Il fantasma di un elefante, una storia sconvolgente

 

Come un esperimento sul comportamento di questi grandi mammiferi ha portato a una lezione di empatia e consolazione per i ricercatori umani.


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Cosa passa dal DNA alla mente durante la vita, e cosa passa dalla mente al DNA? Come ci è dato averne un seppur minimo controllo?

Sullo sfondo di questo argomento troviamo: codice genetico e codice mentale; in cosa i due codici sono effettivamente differenti, in cosa non vanno confusi, quali sono i punti di sovrapposizione; quale è, se esiste, la coordinazione del loro modo di apprendere e del loro funzionamento.  La parola ‘epigenetica’ indica: il DNA che impara. La mente, sappiamo, impara per vocazione.

Ad un certo momento della storia dell’umanità alla memoria genetica si è aggiunta una memoria culturale, e quello che oggi chiamiamo arte sembra essere emerso per dare supporto materiale a questo processo. L’arte figurativa, in quanto proiezione oggettivata del pensiero, può essere un importante punto di entrata nell’analisi dei rapporti tra DNA e mente.


 

Gli scienziati hanno studiato le società degli elefanti per decenni. Sappiamo già abbastanza della loro intelligenza cognitiva ed emotiva, delle loro complesse strutture sociali, della loro capacità di risolvere i problemi, collaborare per uno scopo comune e comunicare attraverso una combinazione di segnali sonori, sottile e linguaggio del corpo.

Eppure, quel particolare team di ricercatori ha dovuto – salvo e bene – fare questo maledetto esperimento…

L’oggetto del loro studio era il meccanismo attraverso il quale gli elefanti identificano gli altri membri del gruppo, dando loro nomi specifici. Nomi normalmente, che emanano attraverso una combinazione di trombe, grugniti, ruggiti e respiro affannoso, proprio come fanno i suoni del linguaggio umano. Così sono usciti in shavah – benevolo, meticoloso, con la nota certezza scientifica che la conoscenza ne vale sempre la pena – e hanno registrato tali suoni. Elefanti che chiamano altri elefanti. Tornarono nei loro laboratori, fecero le loro osservazioni e qualche tempo, settimane dopo, tornarono sul campo per suonare le registrazioni e vedere come gli elefanti avrebbero reagito ascoltando il loro nome.

Finora, va tutto bene. O quasi.

Perché nelle registrazioni c’era una voce che non apparteneva più a un elefante vivente. Apparteneva a un grande animale maschile che era morto nel frattempo. Ma la sua voce è rimasta nel nastro. Pulita, vibrante, pronta a giocare attraverso un altoparlante. Ed è stata suonata.

Al suo udito, la mandria si è congelata. Gli elefanti adulti hanno alzato le orecchie a quel gesto caratteristico che rivela sorpresa e incredulità insieme. Quel suono non era solo familiare. Era familiare nel modo più doloroso. Era di uno a cui aveva già detto addio, che non avrebbe dovuto esserci.
E poi si è presentato il piccolo. Un giovane elefante, che fino a quel momento si è fermato più indietro, ha iniziato a muoversi nervosamente, come se cercasse di individuare la fonte del suono. Il suo proboscismo si alzò, cercando l’aria. Non era una curiosità. È stato un riconoscimento.

I ricercatori, che fino a quel momento avevano fatto note di cluware, capirono la loro gaffe. Il giovane elefante ora correva in tondo intorno all’altoparlante, scioccato, paralizzante ad alta voce. Quella voce era il suo padre morto. O, meglio, il suo fantasma.

A un certo punto la mandria ha reagito.

La scienza sa che gli elefanti dimostrano empatia verso individui emotivamente vulnerabili nel loro gruppo, e questo è stato il caso più appropriato. Gli elefanti adulti hanno circondato il piccolo e lo abbracciato con la loro proboscide nel tentativo di consolazione e protezione, non da un animale predatore ma da un ricordo che aveva preso la forma sbagliata.

Lo spettacolo è stato straziante.

Finché qualcuno alla fine non ha premuto lo stop. La registrazione si è fermata. Il piccolo camminava fino al punto da dove si sentiva la voce e rimaneva lì, incrollabile. Aspettando, aspettando.

Immagino che alcune persone diranno che hanno appena letto una bella favola toccante. Ma ho visto con i miei occhi la donna che apparteneva al team di ricerca che raccontava la storia con le lacrime ai suoi occhi, come se stesse piangendo qualcuno di sua conoscenza. L’ultima cosa che ha detto è stata, credo, qualcosa come “scusa”.

Testo di: Giorgio Franzeskakis. Fonte: kathimerini.gr


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Chi siamo, dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo, come e perché!

Vengono esposte, in forma discorsiva ed aggiornata, le ricerche più recenti in cosmologia, scienza dell’informazione, studi sull’origine della vita, genetica ed epigenetica, antropologia, neurobiologia, intelligenza artificiale. Viene presentato un compendio delle domande e delle risposte fornite da queste discipline, cercando di mettere a fuoco l’unitarietà della scienza. Lo scopo del testo è rendere chiaro che, a tutti i livelli di conoscenza, è bene partire dalle domande prime: chi siamo, dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo, come e perché; ed è mostrare come la scienza odierna sia in grado di fornire risposte, se le domande vengono poste in modo razionale.

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