

La critica alle patologie e ai mali del presente non basta. Occorre elaborare un’immagine di ciò che è auspicabile, senza irenismo né ingenuità, perché questa è la condizione per concepire una strategia politica d’insieme e non solo misure settoriali scollegate le une dalle altre. Il postcapitalismo non è nemmeno un’idea slegata dalla realtà: le forme di vita militanti o sperimentali che sfuggono in parte alla merce, l’agricoltura contadina, che riunisce centinaia di milioni di persone nel mondo, i settori senza scopo di lucro, le cooperative e l’intero continente sconosciuto delle pratiche popolari e ordinarie che sfuggono ancora allo scambio economico e al semplice sfruttamento indicano che questi modi di vivere o non sono mai stati completamente cancellati, oppure sono già in germe[2].

Inoltre, come quella della «post-crescita[3]», l’idea di «postcapitalismo» non è un semplice ideale teorico o fantasioso, ma è già oggetto di un corpus di conoscenze che occorre riunire e mettere in dialogo; è già iniziato un lavoro di definizione ragionata del postcapitalismo e dei percorsi che vi conducono[4]. Nel solo ambito dell’economia ecologica, è già assodato che la crescita – orizzonte normativo proprio del capitalismo – non migliora la qualità della vita oltre una certa soglia e che non è separabile da un utilizzo non sostenibile delle risorse naturali. Una crescita continua e rispettosa dei limiti planetari è strutturalmente impossibile.

Parlare di postcapitalismo significa quindi riconoscere che i problemi individuati dalla sinistra – a cominciare dalle classiche questioni sociali di ingiustizia e disuguaglianza, ma anche dall’abitabilità della Terra e dalla sopravvivenza delle specie – possono essere risolti solo se il capitalismo non esiste più.

L’anti-civiltà capitalista

Il capitalismo non è solo un modo di produzione, né la logica della sola sfera economica; è il dominio di questa sfera dell’economia sulla vita: l’imposizione e l’estensione della normatività economica all’insieme delle altre sfere sociali. Ciò inizia con ciò che Karl Polanyi ha definito il «disincastro» dell’economia: la produzione e lo scambio vi rispondono a una logica propria, senza tener conto delle relazioni sociali né delle norme etiche, in particolare quelle religiose, che le subordinavano[5]. L’autonomizzazione dell’economia si basa sull’investimento finalizzato al profitto e sulla produzione fine a se stessa piuttosto che volta a soddisfare i bisogni.

Questo dominio dell’economia non è stato una creazione spontanea, ma si è appoggiato ad altre istituzioni che lo precedevano e che il capitalismo ha riconfigurato. Strutture coloniali e razziali, innanzitutto, che assegnano alle persone di colore non bianche compiti subalterni e organizzano lo sfruttamento delle risorse terrestri e umane dei paesi un tempo colonizzati o non occidentali. Strutture patriarcali, poi, che hanno l’effetto di assegnare alle donne compiti riproduttivi considerati privi di valore di scambio, una parte occultata senza la quale la sfera produttiva non potrebbe esistere. Strutture speciste, infine, che il capitalismo più contemporaneo riconfigura favorendo uno sfruttamento industriale degli animali.

Affermare che il capitalismo è un sistema di istituzioni, una formazione storica totale, una forma di «civiltà», o piuttosto di «anticiviltà», non significa tuttavia che esso sia la fonte di tutte le ingiustizie subite, di tutte le violenze osservate, né che debba costituire l’oggetto principale di tutte le idee rilevanti della sinistra, né tantomeno che il suo superamento sia l’unica causa che valga la pena perseguire. Si tratta piuttosto di riflettere sul contributo delle lotte, delle sperimentazioni e dell’azione pubblica che si richiamano alla sinistra a partire da quell’orizzonte normativo di una vita migliore per tutti e tutte, progressivamente affrancata dal capitalismo.

Postcapitalismi senza sobrietà

A tal fine, occorre innanzitutto accettare l’idea che il postcapitalismo sarà costituito da una pluralità di mondi, rinunciando a concepire questo «dopo» come un universo omogeneo derivante da un progetto universalizzante, come avvenne nei secoli XIX e XX.

Occorre inoltre scartare le versioni del superamento che hanno dominato l’immaginario collettivo. Radicate in una visione progressista dichiarata, concepiscono il postcapitalismo come il culmine dello sviluppo delle forze produttive reso possibile dal capitalismo stesso: l’automazione e la rivoluzione digitale porterebbero di per sé a una società dell’abbondanza, liberando l’umanità dal dominio della necessità e dall’obbligo del lavoro[6]. Gli accelerazionisti portano questo schema all’estremo, sostenendo l’intensificazione di tutte le tendenze del capitalismo per proiettarsi più rapidamente verso il suo superamento[7]. Riproducendo l’esaltazione dell’innovazione tecnologica e l’esigenza di un’espansione delle forze produttive, un simile postcapitalismo ha tutte le probabilità di rivelarsi productivista quanto il capitalismo, così come lo furono le esperienze rivoluzionarie del secolo scorso, che non fecero altro che imitare il productivismo delle potenze capitalistiche nel tentativo di raggiungerle.

Criteri del postcapitalismo

Si può quindi tentare di definire una base minima comune a tutti i postcapitalismi ecologicamente sostenibili. Se il capitalismo è il distacco dell’economia, l’autonomizzazione di una sfera della produzione e dello scambio che risponde alla propria sola logica, allora il postcapitalismo sarà innanzitutto il progressivo reinserimento delle attività nel tessuto delle relazioni sociali a cui esse si riferiscono. Le decisioni relative a ciò che è opportuno produrre cessano di essere decisioni economiche per diventare scelte di vita, elaborate nelle istanze in cui si decide l’organizzazione della vita collettiva. La separazione tra produttori e utenti svanisce a favore degli utenti-produttori: l’uso di un bene è associato alla consapevolezza di ciò che la sua produzione comporta, sia che vi si sia contribuito, sia che si sia stati coinvolti nelle decisioni che ne hanno determinato la pertinenza[8]. E la dissociazione tra produzione e riproduzione lascia il posto a una riorganizzazione in cui il primato spetta alla seconda: non si tratta più di garantire la riproduzione per alimentare la produzione con forza lavoro, ma di produrre al solo scopo di garantire la riproduzione di una vita dignitosa per tutte e tutti.

Laddove il capitalismo produce per la produzione, secondo il criterio astratto del valore, i mondi postcapitalisti si caratterizzano per la ricerca collettiva, democraticamente costituita, del soddisfacimento dei bisogni e di una soglia di benessere condiviso. Tale soglia non può essere fissata dall’esterno, da esperti o solo tramite un calcolo: essa dipende da scelte qualitative ed etiche, che mettono a confronto ciò che si ritiene opportuno produrre per il benessere collettivo e le implicazioni di ogni produzione, in termini di materiali, energia, rifiuti, impatti ecologici e sanitari, nonché di tempo di attività. Gli studi di economia ecologica dimostrano già che sarebbe possibile soddisfare i bisogni essenziali – alimentazione, salute, accesso all’energia, eliminazione della povertà estrema – senza oltrepassare ulteriormente i limiti planetari[9].

Questa definizione di postcapitalismo è volutamente minimale. Non si pronuncia né sulla questione dello Stato, né su quella delle tecniche, né su quella dei livelli di coordinamento: si tratta di questioni aperte, attraverso le quali la diversità dei mondi postcapitalisti ha tutte le possibilità di manifestarsi.

Composizione politica

Chi, nelle società contemporanee, potrebbe portare avanti questa aspirazione e avrebbe interesse a un mondo libero dal capitalismo? La risposta ereditata dal movimento operaio indicava una classe definita dal suo ruolo nella produzione, la cui emancipazione doveva coincidere con quella dell’intera società. Oggi tale classe è indebolita, e non solo a causa del declino delle organizzazioni di massa: nelle società (dei paesi del Nord globale) in cui i collettivi di lavoro sono diventati difficili da politicizzare e in cui l’occupazione è frammentata, subappaltata, dispersa, il luogo di lavoro ha smesso di essere il principale scenario in cui si pone il problema del dominio capitalista. Se il capitalismo è il dominio dell’economia sulla vita, il conflitto si gioca ovunque la vita sia sottoposta alla normatività economica. E se il postcapitalismo si caratterizza per il rovesciamento del primato della produzione sulla riproduzione, allora coloro che sono in grado di portarlo avanti sono innanzitutto coloro che assicurano la riproduzione.

Il lavoro riproduttivo, svolto essenzialmente dalle donne, è quella parte nascosta senza la quale la sfera produttiva non potrebbe esistere, e la sua invisibilizzazione è una dimensione essenziale dei rapporti sociali capitalisti[10]. La storica Stefania Barca ha proposto di definire «forze di riproduzione» coloro che, pur non figurando nel racconto eroico dello sviluppo delle forze produttive, sostengono la vita e gli ambienti di cui tale sviluppo si nutre[11].

È possibile estendere questo concetto al di là delle sole dimensioni ambientali. Chiamiamo «forze di riproduzione» l’insieme degli individui stigmatizzati ed emarginati, più spesso donne, persone di colore, poveri, ma anche esseri viventi non umani o più che umani, che riproducono l’umanità e gli altri esseri viventi prendendosi cura degli ambienti e delle pratiche, e rendono possibile una vita più dignitosa[12]. Oltre ai più vulnerabili, esse comprendono in particolare una parte delle contadine, delle operatrici sanitarie, delle insegnanti, degli operai e delle operaie dell’edilizia e dei trasporti, nonché delle comunità indigene. Non si tratta né di una classe in senso sociologico né di un soggetto storico costituito, ma di una possibile composizione politica, il cui perimetro varia a seconda dei territori e delle comunità di vita.

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Nelle società in cui i servizi pubblici non sono mai stati sviluppati in modo sufficiente o in quelle in cui vengono smantellati su larga scala, come la società francese, la sfera della riproduzione è diventata il luogo in cui si avverte in prima linea la crisi del capitalismo neoliberista contemporaneo. Le privatizzazioni e gli elevati profitti nei settori della sanità, dell’istruzione, dell’edilizia abitativa, dei trasporti e dell’estrazione ne sono la prova: è proprio lì che le forze capitalistiche e i loro avversari si scontrano con maggiore vigore. E le mobilitazioni sociali più intense degli ultimi quindici anni, come quella dei gilet gialli in Francia, sono partite dalle difficoltà più concrete incontrate dalle fasce più fragili della popolazione, in materia di sussistenza, di riproduzione sociale — debito, alloggio, acqua, energia, alimentazione, assistenza sanitaria, istruzione, trasporti — e di vivibilità.

Questo terreno non appartiene a nessuno: il deterioramento delle condizioni materiali di vita alimenta anche l’estrema destra, che offre a quelle stesse popolazioni una spiegazione e dei bersagli: lo straniero, chi riceve sussidi, le norme ambientali. Le forze di riproduzione non sono un soggetto da mobilitare, ma un’alleanza da costruire, e questa costruzione è senza dubbio il primo compito delle sinistre. Essa presuppone di smettere di trattare l’assistenza, la sussistenza (tra cui alimentazione, acqua, energia) e la tutela dell’ambiente, ma anche l’istruzione, come questioni secondarie, per farne il centro da cui tutto si riformula.

Combinazione strategica

Rimane la questione più spinosa: come fare? L’esame della storia dei socialismi e l’analisi degli attuali rapporti di forza portano a una semplice constatazione: nessuna delle strategie esistenti è stata né è in grado, da sola, di trovare una via d’uscita dal capitalismo. Ciò vale sia per le cosiddette strategie «di rottura», che prevedono la transizione a partire da uno scontro decisivo, insurrezionale (o elettorale) con le istituzioni esistenti; sia per le trasformazioni «interstiziali», che cercano di creare spazi parzialmente liberi dalle logiche capitalistiche; delle trasformazioni «simbiontiche» che fanno uso delle istituzioni esistenti, in particolare dello Stato, per correggere i danni del capitalismo e talvolta introdurvi elementi di un’alternativa. Queste tre logiche corrispondono alle tre grandi tradizioni della sinistra: il marxismo rivoluzionario, l’anarchismo e la socialdemocrazia[13]. Ogni pensiero strategico coerente deve essere un pensiero che ne consideri la combinazione, laddove il dibattito degli ultimi due secoli, a sinistra, ha favorito l’opposizione, spesso feroce, tra i sostenitori di ciascuna di queste logiche.


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Combinare non significa far convergere le lotte. Non significa nemmeno entrare nel gioco delle alleanze elettorali. È qualcos’altro, e di più impegnativo: che ogni protagonista che si richiama alla sinistra concepisca le proprie azioni in uno spazio tattico più ampio di quello in cui opera, in relazione ad altre azioni dello stesso schieramento ma di natura diversa, anche quando la convergenza non è percepibile.

In un anno elettorale in Francia, questa raccomandazione si rivolge in particolare alle candidate e ai candidati di sinistra. Gli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato che la riforma del capitalismo, sia ambientale che sociale, è quasi impossibile. Le politiche ambientali sono molto limitate nonostante il moltiplicarsi delle catastrofi climatiche e sanitarie, il cui impatto ricade su tutta la popolazione. Ciò non significa che la via istituzionale sia inefficace, ma che la sua eventuale efficacia va misurata non in base ai suoi obiettivi dichiarati, bensì alla sua capacità di stabilizzare e consolidare forme di vita ecologiche in parte libere dai vincoli del capitalismo.

La fine delle «sinistre-zombie»?

L’estrema destra ha una risposta alle crisi del capitalismo, e la sta già applicando: eliminare gli ultimi ostacoli statali, ambientali e fiscali, aggirare le forme democratiche, designare capri espiatori. A livello mondiale, le democrazie liberali sono ormai in minoranza, le alleanze liberali internazionali si stanno disgregando, il liberalismo come cultura politica degli ultimi due secoli sta crollando. Di fronte alle destre conservatrici ed estremiste, restano solo le sinistre, quelle che tuttavia hanno perso quasi tutte le battaglie sin dalla svolta neoliberista degli anni ’70.

Il rischio, per loro, è quello di diventare «zombie[14]». Si curano le conseguenze del cambiamento climatico tralasciando ciò che lo provoca; si rendono socialmente accettabili le catastrofi ecologiche oppure ci si adatta ad esse; si trasforma la questione del superamento del capitalismo in una questione di ridistribuzione della ricchezza, degli investimenti e dei rischi. Porsi il postcapitalismo come orizzonte significa uscire da questa spettralità. Significa, per le sinistre, entrare finalmente nel secolo attuale e dire addio a quello precedente.

Note

[1] Jérôme Baschet, Laurent Jeanpierre (a cura di), Mondes postcapitalistes, La Découverte, 2026.

[2] J. K. Gibson-Graham, A Postcapitalist Politics, University of Minnesota Press, 2006; Erik Olin Wright, Utopie reali, La Découverte, 2017 [2010].

[3] Timothée Parrique, La scienza della post-crescita, Actes Sud, collana Système Terre – clima, biosfera, società, 2026.

[4] Jérome Baschet, Laurent Jeanpierre (a cura di), Mondi postcapitalisti. Tra le numerose altre pubblicazioni che hanno ripreso il termine negli ultimi quindici anni, si veda ad esempio Audrey Laurin-Lamothe, Frédéric Legault, Simon Tremblay-Pépin, Costruire l’economia postcapitalista, Lux, 2023.

[5] Karl Polanyi, La grande trasformazione. Alle origini politiche ed economiche del nostro tempo, Gallimard, 1983 [1944]; Serge Latouche, L’invenzione dell’economia, Albin Michel, 2005.

[6] Paul Mason, Postcapitalismo. La guida al nostro futuro, Diateino, 2021 [2015]; Nick Srnicek, Alex Williams, Inventing the Future. Postcapitalism and a World Without Work, Verso, 2015; Aaron Bastani, Fully Automated Luxury Communism. A Manifesto, Verso, 2019.

[7] Alex Williams, Nick Srnicek, «Manifesto accelerazionista», in Laurent de Sutter (a cura di), Accelerazione!, PUF, 2016.

[8] Vedi la voce «Produzione», in Mondi postcapitalisti.

[9] Daniel W. O’Neill, Andrew L. Fanning, William F Lamb, Julia K. Steinberger, «Una vita dignitosa per tutti entro i limiti del pianeta», Nature Sustainability, vol. 1, n. 2, 2018.

[10] Silvia Federici, Caliban e la Strega, «Donne, corpo e accumulazione primitiva», Entremonde/Senonevero, 2014; Mariarosa Dalla Costa, Selma James, The Power of Women and the Subversion of the Community, Falling Wall Press, 1972; Tithi Bhattacharya (a cura di), Social Reproduction Theory. Remapping Class, Recentering Oppression, Pluto Press, 2017.

[11] Stefania Barca, Forces of Reproduction. Notes for a Counter-Hegemonic Anthropocene, Cambridge University Press, 2020.

[12] Qui si estende, al di là delle questioni ambientali, la definizione proposta da S. Barca; cfr. la voce «Strategie di transizione», in Mondi postcapitalisti.

[13] Si riprende qui, con lievi modifiche, Erik Olin Wright, Utopie reali, cfr. nota 2.

[14] Tomasz Konicz, «La visione dell’apocalisse non deve diventare un lusso!», Palim Psao, 16 agosto 2026. La polemica è rivolta alla sinistra tedesca, e in particolare a Die Linke; se ne riprende qui la caratterizzazione generale.

Autore: Laurent Jeanpierre è sociologo e docente di scienze politiche all’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Ha pubblicato presso le Éditions La Découverte In Girum, Le lezioni politiche delle rotatorie (2019) e, insieme a Haud Guéguen, La prospettiva del possibile. Come pensare a ciò che può accaderci e a ciò che possiamo fare (2022).


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