La guerra contro l’Iran non può essere spiegata solo sulla base degli interessi materiali

Ma verso cosa stiamo progredendo e a quale scopo?

Questa prospettiva si adatterebbe alla guerra con l’Iran come passo necessario in una transizione pianificata verso un mondo multipolare, basato sulla sorveglianza e sulle valute digitali delle banche centrali (CBDC), un mondo verso il quale sembriamo inesorabilmente condotti dalle élite occidentali e non occidentali. Anche i leader europei, baluardo del welfare, del liberalismo e della laicità, premono per accelerarne l’attuazione.

Sarebbe errato limitare questa visione al solo Occidente, poiché la maggior parte delle nazioni sviluppate, tra cui Cina e Russia, funzionano secondo un modello sociale simile, caratterizzato da una struttura statale, un’economia finanziaria basata sulle banche e un sistema di sorveglianza. Sembra che abbiamo accettato questa come l’unica forma possibile di vita sociale, il tutto in nome del continuo progresso materiale. Ma verso cosa stiamo progredendo e a quale scopo?

Rispondere a questa domanda sembra difficile, ma forse necessario se vogliamo trovare un senso a tanta guerra e distruzione alimentate dal controllo dell’energia e delle risorse, dal nazionalismo e dall’etno-nazionalismo, dalla sorveglianza e dalla tecnologia.

Forse non ce n’è nessuno.


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Se il tempo ha un senso, se la storia ha una direzione, allora l’essere umano diviene protagonista di questa storia, protagonista in una relazione con Dio che lo vede impegnato in prima persona nell’adoperarsi per la salvezza personale e comunitaria. Così, il tempo si apre alla speranza, viene orientato verso un miglioramento che, in termini secolarizzati, potremmo definire come utopia. Ogni rivoluzionario, dunque, non è solo produttore di tempo, creatore della storia, ma soprattutto colui che indirizza verso un’utopia, verso qualcosa che non c’è ancora ma che, prima o poi, ci sarà.


 

Se il mondo fosse controllato da un gruppo segreto di persone che pianificano e tramano dietro le quinte per far sì che gli eventi si svolgano, sarebbe troppo facile. Basterebbe scoprire chi sono queste persone ed eliminarle. Purtroppo, non è così semplice.

La guerra con l’Iran è un buon esempio del fatto che non sia così, nonostante ciò che alcuni vorrebbero farci credere. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano iniziato questa guerra senza un obiettivo chiaro e raggiungibile, senza un piano di emergenza o una strategia di uscita, non fa che alimentare le congetture. Alcuni sostengono addirittura che questo sia proprio il punto: non un obiettivo concreto, ma il caos.

Tuttavia, visti gli effetti globali di questa guerra e la sua importanza, potrebbe non esserci un unico movente. Il che, a sua volta, solleva la domanda:

“Che cosa significa tutto questo? Perché è successo? Cosa ha spinto quelle persone a bruciare case e a uccidere i propri simili? Quali sono state le cause di questi eventi? Quale forza ha indotto gli uomini ad agire in questo modo? Queste sono le domande istintive, semplici e legittime che l’umanità si pone quando si imbatte nei monumenti e nelle tradizioni di quel periodo.”

Queste sono le parole di Tolstoj nel secondo epilogo del suo capolavoro Guerra e pace. Nel corso del romanzo, Tolstoj mostra la miriade di decisioni ed eventi che contribuiscono a queste circostanze e come questi influenzino i singoli individui e la società nel suo complesso. Nel secondo epilogo, esplicita tale teoria.

Da quando abbiamo rigettato Dio e il Suo decreto sul mondo, non siamo riusciti a comprendere a sufficienza la forza che spinge i popoli e le nazioni ad agire, afferma Tolstoj. Parlando di Napoleone, dichiara:

«Egli aveva il potere, e quindi ciò che ordinava veniva fatto. Questa risposta è del tutto soddisfacente se crediamo che il potere gli sia stato conferito da Dio. Ma non appena non lo ammettiamo, diventa essenziale determinare in cosa consista questo potere di un uomo sugli altri.»

Tolstoj sostiene la necessità storica. Non esiste un’unica volontà che muova gli eventi, bensì la confluenza di migliaia di piccole decisioni prese da innumerevoli persone, alcune note e altre sconosciute, nonché di circostanze contrastanti.

Sarebbe inutile, sosterrebbe Tolstoj, attribuire la guerra all’Iran all’arroganza di Trump, all’ambizione di Netanyahu o all’ostinazione iraniana. Sarebbe altrettanto insufficiente attribuirla unicamente al petrolio, al predominio del dollaro o a una pianificata transizione multipolare, sebbene tutti questi fattori siano rilevanti.

Tolstoj non era il solo ad adottare questo approccio. Marx, Durkheim e Foucault avrebbero condiviso alcune delle sue argomentazioni. Né egli sosteneva che gli individui non siano rilevanti. Si poneva una domanda più essenziale: cosa spinge milioni di individui, dal generale al soldato semplice, ad agire in modo coordinato?

«In ogni azione che esaminiamo, vediamo una certa misura di libertà e una certa misura di necessità», scrive. «Il grado della nostra concezione di libertà o inevitabilità dipende, a questo proposito, dal maggiore o minore lasso di tempo intercorso tra l’esecuzione dell’azione e il nostro giudizio su di essa».

Quando ci troviamo a stretto contatto con gli eventi, riusciamo a vedere più chiaramente la decisione individuale e la sua libertà, percepita o reale. Trump può fermare la guerra, dato che l’ha iniziata lui. Ma col passare del tempo, potremmo iniziare a discernere tutti gli elementi che inizialmente ci confondevano e che sembrano averla inesorabilmente condotta. Forse Trump non aveva molta scelta; c’erano anche altre forze che spingevano in quella direzione, ad esempio Israele.

Tuttavia, possiamo anche riconoscere degli schemi pregressi che aiutano a contestualizzare l’evento attuale. Se consideriamo le parole del ministro degli Esteri russo, secondo cui gli Stati Uniti mirano al dominio energetico, allora questa guerra si inserisce in uno schema più ampio. Allo stesso modo, se consideriamo le parole di Netanyahu, secondo cui Israele sta combattendo una guerra per la sopravvivenza, o per l’espansione.

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Parte di questo schema più ampio emerge se consideriamo gli Stati Uniti come un impero, la cui natura ciclica è stata dimostrata da esempi precedenti. Anche se accettassimo che la storia sia progressiva e lineare, dovremmo riconoscere che le entità sociali, come gli imperi, hanno una durata limitata. Gli Stati Uniti, se visti alla luce di altri imperi, sembrano aver superato il loro apice.

L’idea della storia come processo progressivo e lineare è di per sé una particolare impostazione. Gli induisti sostengono che ci troviamo nel mezzo del quarto e ultimo ciclo Yuga, il Kali Yuga. Alcuni affermano che siamo alla fine di questo ciclo. Per loro, le caratteristiche del Kali Yuga sono la lotta costante e la perdita della virtù. A loro avviso, il nostro mondo ne è la dimostrazione. Dopodiché, inizia un nuovo ciclo Yuga.

Le religioni abramitiche condividono una comprensione dell’escatologia, pur con notevoli differenze teologiche. Il mondo si sta muovendo verso una certa successione di eventi – la venuta dell’Anticristo e del Salvatore – che precederanno la fine dei tempi.

Si potrebbe giudicare qualsiasi di queste concezioni della storia errata o fantasiosa, ma hanno una reale rilevanza per il conflitto attuale. Netanyahu, che alcuni ebrei ritengono essere stato l’ultimo primo ministro di Israele prima della venuta del Messia, ha appena dichiarato che Israele deve diventare “temuto e venerato”.

Il pensatore russo Alexandre Dugin interpreta questo concetto nella tradizione ebraica come un’inversione dell’archetipo del Messia Ben Yosef, un messia sofferente che si sacrifica, a favore di Ben David, il messia trionfante che instaura il regno di Dio sulla terra.

Molti cristiani evangelici che sostengono Israele e pregano per Trump condividono questa versione dei fatti. Coloro che aderiscono alla teologia dispensazionalista della fine dei tempi credono che un Terzo Tempio debba essere costruito dove sorge la moschea di Al-Aqsa per adempiere alla profezia. Questo evento è considerato un prerequisito necessario per il ritorno di Gesù.

L’eresia americana: bisogna bruciare Peter Thiel?

È difficile ignorare l’influenza di tutto ciò sulla guerra, dato che un gruppo di pastori evangelici, guidati da Paula White-Cain, consigliera per le questioni religiose della Casa Bianca, e altri membri dell’Ufficio per la Fede, hanno pregato affinché Trump e gli Stati Uniti avessero successo in questo conflitto. Anche Pete Hegseth, autoproclamatosi Segretario alla Guerra, ha espresso esplicitamente la natura religiosa di questa guerra, e l’esercito statunitense l’ha presentata come “parte del piano divino di Dio”.

Alcuni di questi nazionalisti cristiani difendono anche la “teoria della grande sostituzione”, secondo la quale gli attori globalisti starebbero intenzionalmente diluendo lo status culturale e politico delle popolazioni bianche attraverso cambiamenti demografici e politiche migratorie. Essi vedono questa e altre guerre come un modo per ristabilire il dominio occidentale, ovvero quello dei bianchi.

Peter Thiel e altri tecnologi condividono parte di queste teorie, seppur con significative variazioni. Essi difendono quello che viene definito accelerazionismo: la spinta in avanti del capitalismo, del cambiamento tecnologico e della trasformazione sociale al fine di liberare la tecnologia dai vincoli e inaugurare una nuova era. Non a caso, Thiel ha parlato dell’Anticristo.

Viaggi alla fine del mondo. (L’Anticristo e l’Apocalisse del reazionario e gay idiota Peter Thiel arriva a Roma, in Vaticano)

Questa prospettiva si adatterebbe alla guerra con l’Iran come passo necessario in una transizione pianificata verso un mondo multipolare, basato sulla sorveglianza e sulle valute digitali delle banche centrali (CBDC), un mondo verso il quale sembriamo inesorabilmente condotti dalle élite occidentali e non occidentali. Anche i leader europei, baluardo del welfare, del liberalismo e della laicità, premono per accelerarne l’attuazione.

Sarebbe errato limitare questa visione al solo Occidente, poiché la maggior parte delle nazioni sviluppate, tra cui Cina e Russia, funzionano secondo un modello sociale simile, caratterizzato da una struttura statale, un’economia finanziaria basata sulle banche e un sistema di sorveglianza. Sembra che abbiamo accettato questa come l’unica forma possibile di vita sociale, il tutto in nome del continuo progresso materiale. Ma verso cosa stiamo progredendo e a quale scopo?

Rispondere a questa domanda sembra difficile, ma forse necessario se vogliamo trovare un senso a tanta guerra e distruzione alimentate dal controllo dell’energia e delle risorse, dal nazionalismo e dall’etno-nazionalismo, dalla sorveglianza e dalla tecnologia.

Forse non ce n’è nessuno.

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Un commento

Forse i realisti come Hans Morgenthau avevano ragione quando si tratta del comportamento umano di base: tutti gli esseri umani bramano il potere, lo desiderano per se stesso, e tutto ciò che facciamo e non facciamo è governato da persone che cercano di ottenere potere in qualsiasi modo possibile, spesso in modi di cui non siamo consapevoli. Credo che tutto derivi dal fatto che siamo discendenti delle grandi scimmie, creature fortemente territoriali e gerarchiche, le cui gerarchie venivano spesso imposte brutalmente con la violenza. Sarebbe ingenuo e ottimistico pensare che questo non abbia giocato un ruolo nell’evoluzione del comportamento umano come specie. Mentre tutti amano indicare il bonobo come esempio del percorso che l’umanità può intraprendere, il bonobo si è differenziato dallo scimpanzé dopo la speciazione degli esseri umani dal loro antenato comune, la grande scimmia, con lo scimpanzé. Credo che molte delle nostre tendenze aggressive e gerarchiche siano ugualmente codificate nel nostro cervello dall’evoluzione.

Nel corso della storia, le società e le nazioni umane sono sempre state dominate da coloro che sono attratti dal potere e sono abili nell’esercitarlo e nel preservarlo dagli altri. Mi discosto dai neorealisti come Mearshimer e sono più vicino ai realisti classici come Morgenthau nel senso che, quando i leader agiscono in questo modo, non sono necessariamente razionali nel pensare a ciò che gioverà alle loro nazioni in termini di potere internazionale, ma la maggior parte dei leader pensa innanzitutto al proprio potere personale e alle proprie ambizioni, e qualsiasi calcolo logico che possano fare per conto della loro nazione è di gran lunga secondario.

Non nutro alcun ottimismo riguardo alle mie opinioni di cui sopra, quanto piuttosto la consapevolezza che le cose sono sempre andate così. Spero che, sebbene possa essere una pillola amara da ingoiare, possiamo usarla per comprendere quanto le nostre menti siano state plasmate da modelli comportamentali primati di razzie letali e sete di potere, e per trovare un modo per interrompere questo circolo vizioso con le risorse a nostra disposizione.

Epativoro


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