C’è almeno un punto su cui si può essere d’accordo con Donald Trump. Gli europei sono dei «vigliacchi». A parte alcune voci solitarie, tra cui quelle di Pedro Sanchez, primo ministro della Spagna, e di Dominique de Villepin, ex primo ministro e ministro degli Esteri della Francia, nessuno osa più chiamare le cose con il loro nome.
Israele e gli Stati Uniti hanno intrapreso di propria iniziativa, senza alcuna consultazione con i loro alleati, una guerra di aggressione contro l’Iran che i giuristi considerano quasi all’unanimità illegittima e illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Nessuno dei due paesi era minacciato in modo imminente dall’Iran. Lo stesso Joe Kent, il capo della lotta al terrorismo molto trumpista, ne ha convenuto, e si è dimesso per dissociarsi da una guerra ingiustificata e avventurista. Inoltre, nessuno dei due paesi ha cercato di ottenere l’approvazione delle Nazioni Unite, il cui mandato avrebbe conferito legittimità al loro intervento, senza però renderlo più ragionevole.
Colpito in pieno, ancora una volta nel bel mezzo dei negoziati con Washington, l’Iran ha reagito ingaggiando una guerra asimmetrica contro i suoi aggressori, il cui annuncio esplicito non aveva indotto gli alleati degli Stati Uniti e di Israele a dissuaderli dal far precipitare il mondo in una situazione incontrollabile. In diritto internazionale, l’Iran ha il diritto di bombardare Israele, e persino le monarchie petrolifere a lui legate dagli accordi di Abramo, che ospitano basi americane e data center necessari all’aviazione nemica, che aprono il proprio spazio aereo a quest’ultima, e che sono quindi de facto belligeranti, seppur passivi.
Una risposta brutale, ma formidabilmente efficace, poiché in pochi giorni la Repubblica islamica è riuscita a ribaltare la situazione del conflitto, facendo precipitare il mondo intero in una grave crisi energetica, economica e finanziaria e mandando in frantumi, per molto tempo, il modello di sviluppo delle monarchie petrolifere. Eppure aveva messo le carte in tavola. La controstrategia iraniana è forse cinica, ma non ha nulla di suicida come vorrebbe la nostra consueta condiscendenza culturalista. Ah, questi sciiti millenaristi e mortiferi…
Obiettivamente, la risposta di Teheran è terribilmente realistica, e non necessariamente vana nella misura in cui ogni giorno guadagnato avvicina Donald Trump alla temuta scadenza elettorale delle midterms, mette a nudo la sua incompetenza e la sua irresponsabilità, crea una frattura nel mondo MAGA e infligge al nemico una spesa militare ed energetica difficilmente sostenibile a lungo termine. La differenza di costo tra un drone Shahed e un antimissile Patriot riassume da sola la partita a braccio di ferro in cui si sono avventurati con grande imprudenza Donald Trump e Benyamin Netanyahu.
Eppure, non solo gli europei non hanno condannato la guerra di aggressione israelo-americana, ma incolpano l’Iran, in un capovolgimento orwelliano del loro linguaggio. L’indescrivibile Jean-Noël Barrot, ministro degli Esteri francese – che si era già distinto accusando di antisemitismo Francesca Albanese, relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina, a seguito di una sua presunta dichiarazione che era stata grossolanamente falsificata dai social network, e chiedendone le dimissioni – ha solennemente avvertito che Israele «aveva il diritto di difendersi». Israele, ma non l’Iran? La diplomazia si trasforma in una farsa quando gli europei, con Emmanuel Macron in testa, si dichiarano pronti a «difendere» lo stretto di Ormuz – contro gli Stati Uniti e Israele? Ormuz rientra nella sovranità europea? – ma, «coraggio, fuggiamo!»… una volta che le ostilità saranno cessate.
In breve, gli europei tremano davanti al dio Marte e si inchinano davanti a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, senza preoccuparsi della moralità a dir poco dubbia, secondo la stessa giustizia dei loro paesi, dei due fomentatori di guerra né della loro deriva autoritaria che mette in pericolo la democrazia e costituisce il carburante del loro bellicismo. A democrazia «illiberale», guerra «illiberale».
Sostieni acro-polis. it ♥️ acquista i nostri volumi⇓
https://www.acro-polis.it/2026/03/23/acro-polis-libri-le-nostre-collane-di-libri-su-carta-novita-in-libreria/
Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Dopotutto, la politica estera non è una questione di irenismo. Va bene. Ma dovrebbe comunque servire i nostri interessi. E, da questo punto di vista, la vigliaccheria degli europei lascia sbalorditi. Da un lato, l’amministrazione Trump ci ha chiaramente fatto sapere che non ci ama e che si è prefissata l’obiettivo di smantellare l’Unione europea, in particolare favorendo l’ascesa al potere dell’estrema destra nazionalista. Ci massacrerà commercialmente e ci imporrà il suo diktat digitale. Bramando una parte del nostro territorio, la Groenlandia. Soffocando l’Ucraina ed essendo pronta ad abbandonarla in cambio di un piatto di lenticchie. Con alleati del genere, non c’è proprio bisogno di avere nemici.
Allo stesso modo, osiamo dire che l’alleanza incondizionata con Israele, di cui abbiamo fatto un fondamento della nostra politica estera, merita di essere riconsiderata. Oltre al fatto che non potrebbe, come speriamo, lavare via la responsabilità della Francia e degli altri paesi europei nella Shoah, in particolare (ma non solo) nei confronti degli ebrei non sionisti (o sionisti non a qualsiasi prezzo), e che ricorda un po’ troppo la guerra d’Algeria, che ci ha visti combattere al fianco di Tsahal contro il nazionalismo arabo – per cui il sostegno incondizionato del Rassemblement National a Gerusalemme non ha nulla di sorprendente – non può giustificare le ripetute guerre di aggressione dello Stato ebraico contro uno dei nostri altri alleati, il Libano; il suo disprezzo nei confronti delle Nazioni Unite, di cui è tuttavia membro, e persino il bambino; le violazioni sistematiche del diritto internazionale di cui si rende colpevole; la sua regolare commissione di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e atti di genocidio che talvolta coinvolgono cittadini e imprese europee; le ricorrenti ingerenze del suo apparato propagandistico nel nostro dibattito pubblico e nella nostra vita politica. All’inizio dell’anno, Emmanuel Macron ha messo in guardia i francesi dalle manipolazioni delle nostre prossime elezioni da parte di interessi stranieri. Tutti hanno pensato alla Russia, forse agli Stati Uniti – ma non dimentichiamo il lavoro di sabotaggio della Hasbara.
D’altra parte, l’insensata guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran ha fatto precipitare il mondo intero, e in particolare l’Europa, in un abisso insondabile. È impossibile valutarne le conseguenze poiché il conflitto continua a infuriare. Ma sappiamo già che avranno un costo esorbitante per la nostra economia, le nostre condizioni di vita, la nostra sovranità.
Il conflitto ha provocato una crisi energetica che durerà diversi anni, vista la distruzione degli impianti petroliferi e del gas nel Golfo; una situazione alimentare preoccupante a causa dell’interruzione della fornitura di fertilizzanti e delle produzioni agricole; la disorganizzazione dei trasporti marittimi e aerei su scala mondiale; uno shock finanziario di cui non avevamo davvero bisogno, a causa dell’aumento delle spese militari; la messa a repentaglio delle nostre capacità di difesa, erose dal consumo dei nostri missili nel Golfo al servizio delle monarchie petrolifere, con le quali abbiamo concluso in modo molto avventato accordi militari «molto vincolanti» per esportarvi le nostre armi, e destabilizzate dal disgregarsi della NATO e dal riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia sullo sfondo della guerra in Ucraina.
Insomma, i nostri presunti alleati ci hanno messo in un bel pasticcio e ora vogliono legarci a loro, sollecitandoci con urgenza affinché diventiamo belligeranti attivi in un conflitto contrario ai nostri interessi più fondamentali.
L’arsenale delle parole
La nostra apatia deriva da rinunce più antiche. Ci siamo adagiati in una dipendenza sistemica dagli Stati Uniti, di cui scopriamo improvvisamente la portata, in particolare quella numerica e spaziale. Abbiamo avallato il loro ritiro unilaterale dall’accordo nucleare del 2015 con l’Iran. Ci siamo lasciati intrappolare in un regime di extraterritorialità nell’applicazione delle sanzioni americane contro la Repubblica islamica, che si è trasformato in un racket ai danni delle nostre imprese, accusate dall’amministrazione di Washington di violarle su base discrezionale.
Da tempo immemorabile facciamo nostra la politica di Israele nei confronti dei palestinesi e dei paesi vicini, finanziando senza sosta la ricostruzione di ciò che avevamo già pagato due, tre, quattro volte; criminalizzando in modo sempre più sfacciato ogni forma di solidarietà con la causa palestinese; distogliendo lo sguardo da ciò che la giustizia internazionale definisce ormai genocidio e pulizia etnica della Cisgiordania; avallando la cronologia israeliana a dir poco speciosa, come se non ci fossero state altre date prima del 7 ottobre, come ad esempio il 1967, il 1947 e persino il 1917. Per dirla senza mezzi termini, abbiamo ammesso che la nostra politica estera in Medio Oriente e il diritto internazionale iniziavano dove finiva l’espansionismo militare israeliano.
Il filologo Victor Klemperer evocava il veleno del discorso nazista che, ingerito quotidianamente a piccole dosi, come l’arsenico, intossicava i tedeschi senza che se ne rendessero conto, al punto da essere ripreso dagli oppositori del regime[1]. Quanto a noi, ci ritroviamo gravemente intossicati dall’arsenico che ingeriamo da quarantacinque anni in Medio Oriente. In particolare, abbiamo preso per oro colato il discorso di Israele, degli Stati Uniti e dell’opposizione iraniana in esilio riguardo alla Repubblica islamica, rinunciando a qualsiasi forma di analisi razionale di quest’ultima e facendone l’incarnazione del Male, per via della laicità alla francese, perché ci siamo convinti che fosse quella «dei mullah» (o «degli ayatollah»). George W. Bush, quel grande pensatore delle relazioni internazionali, non l’aveva forse inclusa nel suo «asse del male», dopo l’11 settembre in cui essa non era affatto coinvolta?
Tanto che oggi nessuno osa più correre il rischio di essere etichettato tra i suoi sostenitori e di sembrare avallarne il carattere repressivo invocando a suo riguardo alcuni principi fondamentali del diritto internazionale o del semplice buon senso: la guerra di Israele e degli Stati Uniti è illegale e illegittima, i loro bombardamenti di strutture civili costituiscono crimini di guerra, se non addirittura crimini contro l’umanità, e nessuna operazione militare degli ultimi cinquant’anni ha mai risolto un problema politico. (leggere su acro-polis.it ⇓ clicca sotto)
Come si fa la pace? (2/2)
Il risveglio è brutale. La «dittatura» sopravvive al suo «dittatore», il regime che si pensava unanimemente detestato resiste all’aggressione straniera e alla contestazione interna, l’economia che si diceva esangue assorbe lo shock come può e detiene senza dubbio alcuni beni stranieri che le assicurano una certa resistenza, l’esercito che si riteneva annientato dalla «guerra dei dodici giorni» del 2025, infligge al nemico duri colpi grazie al suo dispositivo di comando decentralizzato «a mosaico». E il meglio deve ancora venire, quando scopriremo la radicalità del nazionalismo iraniano che si nascondeva sotto le vesti dell’Islam e che i pahlavisti non ripudiano, nonostante la fiducia che sembrano riporre nelle bombe israelo-americane.
Ancora più ripugnante e stupido è l’intervento israelo-americano, che equivale a dire ai manifestanti iraniani «Scendete in piazza, morite, al resto penseremo noi (o forse no)», ha disinnescato la ripresa delle proteste nelle università iraniane che si osservava, poche settimane dopo la repressione di massa dell’8-9 gennaio, e alla fine è stata una sorpresa provvidenziale per un regime che aveva perso così l’essenziale di ciò che gli restava di legittimità. Si può persino pensare che l’eliminazione extragiudiziale dei suoi leader storici gli abbia permesso di superare il delicato ostacolo, la cui scadenza lo tormentava da diversi anni, della successione di Ali Khamenei e che abbia ringiovanito suo malgrado una classe politica anziana, al comando dalla rivoluzione del 1979.
Come dice la saggezza popolare, si sa cosa si perde, ma non si sa cosa si guadagna…
D’altra parte, i fautori della guerra non sono senza dubbio d’accordo tra loro. Benjamin Netanyahu vuole instaurare un caos duraturo per impedire qualsiasi ripresa dell’Iran in un futuro prevedibile. Donald Trump si è senza dubbio lasciato trascinare nell’avventura per stupidità e incompetenza, nella speranza di concedersi una vittoria facile, in mancanza del Premio Nobel per la Pace. C’è da temere che entrambi, accecati dalla loro hybris, abbiano commesso un tragico errore di calcolo e possano sperare di porvi rimedio solo con una folle fuga in avanti che ci conduce tutti verso l’abisso.
Verso la terza guerra mondiale?
Tragico errore di calcolo, perché diventa possibile che questa scateni la terza guerra mondiale. Un’ipotesi alla quale, da parte mia, non aderivo affatto, nonostante il clima di pessimismo che prevaleva dall’invasione russa dell’Ucraina, ma che oggi sta assumendo una certa consistenza. La guerra in Iran provoca concatenazioni ed effetti a catena forse irreversibili. Ha infiammato il Medio Oriente e può smantellarne il sistema di alleanze.
Gli accordi di Abramo, la riconciliazione di facciata tra il Qatar e l’Arabia Saudita e tra quest’ultima e gli Emirati Arabi Uniti, sopravviveranno alla prova? Per quanto tempo Israele e gli Stati Uniti potranno sostenere finanziariamente e industrialmente il ritmo frenetico di consumo di armi e munizioni a cui li costringe la resistenza della Repubblica islamica? Quale sarà il costo umano dell’impegno delle truppe americane sul campo che comporta la revoca del blocco dello Stretto di Ormuz? Infuriati per l’inutilità dei loro sforzi, Donald Trump o Benjamin Netanyahu non saranno tentati di ricorrere alle armi nucleari tattiche? Ciò costituirebbe ovviamente una terrificante rottura del precario equilibrio in cui il mondo si era assestato dal 1945 – e una suprema ironia, dato che questa guerra di aggressione pretendeva di trarre la propria legittimità dall’eliminazione di un pericolo nucleare che l’AIEA certificava, solo poche settimane fa, essere per il momento inesistente. Per non parlare delle contaminazioni «accidentali» che il bombardamento di impianti atomici civili o militari può causare in qualsiasi momento.
Queste incertezze sorgono nel contesto della doppia crisi energetica e alimentare mondiale che il conflitto ha innescato. Inoltre, possiamo già prevedere, nel caos regionale orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele, un movimento migratorio su larga scala di iraniani verso l’Europa e l’America, e forse di cittadini e manodopera straniera delle monarchie petrolifere se gli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare dovessero essere colpiti. Allo stesso modo, la distruzione dello Stato iraniano farà saltare il blocco sulle esportazioni di oppio afgano che esso manteneva, nonostante alcuni compromessi di alcuni dei suoi elementi o delle sue istituzioni – mai realmente dimostrati, del resto – e potrebbe rapidamente portarlo a diventare esso stesso un paese produttore per provvedere ai propri bisogni e finanziare la propria ricostruzione.
sostieni acro-polis.it ♥️ acquista i volumi di www.asterios.it
Infine, la guerra avrà ripercussioni devastanti sul piano ambientale e sanitario. L’Iran è un paese semidesertico soggetto a un’urbanizzazione accelerata, in preda a uno stress idrico aggravato dal moltiplicarsi delle trivellazioni abusive, in una situazione di speculazione fondiaria sfrenata e di scarsa manutenzione delle condutture. Dovrà inoltre affrontare l’inquinamento particolarmente tossico causato dalla distruzione di edifici pieni di amianto e dall’uso di munizioni fuori norma – problemi che già da molti anni affliggono il Libano, Gaza, la Cisgiordania, la Siria e l’Iraq. Il Vicino e il Medio Oriente diventeranno così focolai di malattie, alcune nuove e resistenti alle cure conosciute, che l’Europa e Israele hanno l’ingenuità di pensare che li risparmieranno.
Sul piano militare, e in questa situazione di caos propizia a ogni tipo di esaltazione, il protrarsi del conflitto può far temere due sviluppi che minerebbero la pace mondiale. Da un lato, l’instaurazione di un’alleanza americano-russa a scapito rispettivamente dell’Ucraina e dell’Iran, che aprirebbe la strada alla caduta di Kiev e a una crescente pressione militare di Mosca sui Paesi baltici e sull’Europa centrale e orientale, e che accelererebbe la sconfitta della Repubblica islamica privandola di una delle sue principali fonti di intelligence nella guerra aerea che le è stata imposta.
D’altra parte, l’invasione di Taiwan da parte della Cina, o addirittura della Corea del Sud da parte della Corea del Nord, che l’indebolimento delle capacità militari americane, a causa della guerra in Iran, potrebbe rendere allettante. In seguito, il vaso di Pandora delle guerre «esistenziali» verrebbe aperto urbi et orbi, dato che chiunque, in tutto il mondo, ha un pezzo di territorio sacro da rivendicare, compresa l’Europa, i cui confini sono stati profondamente ridisegnati al termine delle prime due guerre mondiali. Il sistema internazionale potrebbe diventare una sorta di «open bar» dell’irredentismo. Basta vedere il risentimento revanscista che continuano ad alimentare il trattato di Trianon, in Ungheria, e quello di Sèvres, in Turchia – entrambi firmati nel 1920, sullo sfondo di una sconfitta militare – per capire che i vecchi odi raffreddatisi possono essere rapidamente riscaldati nel microonde.
Se si pensa che la decisione è nelle mani di due personaggi, uno dei quali non gode di tutte le sue facoltà cognitive, se si dà credito ad alcuni dei suoi collaboratori durante il suo primo mandato, e l’altro sembra pronto a concepire guerre senza fine e a mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente per sfuggire alla prigione, c’è davvero da rabbrividire.
La rinuncia dell’Europa
Eppure, di fronte a questo generale abbandono, l’Europa aveva ben poco da offrire: solo la relativa autorità morale conferitale dalla pace ricostruita dopo il disastro del 1939-1945 e il suo attaccamento a un diritto internazionale di cui è stata una delle prime ispiratrici giuridiche. Questa carta vincente, l’ha rovinata con il suo vergognoso silenzio e, peggio ancora, con le sue condanne orwelliane dell’aggredito. Il disprezzo e la rabbia che ha così suscitato contro di sé, ribadendo ancora una volta la sua geometria molto variabile dell’umanità e dei suoi diritti, le resteranno appiccicati addosso per decenni, mentre le ferite della sua espansione coloniale non sono ancora rimarginate. Di cosa potrà lamentarsi domani, a quali principi superiori potrà appellarsi quando la Russia e/o gli Stati Uniti vorranno smembrarla o svuotarla?
In quarant’anni di politica neoliberista, le élite europee hanno condotto l’Europa alla deindustrializzazione, all’impoverimento, all’aumento delle disuguaglianze al suo interno, alla crisi climatica, al declino delle libertà pubbliche, all’indebolimento della ricerca e dell’Università, alla sua dipendenza strutturale dagli Stati Uniti, e infine al suo declino internazionale di fronte all’ascesa della Cina. A questo fallimento politico globale, i leader europei aggiungono ora l’incoerenza, il disonore e l’avvilimento. La Repubblica islamica non ha nulla di particolarmente simpatico. Ma che mondo è quello in cui difenderemmo solo i diritti delle persone che ci sono simpatiche? Certamente non quello dello Stato di diritto…
«L’ingiustizia, ovunque si trovi, è una minaccia per la giustizia ovunque», ci aveva insegnato Martin Luther King. Non c’è dubbio: saremo noi le prossime vittime di quella che lasciamo commettere in Iran.
Nota: [1] Victor Klemperer, LTI, la langue du IIIe Reich, Albin Michel, 1996, p. 40.
Jean-François Bayart è un Politologo, professore all’IHEID di Ginevra, titolare della cattedra Yves Oltramare «Religione e politica nel mondo contemporaneo»
Fonte: AOCMedia
Leggere articoli di Jean-François Bayart su acro-polis.it ⇓
Iran: dalla rivoluzione “islamica” alla rivoluzione conservatrice?
https://www.asterios.it/catalogo/lo-stato-dellunione-europea