«Anche a Roma si amavano le elezioni»

 

«Anche a Roma si amavano le elezioni», ha affermato Édouard Philippe davanti all’Assemblea. Niente è meno sicuro. I Romani «creavano», «nominavano», «designavano» i propri magistrati – ma li eleggevano davvero? Dietro i verbi latini che i traduttori rendono indifferentemente con «eleggere», vacilla l’intera genealogia che farebbe di Roma la culla delle nostre democrazie elettive.

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Il 17 giugno 2020, nel corso di una sessione di interrogazioni al governo, il primo ministro Édouard Philippe risponde in questi termini a una domanda sull’autorità dello Stato: «Se il nostro regime si chiama Repubblica, è perché ha avuto dei predecessori. E una delle virtù cardinali a Roma era il civismo. Vale a dire non l’esemplarità di questo o quello, ma proprio l’idea che ciascuno, che sia eletto o meno (e Dio solo sa quanto si amassero le elezioni anche a Roma), sia depositario di una parte della Repubblica».

Diversi decenni prima di lui, lo storico Claude Nicolet, uno dei massimi esperti di storia politica romana del XX secolo, aveva illustrato in una delle sue opere più celebri, oggi cinquantenne, Il mestiere di cittadino nell’antica Roma (1976), l’importanza di una delle manifestazioni di tale mestiere, ovvero le elezioni. Nei tempi turbolenti della fine della Repubblica, lo storico sottolinea che il popolo di Roma veniva convocato almeno sette volte all’anno per le elezioni, che complessivamente potevano durare una quindicina di giorni. È proprio questo che lo porta a ritenere che, se a ciò si aggiungono i giorni delle votazioni legislative, il mestiere di cittadino fosse un’attività a tempo pieno.

I Romani eleggevano quindi i propri magistrati. Lo scopo delle elezioni, per le magistrature ordinarie secondo il cursus honorum, era quello di rinnovare ogni anno i collegi dei magistrati che gestivano gli affari della città e dell’impero, vale a dire i consoli, i pretori, gli edili, i questori e i tribuni della plebe. Tutti gli studi degli storici che, a partire dall’opera fondamentale del giurista tedesco Theodor Mommsen alla fine del XIX secolo, si sono occupati della questione delle elezioni nell’antica Roma, hanno cercato di ricostruire procedure abbastanza simili alle nostre: la presentazione delle candidature, un periodo di campagna elettorale, una sfilata di cittadini che esprimevano oralmente e poi per iscritto le proprie scelte, e infine la proclamazione dei nomi degli eletti.

Una volta ricostruite queste procedure, i dibattiti si concentrano essenzialmente sul significato da attribuire a questi periodi elettorali e sul coinvolgimento del popolo nel governo della città romana che essi rivelano. Da queste riflessioni sono scaturite numerose discussioni riguardanti il possibile parallelo tra il funzionamento della res publica romana, ovvero la città romana, e una forma di democrazia. Dallo storico inglese Fergus Millar negli anni ’80 allo storico belga Frédéric Hurlet negli anni 2010, passando per una storiografia tedesca incarnata da Egon Flaig e Karl-Joachim Holkeskamp negli anni 2000, si è discusso su quale grado di democrazia contenesse il sistema politico romano, almeno durante il suo periodo definito repubblicano (dal 509 al 27 a.C.), e quale definizione potesse essere attribuita a quel ruolo elettorale del popolo romano, a metà strada tra forza decisionale politica e organo di espressione più rituale di una legittimazione e di una convalida di una scelta politica che in gran parte gli sfuggiva.

In ogni caso, era necessario inserire la storia delle elezioni romane in una visione genealogica della storia che facesse di Roma la «culla» della pratica elettorale contemporanea. Lo stesso Claude Nicolet affermava: «Quale può essere il valore della Storia se si pretende di praticarla con lo sguardo fisso esclusivamente sul passato, senza alcun riferimento al presente, senza provare in noi stessi e nei nostri contemporanei le angosce o le certezze che essa può offrirci? Che cos’è la storia, se non la comprensione delle strutture politiche e della loro espressione politica[1]? Una riflessione che assume tutto il suo significato alla luce di ciò che furono la vita e la carriera di questo storico specialista dell’antica Roma, un tempo attratto da una carriera di deputato negli anni ’70.

Di cosa si parla, dunque, quando si parla delle elezioni romane? Cronologicamente, tutto inizia con una fase di campagna elettorale, descritta in modo dettagliato nel famoso Commentariolum Petitionis redatto dal fratello del celebre oratore della fine della Repubblica, Cicerone. Questa fase politica che è la campagna elettorale è l’occasione per ricordare a tutte le persone influenti della propria cerchia i debiti che hanno contratto nei confronti del candidato, il quale si considererebbe ripagato in cambio del sostegno alla propria candidatura. I suffragatores sostengono i candidati. Gli «eserciti» di «clienti» dei boni (membri della casta dirigente) possono essere mobilitati per andare a votare per i loro «patroni».

Parallelamente a questa mobilitazione elettorale, giunge il momento della registrazione delle candidature da parte del magistrato incaricato delle operazioni. Tale registrazione è separata dal giorno del voto da un lasso di tempo minimo, sebbene variabile. Quando arriva il giorno delle elezioni, le operazioni devono iniziare presto poiché le elezioni si concluderanno prima del tramonto. Prima delle operazioni di voto venivano organizzate delle contiones (assemblee preliminari al voto). Un magistrato superiore, ovvero titolare dell’imperium (console, pretore, dittatore, interre), liberava i cittadini dalla contio e il voto aveva inizio. Le operazioni di voto vere e proprie riunivano il popolo di Roma nelle comitia, assemblee con funzioni sia elettorali, sia legislative e talvolta giudiziarie, che inizialmente si riunivano nel Foro o nel Campo Marzio e successivamente tutte nel Campo Marzio, all’esterno del perimetro sacro della Città.

A seconda della natura dei magistrati da eleggere o delle leggi da votare, il corpo civico romano veniva convocato o in tribù o in centurie. A seconda degli argomenti e della loro importanza, il popolo veniva quindi raggruppato per tribù (35, su una base probabilmente fissa e territoriale) o secondo un criterio censitario (attraverso il raggruppamento in centurie suddivise in classi di reddito). A partire dal III secolo a.C., in ogni caso, una centuria veniva sorteggiata tra le centurie della prima classe (che raggruppava gli elettori più ricchi) e i suoi membri erano chiamati a sfilare attraverso le saepta, poi a salire su un pons e infine a depositare una tabella (scheda) in un’urna (almeno dal momento in cui il voto divenne scritto, cioè a partire dal 139 a.C.). È noto che le centurie erano raggruppate per classi censitarie, alle quali si aggiungevano centurie «tecniche» (artigiani e musicisti) e la famosa centuria che riuniva i capite censi e i proletarii, centuria dei «senza armi».

Sulla base di questi voti individuali conteggiati all’interno delle tribù o delle centurie, si otteneva una maggioranza per tribù o centuria a favore di un candidato; tale risultato veniva poi preso in considerazione e proclamato da un araldo. A causa del carattere censitario e ordinato del voto nell’organizzazione per centurie, non tutte le 193 centurie erano chiamate a votare. La votazione si interrompeva non appena veniva raggiunta la maggioranza (probabilmente di 97 centurie), privando del diritto di voto le centurie delle classi «inferiori». La votazione era quindi considerata conclusa a favore di un candidato, e il magistrato poteva proclamare il nome del candidato eletto. I comizi venivano sciolti in attesa di una futura convocazione. Procedure «religiose» poco conosciute accompagnavano l’insieme di queste pratiche sociali.

Il metodo di analisi genealogica tra il voto romano e quello contemporaneo è ampiamente diffuso e non solo nella cerchia degli storici francesi. Più in generale, l’insieme degli elementi empirici messi a disposizione degli storici per consentire loro di redigere un’opera che descriva il funzionamento politico della Repubblica romana con un livello di precisione paragonabile a quello che avrebbe il suo equivalente per i periodi storici successivi, ha portato questi stessi specialisti a utilizzare modelli proiettivi che mirano probabilmente a disporre di «schemi » metodologici che consentano di colmare le lacune che permangono su quel periodo e di formulare ipotesi sul funzionamento istituzionale per via di confronto, proiettando sull’antichità modalità di funzionamento politico accertate per le epoche successive.

Se questo utilizzo di «modelli» (nel senso inglese di pattern) ha senza dubbio dei meriti didattici, la loro validità euristica appare più discutibile. Vorremmo esaminarne alcuni esempi. Così, la storica inglese Lily Ross Taylor stabilì negli anni ’60 un parallelo tra il sistema delle primarie americane e il voto delle unità di voto romane: «Come i nostri annunci dei risultati delle convention nei nostri Stati durante il sistema delle primarie, i primi voti [cioè delle centurie] creavano un’atmosfera psicologica di attesa[2]».

Fare riferimento al sistema politico del proprio paese è un riflesso naturale, al di là del fatto che gli Stati Uniti fungano facilmente da modello democratico. «Il film di Orson Welles, Citizen Kane, mostra un candidato sconfitto alle elezioni per la carica di governatore dello Stato di New York; prudente, aveva fatto preparare alla vigilia delle elezioni un’edizione speciale del suo giornale, con questo titolo provocatorio: “Fraud at polls!” È esattamente la reazione di Catone e di Ser. Sulpicio all’indomani delle elezioni consolari del 64 per il 63», scrive così Claude Nicolet.

Nella terminologia latina relativa alle elezioni, vediamo molto raramente agire un popolo di elettori.

Cicerone ha svolto un ruolo essenziale nella ricostruzione, 2000 anni dopo, di questa genealogia politica tra Roma e le democrazie occidentali contemporanee. Innanzitutto perché è al tempo stesso testimone e protagonista della vita politica romana degli anni 70-44 a.C., periodo di fortissime tensioni tra fazioni politiche in cui la difficoltà dell’élite romana a stabilire al proprio interno un consenso politico ha lasciato al popolo, inteso nella sua più ampia accezione sociale, un ruolo di arbitrato che forse non aveva ancora conosciuto, almeno per le classi censitarie più basse. In secondo luogo, perché questa duplice posizione di testimone e attore gli ha permesso di essere autore di un’opera considerevole, giunta in gran parte fino a noi, che offre un quadro della vita politica romana così come lui la viveva da diversi punti di vista. Il punto di vista dell’avvocato attraverso numerosi processi, alcuni dei quali riguardavano funzionari eletti accusati di corruzione elettorale e minacciati di destituzione; il punto di vista del teorico politico attraverso due grandi trattati politici che descrivono il funzionamento della res publica (De Republica e De Legibus, trattati di ispirazione platonica), infine, il punto di vista dell’uomo politico, magistrato che raggiunse il consolato nel 63 a.C. nonostante la sua origine equestre e il suo status di uomo nuovo (homo nouus), attraverso una gigantesca Corrispondenza.

Leggere Cicerone significa forse leggere un quadro della vita politica romana che ci avvicina indiscutibilmente all’Antichità e ci ricorda lo status di «culla» dell’antica Roma? Due ricercatrici, una filologa e l’altra storica, invitano a una maggiore cautela. La prima, Florence Dupont, ha messo in guardia dalla visione classica di un’Antichità «culla» e ha stabilito come metodo di analisi dell’Antichità il principio dello «scarto»: «Osare un nuovo uso dell’Antichità in termini di “scarti”». L’antropologia permette di decostruire le illusioni genealogiche e le presunte somiglianze tra Antichi e Moderni. Grazie a questo sguardo distaccato, possiamo dialogare con un’Antichità imprescindibile ma diversa, che offre altre tradizioni di pensiero, altri modelli di vita. Dall’Antichità emergono allora dei «selvaggi interiori» che nessuna modernità potrà mai sterminare [3].

La seconda, Claudia Moatti, invita a una grande cautela nei confronti di un’altra illusione, quella dell’etimologia. Prendendo come oggetto di analisi il concetto latino di Res Publica, scrive, nell’introduzione al suo libro dedicato a tale concetto: «I Romani ignoravano di vivere in una Repubblica». Questa osservazione fondamentale giustifica, nelle pagine che seguono, una rimessa in discussione della lunga tradizione traduttiva che risale al Rinascimento italiano e che concepiva il concetto moderno, e poi contemporaneo, di Repubblica come il modo migliore per rendere la locuzione latina res publica. Secondo Claudia Moatti, l’eredità linguistica non coincide con quella politica e la res publica dei Romani non va assolutamente intesa come l’equivalente del concetto italiano e poi francese di regime repubblicano. La res publica va infatti tradotta con «cosa pubblica» e non con «Repubblica», e ciò giustifica il mantenimento a Roma e in tutti i tipi di regimi politici che hanno strutturato la storia di Roma, dalla monarchia al tardo periodo imperiale, del concetto di res publica[4].

Infatti, per capire se, in effetti, anche a Roma si «amavano le elezioni», la questione della traduzione dei testi latini è fondamentale. Quando Cicerone evoca un populus uniuersus che esprime il suffragium, sta forse parlando di «suffragio universale» e si può quindi affermare che Roma sia stata la «culla del suffragio universale[5]»?

Nel linguaggio latino delle elezioni, così come lo leggiamo in Cicerone, ma anche nello storico della fine del I secolo a.C., Tito Livio, vediamo agire solo molto raramente un popolo di elettori. I verbi utilizzati in modo massiccio per descrivere un atto elettorale sono creare («creare»), dicere («dire»), facere («fare»), designare («designare»), ma non, o molto raramente, il verbo latino eligere. L’insieme di questi verbi è stato tradotto indifferentemente dai traduttori contemporanei con «nominare», «eleggere», «designare», senza necessariamente far corrispondere i verbi francesi ai verbi latini e senza nemmeno mantenere una scelta coerente nel corso delle traduzioni degli stessi verbi. Creare può così, a cura dello stesso traduttore, essere reso sia con «eleggere» che con «nominare» o «designare».


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Questa forma di indifferenza nei confronti del vocabolario latino relativo al voto e all’elezione sembra sufficientemente fastidiosa e oscurante nel percorso di comprensione dell’elezione da costituire oggetto di uno studio approfondito che rifondi interamente lo studio del voto romano e la comprensione del modo in cui esso avrebbe prefigurato la nostra pratica contemporanea di voto ed elezione. In altre parole: creare, dire, fare, nominare e designare significa eleggere? I Romani creavano, dicevano, facevano, nominavano, designavano o eleggevano?

Oltre alle difficoltà di traduzione poste da questi verbi, emerge un’altra difficoltà che richiede un attento esame delle situazioni grammaticali in cui vengono impiegati tali verbi. In quali casi sono impiegati alla voce attiva e con quale soggetto agente? Il popolo? Un magistrato responsabile dell’assemblea che procede alla nomina del proprio successore? Un’unità di voto, come una centuria o una tribù? Tutte queste situazioni di impiego grammaticale di questi verbi sono presenti nei testi. In quali casi questi verbi sono impiegati alla voce passiva e con complemento d’agente? Quando un console viene presentato come creatus, senza precisare il complemento d’agente, è corretto trovare abbastanza regolarmente la traduzione di questo participio passato con la formula in francese «eletto dal popolo»?

Il fatto di «creare» un magistrato deve essere necessariamente considerato come l’espressione latina di ciò che noi consideriamo un’elezione popolare? Il popolo è regolarmente menzionato nei contesti di questi verbi e quindi in tali contesti di designazione, ma la sua posizione nella frase non lo pone necessariamente in una posizione di responsabilità e di attore diretto della «creazione» del o dei magistrati. In altre parole, il popolo non è sempre nella frase in posizione di soggetto o di complemento d’agente. Sappiamo che il popolo è associato al termine latino suffragium, ma ciò rende necessariamente questo popolo un popolo di elettori quando un’analisi precisa degli usi di questo termine permette al traduttore di esitare, a seconda del contesto d’uso, tra il calco etimologico «suffragio» o nozioni più vicine all’idea di assenso o di sostegno.

È quindi difficile dire come fossero le elezioni romane e se mettessero davvero al centro della vita politica della città antica un popolo di elettori. Il ruolo dei sacerdoti responsabili dei rituali religiosi che accompagnavano le elezioni e il posto centrale dei magistrati che presiedevano le assemblee popolari, nonché l’importanza dei gruppi di cittadini che si pronunciavano prima del voto collettivo, uniti alla difficoltà di tradurre correttamente i verbi che la lingua latina ha dedicato alla designazione dei magistrati della città, non consentono di sapere se realmente «anche a Roma si amassero le elezioni» e richiedono agli storici una maggiore cautela nell’adottare un approccio troppo genealogico alla storia.

Note

[1] Jean-Louis Crémieux-Brilhac, «Claude Nicolet, politico e storico», Cahiers du Centre Gustave Glotz, vol. 22, 2011.

[2] Lily Ross Taylor, Roman Voting Assemblies: From the Hannibalic War to the Dictatorship of Caesar, The University of Michigan Press, 1966.

[3] Florence Dupont, L’Antiquité, territoire des écarts, Albin Michel, 2013 (sintesi editoriale).

[4] Claudia Moatti, Res Publica. Storia romana della cosa pubblica, Fayard 2018.

[5] André Magdelain, «Il suffragio universale a Roma nel V secolo a.C.», Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions et Belles Lettres, 1979: «I Romani parlano poco del suffragio universale perché per loro è una cosa ovvia».

Virginie Hollard è docente di storia romana presso l’Università di Lione 2-Hisoma (UMR 5189). I suoi studi vertono su due grandi temi della storia politica romana: la pratica del voto durante la Repubblica e l’Alto Impero (Le rituel du vote, 2010; Histoire(s) d’élection(s), 2018; Votare a Roma, in Grecia e in Gallia. Luoghi, pratiche e finalità, 2019) e le pratiche di esercizio del potere («Villeggiatura e costruzione della figura del governante nella Roma imperiale del I secolo d.C. Analisi basata sulle opere storiche di Svetonio e Tacito», in Olivier Devillers (a cura di), Vacanze e società nel mondo romano da Tiberio ad Adriano, Ausonius, 2014; «Monarchia e democrazia nell’analisi del Principato di Augusto di Cassio Dione. Spunti di riflessione a partire dagli eventi elettorali augustei nella Storia romana», in Anne Daguet-Gagey e Sabine Lefebvre (a cura di), Augusto e la memoria dei secoli, Presses Universitaires de l’Artois, 2018).

Fonte: AOCMedia


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