Quando la guerra indebolisce la democrazia

 

Autori: Efraim Benmelech e Joao Monteiro

Efraim Benmelech, è Professore di Finanza e Direttore del Crown Family Israel Center for Innovation e del Guthrie Center for Real Estate Research presso la Northwestern University. Joao Monteiro, è Professore Associato presso l’Einaudi Institute for Economics and Finance.

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Le guerre non finiscono quando cessano i combattimenti. Questa rubrica utilizza dati che coprono 115 conflitti e 145 paesi negli ultimi 75 anni per dimostrare che le guerre causano un declino ampio e persistente delle istituzioni democratiche. Eppure, questo declino non è inevitabile. Si manifesta solo in contesti specifici – conflitti di nuova insorgenza, guerre interne e conflitti vinti dai governi – proprio dove i dirigenti sono maggiormente incentivati ​​ad espandere la propria autorità. Le prove indicano un meccanismo politico: la guerra non richiede l’autocrazia, ma crea opportunità per i leader di indebolire i vincoli, reprimere l’opposizione e consolidare il potere in modi che sarebbero difficili da giustificare in tempo di pace.


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Le guerre rafforzano o indeboliscono le istituzioni democratiche? Le teorie classiche puntano in direzioni opposte. Ad esempio, Tilly (1992) sostiene che, nell’Inghilterra del XVII e XVIII secolo, ripetute guerre interstatali costrinsero lo Stato ad aumentare le tasse e a negoziare con il Parlamento, rafforzando l’autorità parlamentare e inasprendo i vincoli sull’esecutivo. Al contrario, Tocqueville (2011) sostiene che, nella Francia rivoluzionaria, la combinazione di un conflitto intrastatale (la Rivoluzione) con una serie di guerre interstatali portò a una grande espansione del potere esecutivo. Più recentemente, Becker et al. (2025) forniscono prove sulle conseguenze del conflitto sullo sviluppo delle istituzioni democratiche in Europa, e Vargas et al. (2019) mostrano che la violenza politica in Colombia plasma le istituzioni fiscali locali.