Leggere il secolo

 

Con le guerre a partire dal 1905, lo Stato impara a produrre e a far produrre, a pianificare, a controllare, a reprimere. Le popolazioni non avevano mai affrontato prima una simile sequenza di morte di massa. Poi, a partire dal 1945, si inventa un futuro sotto forma di tre promesse che presto entrano in crisi: abbondanza, concordia, emancipazione. Promesse che a loro volta possono essere analizzate da tre punti di osservazione: mondi rurali, lavoro, sostanze psicotrope.


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C’era una volta un mondo oggi popolato da 1,3 miliardi di anime; un mondo che si estendeva dall’Estremo Oriente russo e dall’Hindu Kush a est, alle punte di Ouessant e di Saint-Jacques a ovest; un mondo che si estende dai freddi soli della Finlandia e dello Spitzbergen a nord, ai deserti della Mauritania e dello Yemen a sud; un mondo che esiste così poco da non avere un nome; un mondo, infine, che tra il 1905 e il 1962 attraversò una serie di conflitti bellici di intensità inaudita.

Le società che lo compongono, avendo vissuto una rivoluzione disomogenea che mescolava esplosione demografica, conquista industriale e sconvolgimenti tecnologici, precipitarono in una serie di conflitti bellici di immensa letalità, tanto più straziante in quanto colpiva i giovani maschi che rappresentavano il futuro di quelle società e, con loro, era quindi il loro stesso futuro a spegnersi sui campi di battaglia.

Per sopravvivere a tali vuoti, queste società dovettero inventarsi un futuro. Sebbene ci fossero tanti futuri quanti erano le società, tutti condividevano la stessa struttura, costituita da tre promesse: una promessa di abbondanza (ognuno avrebbe vissuto una vita più facile, libera dalle paure del domani), una promessa di concordia (benevolenza e fratellanza avrebbero dominato i rapporti sociali) e una promessa di emancipazione (né i bambini né gli anziani sarebbero stati più costretti al lavoro; ognuno sarebbe stato liberato dall’alienazione). A partire dagli anni ’70, tuttavia, queste promesse hanno subito un lento processo di obsolescenza, di congelamento, che il libro qui presentato[1] racconta in conclusione, ricercandone i segni distintivi nell’economia, nelle rivolte giovanili, nelle politiche morali e di sicurezza dello Stato, nei mondi rurali, nel lavoro, nelle sostanze psicotrope.

Dalla guerra al futuro

È un fatto ben noto: le guerre scoppiate a partire dal 1905 su questa terra senza nome sono opera di società che hanno vissuto tra i 100 e i 150 anni di rivoluzione demografica, industriale, tecnica e culturale, e questa rivoluzione si incarna negli eserciti, nel loro equipaggiamento, nelle caratteristiche dei loro scontri e nelle loro pratiche di violenza.

Gli effettivi di questi eserciti non hanno alcun termine di paragone con quelli dei periodi precedenti. Fin dall’antichità si riteneva che un esercito non potesse superare i 100.000 o 150.000 effettivi, limite massimo di ciò che uno stato maggiore potesse controllare e comandare efficacemente. La modernità aveva permesso l’ascesa di un colosso come la Grande Armée, ma gli effettivi di quei formicai umani che si scontrarono nella Grande Guerra e poi nella Seconda Guerra Mondiale superavano tutto ciò che si era visto in precedenza.

L’Armata Rossa mobilitò 3 milioni di uomini tra il 1918 e la metà del 1919 e prevedeva di arruolarne 6,8 milioni nel 1935 in caso di guerra con la Germania. Non meno di 70 milioni di combattenti si scontrarono tra il 1939 e il 1945. Queste gigantesche formazioni utilizzavano un armamento al quale una rivoluzione industriale e tecnica aveva conferito una letalità inaudita. I proiettili supersonici conici laceravano i corpi come mai prima d’ora e l’artiglieria e l’aviazione trasformarono il conflitto – e il suo cuore, il combattimento. Il fenomeno bellico subisce inoltre un processo di totalizzazione: lo spettro degli obiettivi considerati legittimi si allarga drammaticamente e comprende in misura crescente le popolazioni civili, siano esse bersaglio di bombardamenti strategici, oggetto di politiche di controllo che inaugurano pratiche di ingegneria sociale o di coercizione, o addirittura di eliminazione parziale o totale, come nel caso degli ebrei, armeni, cristiani orientali o zingari in periodi ben identificati.

La guerra subisce quindi una profonda trasformazione: innanzitutto nella sua portata, che diventa gigantesca e vede ormai dilatarsi temporalità, pratiche e schiere di protagonisti. Fin dall’inizio di questo periodo, queste ultime impongono agli Stati sfide logistiche insormontabili: come assistere e soccorrere i 100.000 rifugiati che sommergono Varsavia nell’estate del 1914? Come costringere e convogliare le decine di milioni di lavoratori necessari ad alimentare la mobilitazione industriale totale dell’Europa occupata, indispensabile per la vittoria nazista a partire dal 1942? Come controllare le centinaia di migliaia di persone che la Francia coloniale «riunisce» con i piani Challe e Delouvrier all’inizio degli anni ’60 nell’Algeria in rivolta?

Affiancato ovunque da economisti, esperti di logistica, matematici, demografi e ingegneri sociali, lo Stato impara in tempo di guerra a produrre e a far produrre, a quantificare, pianificare, identificare, assistere, controllare, reprimere e neutralizzare. Le esigenze sono gigantesche e di una diversità che sfida l’immaginazione: dalla creazione di istituzioni per la pianificazione e la gestione dell’allocazione delle risorse, a quella di agenzie di intelligence, polizie politiche e brain trust, passando per l’istituzione di amministrazioni di assistenza, di sistemi sanitari su vasta scala e per una mobilitazione culturale che assume caratteristiche specifiche in tempo di guerra.

L’esperienza delle popolazioni, sia civili che militari, è davvero inaudita. Mai, dal XIV secolo, avevano affrontato una sequenza di eventi che portavano alla morte di massa con un’intensità paragonabile. Circa quindici milioni di morti durante la Grande Guerra, almeno 35 milioni durante la Seconda, un milione in Algeria, centinaia di migliaia di vittime in più negli scontri e nelle guerre civili che seguirono la capitolazione nazista. Le società belligeranti hanno cercato di dare un senso all’oceano di sofferenza e lutto che costituisce il corollario di questa sequenza, di affermare che quei conflitti non erano avvenuti invano, che le morti che vi si verificavano servivano una causa, e che quella causa era un futuro migliore.

I soldati della Grande Guerra, le SS che combattevano per il Tausendjähriges Reich, i mujaheddin dell’ALN che si opponevano al colonialismo repubblicano, i partigiani sovietici della Bielorussia, i resistenti di ogni nazionalità non condividevano certamente le stesse rappresentazioni del futuro; resta comunque il fatto che tutti avevano la sensazione di essere catapultati in conflitti che mettevano in gioco il domani delle loro comunità. E quanto più queste rappresentazioni del futuro postbellico diventavano inclusive, tanto maggiori erano le possibilità che le popolazioni vi aderissero. Il federalismo costituì così senza dubbio uno dei fattori determinanti più discreti dell’esito di tutti questi conflitti, ma ebbe la meglio sui fascismi, sul nazismo e sui colonialismi, poiché questi progetti di società offrivano alla maggioranza delle persone e delle società che vi si trovavano di fronte solo un futuro fatto di sangue, miseria, lavoro e dominio senza prospettive.

Al termine di questa fase, i regimi di storicità delle società di quest’area si erano modificati; al futuro era ormai assegnato un insieme di rappresentazioni che costituivano orizzonti di attesa. Naturalmente, a ogni società, a ogni tipo di società, il proprio orizzonte di attesa singolare. Resta comunque il fatto che le società liberali dell’Europa occidentale, le società orientali diventate socialiste dopo il 1945 e le società del bacino meridionale del Mediterraneo liberate dal giogo del colonialismo, in tutta la loro diversità, investono il futuro di aspettative e speranze, che conferiscono ai loro regimi di storicità una notevole isomorfia e che consentono di formulare tali aspettative sotto forma di tre promesse che le società e gli Stati rivolgevano a se stessi.

Dall’epoca delle promesse alla crisi del futuro

A un certo punto tra il 1945 (per le società occidentali e orientali) e gli anni ’60 (per i paesi che per ultimi si affrancarono dal fardello coloniale), Stati e società videro emergere rappresentazioni attribuite al futuro che si possono descrivere sotto forma di tre promesse.

La prima di queste è una promessa di abbondanza. In contrasto con l’esperienza del periodo precedente, vissuto all’insegna di una crisi di sussistenza che aveva reintrodotto carestie, penurie e fame laddove erano scomparse, il dopoguerra fu caratterizzato da una straordinaria crescita agricola che vide coorti contadine sempre meno numerose fornire alle società produzioni agricole sempre più massicce, sempre più diversificate e sempre più economiche.

A questa liberazione dalla tirannia alimentare si affiancò un boom dei consumi alimentato da energia a basso costo e da una diversificazione della produzione industriale, tangibile ovunque, anche se in modo diseguale, negli anni ’50-’60. Benzina a basso costo, elettricità, acqua corrente, elettrodomestici, radio, TV, mobili in formica e – a partire dalla fine degli anni ’60 – le materie plastiche rivoluzionarono gli ambienti materiali – essenzialmente urbani – conferendo loro un’aria di abbondanza, se non addirittura di opulenza. Qui risiedeva la promessa di abbondanza che allora sembrava in via di realizzazione.

La seconda promessa era quella di concordia, anch’essa formulata un po’ ovunque in contrapposizione a quell’era di scontri su tutti i fronti che quelle società avevano attraversato tra il 1905 e gli anni 1945-1960. Infatti, l’insieme dei conflitti che avevano caratterizzato il periodo precedente aveva assunto una dimensione frattale: le divisioni tra le parti belligeranti si riproducevano identiche all’interno delle stesse società, generando quasi invariabilmente guerre civili all’interno dei conflitti stessi: i monarchici serbi, partigiani comunisti jugoslavi, divisioni SS croate e bosniache e ustasci si erano così scontrati sotto le spoglie della lotta tra l’occupante tedesco e la resistenza titista.

La situazione era la stessa in tutto l’ex impero nazista, dal Baltico alla Grecia passando per la Francia e l’Italia, e si osservò una situazione caratterizzata da divisioni altrettanto numerose in Algeria, ma anche, in misura minore, in quell’Iraq in piena rivoluzione baathista che giustiziò la famiglia reale hascemita nel 1958.

In tutti questi casi, a un’epurazione più o meno violenta seguivano decisioni di amnistia che affermavano un oblio istituzionalizzato, rispondendo all’aspirazione alla pacificazione delle relazioni sociali interne alle società. Questa promessa di concordia, così affermata in modo inaugurale, si incarnò in seguito nei sistemi politici, sia a livello internazionale – con la creazione dell’ONU e i vari tentativi di unioni sovranazionali nati in quel periodo, dalla CECA al COMECON, passando per la Lega Araba, i progetti panarabi di federazioni – Repubblica Araba Unita (1958-1961) e Unione delle Repubbliche Arabe (1971-1973-1984), sia a livello nazionale. Si incarnò più profondamente nella costruzione o nella ricostruzione urbana, che traspose nel paesaggio insediamenti collettivi che, almeno sulla carta, riflettevano l’aspirazione a vite sociali armoniose, comunitarie, con la presenza di strutture collettive che andavano dai parchi giochi per bambini alle scuole e alle istituzioni culturali, che delineavano i contorni di una società improntata alla concordia e all’accesso per tutti a determinate forme di servizi comuni e di vita culturale.

Parallelamente a questa incarnazione della prospettiva di concordia nello spazio, l’istituzione di sistemi di previdenza sociale degli Stati sociali, che costituivano una rete di sicurezza contro i rischi, affermava il ruolo protettivo di società che, pur non mirando tutte ad eliminare la lotta di classe, pretendevano invece a minima di opporvi un nuovo contratto sociale fondato sulla regolamentazione, la concordia e la condivisione.

La terza promessa era una promessa di emancipazione. Essa si manifestava essenzialmente nella questione del lavoro. Quest’ultima era stata centrale nel periodo precedente: durante le due guerre mondiali e il dominio coloniale, le forme di coercizione e di riduzione al lavoro avevano costituito uno dei punti di divisione fondamentali che distinguevano i progetti di società intesi a retribuire equamente il lavoro da quelli che miravano a costringere al lavoro, dall’Arbeitseinsatz di Fritz Sauckel alle requisizioni di lavoratori coloniali.

Le società dell’epoca delle promesse misero in atto pratiche di riforma del lavoro e della sua ripartizione nel tempo, riducendo l’orario di lavoro nella giornata, nella settimana, nell’anno – con le ferie retribuite – e persino nell’arco della vita, vietando il lavoro minorile e istituendo le pensioni.

Ma l’emancipazione non dipendeva solo dall’affrancamento dal lavoro e dalla riduzione del suo peso nell’esistenza: dipendeva anche dalle prospettive di ascesa sociale, dal parziale allontanamento dal fardello del lavoro forzato grazie alla meccanizzazione, dal proliferare del periodo di studi, dall’accesso alla carriera pubblica, se non per sé stessi, almeno per i propri figli.

Ovunque, quindi, in misura diversa e in forme singolari, gli Stati e le società hanno offerto alle loro popolazioni un orizzonte di aspettative che suggeriva l’adempimento di queste tre promesse.

Tuttavia, in un periodo compreso tra il 1967 e il 1979, questo insieme di promesse e speranze ha cominciato a svanire; il futuro ha iniziato a vacillare. Il primo segnale è naturalmente l’erosione sempre più evidente del sistema di stabilità istituito a Bretton Woods, basato su una convertibilità moderata e su un cambio controllato, che prese acqua da tutte le parti prima di essere semplicemente sostituito dal regime di fluttuazione valutaria, prima che l’inflazione e la stagflazione venissero a smentire, a partire dal 1979, la promessa di abbondanza, devastando le economie del Sud del Mediterraneo in seguito al calo dei prezzi del petrolio, logorando le economie socialiste che avevano gradualmente perso la battaglia dei mercati interni e dell’innovazione, precipitando le economie liberali in una crisi fatta di deficit, disoccupazione endemica e lento aumento della povertà.

Furono poi i giovani a esprimere, già dalla metà degli anni ’60, la loro sfiducia nei confronti di sistemi che li imprigionavano in costellazioni istituzionali di controllo e conformismo, in cui si mescolavano istituzioni educative, sistemi penitenziari o correzionali e inquadramento di parte. Le forme di contestazione comportamentale non discorsiva – alcol, delinquenza giovanile, disordini e «teppismo» – si affiancavano ai movimenti politici di contestazione sempre più affermati.

Di fronte a questi movimenti, le istituzioni statali non poterono o non seppero cogliere la portata di questo sismografo della crisi della speranza. Ovunque, su scale diverse, l’autoritarismo divenne una tentazione. Sebbene nelle società occidentali, talvolta in preda a un terrorismo contestatario, l’autoritarismo fosse ancora confinato al regno dei timori degli intellettuali contestatori e a quello delle velleità, esso lasciò un segno profondo nei paesi socialisti, sia europei che del Sud del Mediterraneo, invalidando la promessa di concordia e, in parte, quella di emancipazione.

Abbiamo scelto di contemplare questa crisi del futuro che si profilava dall’alto di tre particolari punti di osservazione. Il primo di essi è rappresentato dai mondi rurali, la cui crisi silenziosa era iniziata in quella immensa trasformazione avviata nel dopoguerra. Perché, in fondo, quei cambiamenti colpivano allora questi protagonisti nel vivo. Era come se l’epoca dei contadini fosse ormai finita: i tecnocrati europei, artefici della PAC, li volevano imprenditori; i responsabili socialisti li volevano macchinisti dei kolchoz; gli agronomi siriani, algerini o egiziani li volevano operai agricoli delle tenute collettive. La crisi che si stava sviluppando negava fino alle fondamenta la loro stessa identità; le dinamiche di apertura dei mercati trasformavano persino gli spazi, ibridandoli per sovvertire la tensione tra città e campagna, tra baraccopoli costellate di campi e aree periurbane che mescolavano insediamenti residenziali e piccola industria negli spazi rurali vicini alle città.

Il secondo osservatorio del congelamento delle speranze è il lavoro, che, per quanto riguarda le popolazioni migrate verso le città, aveva costituito un elemento centrale dell’identità delle popolazioni delle società della speranza: le conoscenze sviluppate dalle scienze sociali e dalla gestione erano state poste al centro della sua razionalizzazione e della sua riforma, gli status che esso conferiva – in particolare il lavoro dipendente a tempo indeterminato – strutturavano la stratificazione sociale e l’evoluzione della sua retribuzione aveva sostenuto la partecipazione alla prosperità che aveva caratterizzato l’era della speranza.

La crisi del futuro, che prese slancio negli anni ’80, mise progressivamente in discussione tali statuti con l’aumento della disoccupazione, dell’informalità, della flessibilità e della precarietà in tutti i settori interessati; annientò i contratti taciti di ripartizione dei frutti della crescita tra capitale e lavoro, sconvolse l’organizzazione della produzione e delle relazioni sociali a causa della crisi della rappresentanza sindacale, offuscando la promessa di abbondanza e concordia e allontanando la prospettiva di emancipazione che il lavoro portava con sé nelle società della speranza.

Coincidenza o sintomo, questi anni di crisi del futuro sono anche quelli dell’ascesa delle scienze sociali applicate all’esperienza del lavoro, al fatto stesso di lavorare, e quelli dell’affermarsi degli studi sulla salute e sulla sofferenza sul lavoro.

L’ultimo osservatorio di questa crisi del futuro è stato costituito dallo studio della questione delle sostanze psicotrope, come indicatore delle crepe emerse nelle promesse. Le sostanze psicotrope – qualsiasi sostanza che eserciti un effetto sulla psiche, dallo zucchero all’eroina, passando per i farmaci, la cannabis, l’alcol e la Coca-Cola – costituiscono così un incredibile osservatorio del crollo delle promesse: la promessa di abbondanza, in quanto si osserva negli scambi l’immenso drenaggio finanziario sotterraneo messo in atto dal traffico di stupefacenti, che impoverisce i consumatori a vantaggio di organizzazioni che, in Libano, in Afghanistan, in Turchia e in Iran, investono questi tragici profitti nell’armamento di milizie e movimenti, alcuni dei quali ricorrono a pratiche terroristiche, in parte con il tacito consenso di agenzie clandestine, in particolare occidentali.

Smentita della promessa di concordia, in quanto il traffico di stupefacenti rivela l’azione di organizzazioni di estrema destra – come i Lupi Grigi turchi o le Falangi cristiane libanesi –, di Stati canaglia come la Siria di Assad, di warlord afghani che fungono da proxy, ma anche di organizzazioni marxiste-leniniste – in particolare curde – tutte ben determinate a rimettere in discussione i contratti sociali degli Stati in questione. Smentita della promessa di emancipazione, infine, che l’etnografia della tossicodipendenza rivela mostrandocela come una «rivolta contro il tempo», che imprigiona l’uso di sostanze psicotrope in stasi del momento che smentiscono radicalmente le promesse di speranza nel futuro.

C’era una volta un mondo ormai popolato da 1,3 miliardi di persone; un mondo che, dall’Hindu Kush a Ouessant e dal Caucaso al Circolo Polare Artico, dal Nilo alla Neva e dallo Chélif alla Durance, ha visto svanire i propri sogni di futuro ed è uscito dall’epoca delle promesse, da qualche parte alla fine del XX secolo.

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E poiché la speranza non ama il vuoto; poiché non può abbandonare del tutto gli esseri umani, i gruppi e le società, essa è quindi migrata progressivamente, impercettibilmente, spostandosi dal futuro verso il presente, verso l’istante, incarnandosi nella prospettiva della realizzazione di sé, nell’individuo come progetto per se stesso, in quel presentismo di cui François Hartog ha così bene descritto le caratteristiche intellettuali e culturali, e di cui occorrerà raccontare la lenta ascesa nei tre decenni che si estendono dalla crisi degli anni ’70 alla metà degli anni 2010.

È infine lecito supporre che il presente non sia l’unico ad aver messo in discussione la speranza nel futuro: fin dagli anni ’70, i regimi politici e sociali della speranza nel futuro sono stati contestati da regimi di storicità segnati dalla trascendenza, che respingevano la speranza nel futuro verso l’Aldilà. Questa contestazione, evidente nei paesi dell’Est con il ruolo delle Chiese cattoliche in Polonia, nella RDT o in Slovacchia, non è da nessuna parte più visibile che in Egitto, in Siria con l’ascesa dei Fratelli Musulmani, in Israele con l’affermarsi dei partiti revisionisti religiosi e in Iran, con la rivoluzione del 1979-1980. Questi ostacoli al futuro costituiranno la chiave di volta del secondo volume di Migrations de l’espérance.

Autore

Christian Ingrao, docente universitario e dottore in Storia, è direttore di ricerca presso il CNRS. Ex direttore dell’Istituto di Storia del Presente, è specialista del nazismo e della violenza bellica nel XX e XXI secolo. Le sue opere principali sono: Les Chasseurs noirs (Perrin, 2006), Croire et détruire, les intellectuels dans la machine de guerre SS (Fayard, 2010) e La Promesse de l’Est. Espérance nazie et Génocide 1939-1943 (Le Seuil, 2016).


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