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Uno dei pregi di Internet – e anche uno dei suoi incubi – è che non c’è un solo aspetto che rimanga inesplorato quando si tratta di notizie. Non mancano mai spiegazioni o teorie sul perché gli eventi accadano e sulle loro possibili conseguenze. La guerra contro l’Iran non fa eccezione. Eppure la “nebbia di guerra” è reale, e oggi dobbiamo fare i conti anche con una “nebbia di informazione”, deliberatamente infittita in periodi di conflitto.
Per diradare questa nebbia informativa, potrebbe essere utile fare un passo indietro ed esaminare gli eventi presenti attraverso gli occhi del passato. L’arte della guerra di Sun Tzu potrebbe ancora avere qualcosa da dire sulla direzione che questo conflitto potrebbe prendere.
Nel primo capitolo, Sun Tzu spiega che l’esito di una guerra può essere previsto attraverso due considerazioni principali: quale parte ha pianificato e preparato la guerra in modo più efficace e quale parte ha soddisfatto le condizioni necessarie per la vittoria.
“Ora, il generale che vince una battaglia fa molti calcoli nel suo tempio prima che la battaglia venga combattuta. Il generale che perde una battaglia ne fa solo pochi in anticipo. Così molti calcoli portano alla vittoria e pochi calcoli alla sconfitta: quanto più nessun calcolo! È prestando attenzione a questo punto che posso prevedere chi è probabile che vinca o perda.”
Ci sono alcuni indizi che gli Stati Uniti potrebbero essersi preparati a una guerra contro l’Iran da diversi mesi. La “Guerra dei 12 giorni” è stata interpretata da molti osservatori come un preludio. Nel dicembre 2025, gli Stati Uniti hanno trasferito più di 1.000 kit di bombe teleguidate Paveway dalla base aerea di Osan in Corea negli Stati Uniti. Nel gennaio 2026, hanno attaccato il Venezuela e rapito il suo presidente, un’azione che alcuni analisti interpretano come un tentativo di assicurarsi le forniture di petrolio prima di potenziali interruzioni nel Golfo Persico.
Tuttavia, allo stesso tempo, vi sono segnali che Washington potrebbe non essere stata pienamente preparata. L’amministrazione Trump non è riuscita a ricostituire la Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti e le difese aeree nella regione sembrano insufficienti per una campagna prolungata contro l’Iran. Inoltre, l’obiettivo strategico generale della guerra rimane poco chiaro.
Si potrebbe anche sostenere che gli Stati Uniti abbiano contemplato una guerra con l’Iran almeno dal 2001, quando il generale Wesley Clark dichiarò di aver ricevuto dall’amministrazione Bush un piano per attaccare sette paesi in cinque anni. Tuttavia, anche se questa affermazione fosse corretta, rappresenterebbe un’ampia strategia geopolitica piuttosto che un concreto piano di guerra operativo, e la storia recente dell’Iraq dimostra quanto male possano realizzarsi tali piani.
L’Iran, d’altro canto, si sta probabilmente preparando a un simile conflitto fin dalla rivoluzione del 1979. Più specificamente, per lo scenario specifico, almeno dal 2003, quando il comandante dell’IRGC, il generale Mohammad Ali Jafari, dopo aver assistito al crollo di Saddam, riorganizzò la struttura difensiva iraniana e sviluppò la “Dottrina Mosaica” (o Difesa Mosaica) per garantire la sopravvivenza del regime contro un avversario militarmente superiore come gli Stati Uniti. La dottrina combina un comando decentralizzato con forze convenzionali e tattiche asimmetriche che coinvolgono la milizia Basij, sistemi missilistici e guerra con droni: esattamente il tipo di strategia a cui stiamo assistendo oggi.
Secondo il primo parametro di Sun Tzu – quale parte si è preparata e pianificata in modo più efficace – si potrebbe sostenere che l’Iran sia attualmente in vantaggio. Questa valutazione potrebbe applicarsi anche a Israele, che ha rivelato gran parte della sua strategia durante la precedente tornata di combattimenti a giugno, dopo la quale l’Iran ha smantellato la rete di intelligence israeliana all’interno del Paese. L’apparente strategia di Israele è stata in gran parte quella di coinvolgere direttamente gli Stati Uniti nel conflitto, nella speranza che il peso della potenza di fuoco americana si rivelasse decisivo. Finora, non sembra essere stato così.
Sun Tzu sostiene inoltre che, nel valutare le prospettive di guerra, si debbano considerare cinque fattori costanti: (1) La Legge Morale (2) Il Cielo (3) La Terra (4) Il Comandante (5) Metodo e Disciplina. Per valutare questi fattori, propone sette domande guida:
“(1) Quale dei due sovrani è imbevuto della legge morale? (2) Quale dei due generali ha più abilità? (3) Con chi risiedono i vantaggi derivanti dal Cielo e dalla Terra? (4) Da quale parte la disciplina è applicata più rigorosamente? (5) Quale esercito è più forte? (6) Da quale parte gli ufficiali e gli uomini sono più altamente addestrati? (7) In quale esercito c’è la maggiore costanza sia nella ricompensa che nella punizione? Per mezzo di queste sette considerazioni posso prevedere la vittoria o la sconfitta.”
Esaminiamo brevemente ciascuna di queste domande.
La legge morale
La prima domanda è: quale sovrano è maggiormente allineato alla legge morale? Alcuni commentatori interpretano questo come il grado di armonia di un governante con la popolazione. In termini moderni, potrebbe riferirsi alla condivisione di una visione del mondo comune tra il governo e i suoi cittadini e alla fiducia del pubblico nella legittimità della guerra.
Negli Stati Uniti, il consenso pubblico per la guerra si attesta solo al 27%, mentre il 43% vi si oppone e il 29% rimane incerto. Non sono facilmente disponibili dati comparabili provenienti dai sondaggi iraniani, ma si sono registrate grandi manifestazioni a sostegno del governo e della nuova Guida Suprema nonostante i bombardamenti in corso.
Nel frattempo, il movimento MAGA, la base politica principale del presidente Trump, appare profondamente diviso, con figure influenti come Tucker Carlson e Steve Bannon che si oppongono apertamente alla guerra.
Anche la fiducia del pubblico nel governo statunitense è diminuita significativamente nel tempo. Secondo Pew Research, circa il 70% degli americani si fidava del governo federale negli anni ’50; oggi questa percentuale è scesa a circa il 30%. Gallup ha riportato nel 2021 che circa il 59% degli iraniani sosteneva il proprio governo, sebbene tali statistiche debbano essere interpretate con cautela.
Ancora più importante, circa il 90% della popolazione iraniana si identifica con la corrente sciita dell’Islam, il che crea un quadro ideologico condiviso tra la leadership politica e gran parte della popolazione. Negli Stati Uniti, al contrario, circa il 62% si identifica come cristiano, ma il panorama religioso è frammentato in numerose confessioni con visioni del mondo divergenti (questo fenomeno esiste anche in Iran, ma si potrebbe sostenere che non sia così diffuso come negli Stati Uniti).
In Israele, secondo un recente sondaggio , il 93% degli ebrei israeliani sostiene la guerra con l’Iran. Sebbene ciò suggerisca un forte sostegno interno, Israele non può sostenere il conflitto senza il sostegno degli Stati Uniti, il che limita la rilevanza strategica di tale consenso.
Nel complesso, se si considera ogni governo singolarmente, l’Iran sembra ottenere risultati migliori secondo il primo criterio di Sun Tzu.
Il Comandante
La seconda domanda riguarda quale generale abbia le maggiori capacità. Per fare un paragone, ipotizziamo che il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth rappresenti la massima autorità militare sul fronte americano, mentre Ahmad Vahidi, recentemente nominato comandante dell’IRGC, ricopra il ruolo di figura militare operativa di alto livello in Iran, alle dipendenze della Guida Suprema.
Ahmad Vahidi è un membro del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica fin dai suoi esordi, alla fine degli anni ’70. Ha scalato i ranghi durante la guerra Iran-Iraq, ricoprendo posizioni chiave nell’intelligence e nel comando. I media statali iraniani riportano che ha guidato la Forza d’élite Quds dal 1988 al 1997. In seguito ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa sotto il Presidente Mahmoud Ahmadinejad e di Ministro degli Interni sotto il Presidente Ebrahim Raisi, lasciando l’incarico nel 2024.
Pete Hegseth, al contrario, si è laureato a Princeton, ha prestato servizio nell’esercito americano per 16 anni, con missioni in Iraq e Afghanistan, e in seguito è diventato un importante commentatore televisivo e personaggio dei media.
Se si fosse costretti a confrontare i due semplicemente in termini di percorso di carriera militare, si potrebbe ragionevolmente sostenere che Vahidi possiede una maggiore esperienza strategica all’interno di una struttura militare statale.
Cielo e Terra
La terza domanda riguarda i vantaggi derivanti da “Cielo e Terra”, che Sun Tzu descrive come fattori quali tempi, stagioni, geografia, distanze, terreno e condizioni logistiche.
In un conflitto breve e intenso dominato dalla potenza aerea, questi fattori potrebbero inizialmente favorire Stati Uniti e Israele. Tuttavia, in un conflitto prolungato, soprattutto se condizionato da fattori logistici e geografici, il vantaggio si sposta a favore dell’Iran.
Ciò è particolarmente vero se si considera la dimensione economica della guerra. Sia i costi materiali di operazioni prolungate sia la potenziale interruzione del commercio internazionale potrebbero avere ripercussioni più gravi sugli Stati Uniti e su Israele rispetto all’Iran, la cui economia si è già adattata a decenni di sanzioni e isolamento.
Metodo e disciplina
Le questioni rimanenti – disciplina, forza dell’esercito, addestramento di ufficiali e soldati e coerenza di ricompense e punizioni – rientrano nel quinto fattore di Sun Tzu: metodo e disciplina. Sun Tzu spiega che questo include l’organizzazione dell’esercito, la gerarchia di comando, il mantenimento delle linee di rifornimento e il controllo delle spese militari.
Per quanto riguarda l’approvvigionamento e la sostenibilità economica, si potrebbe sostenere che l’Iran detenga ancora una volta alcuni vantaggi. Poiché difende il proprio territorio, la logistica è intrinsecamente più semplice. Nel frattempo, la strategia asimmetrica adottata dall’Iran potrebbe imporre costi economici significativi sia agli Stati Uniti che a Israele, le cui economie dipendono maggiormente dalle reti commerciali globali.
Lo Stretto di Hormuz ne è un chiaro esempio. Anche senza schierare una potente marina, l’Iran potrebbe potenzialmente interrompere il traffico marittimo utilizzando droni marini relativamente poco costosi, creando serie sfide per la Marina statunitense nelle acque ristrette del Golfo. Questo spiega perché le proposte di scortare le petroliere siano state finora respinte.
Non sono affatto un esperto militare e mi sarebbe difficile rispondere in modo definitivo alle domande rimanenti: quale parte applica la disciplina in modo più efficace, quale esercito è meglio addestrato e quale mantiene sistemi di ricompensa e punizione più coerenti.
Tuttavia, è plausibile che l’esercito iraniano possa reggere il confronto con quello statunitense in modo più favorevole di quanto spesso si creda, soprattutto al di fuori delle unità d’élite americane.
Quale esercito è più forte?
L’ultima domanda è quale esercito sia più forte. In termini puramente convenzionali, gli Stati Uniti detengono chiaramente il vantaggio. Tuttavia, se questo fattore viene soppesato insieme a tutti gli altri, potrebbe non essere decisivo in questo particolare conflitto.
Qualcuno potrebbe sostenere che i principi di Sun Tzu siano obsoleti, data la natura radicalmente diversa della guerra moderna. Ma lo sono davvero?
La guerra del Ramadan suggerisce che molte delle sue intuizioni restano attuali.
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