L’Odissea di Chris Nolan è il film dell’anno, anzi la rappresentazione della nostra contemporaneità nei tratti più spettacolari e al contempo più tristemente severi, proprio perché la spettacolarizzazione ha il compito di coprire distraendo la triste realtà e il Logos stesso. Un tempo lontano si chiamava mediatizzazione con il fine di creare modelli comportamentali, oggi non saprei più, nel diluvio Nettuniano dei social o della spazzatura delle Rete, superiore a quella nell’universo sopra le nostre teste, di persone esistenti e non.
Non voglio entrare dentro alla dimensione della critica cinematografica, poiché la teoria è morta già prima degli anni Novanta, ne consegue che utilizzare strumenti datati per analizzare la contemporaneità significa avere o attrezzi spuntati, o dirigersi verso l’anacronismo, o addirittura al riduzionismo storico quando tutto appare, ingenuamente, come già avvenuto. Al contrario degli eroi non vogliamo affidarci al destino dell’Olimpo.
Il film è costato mezzo miliardo di dollari, 150 milioni sono stati destinati alla promozione: ovvero distribuirli a Tv, siti Internet, critici, stampa e qualsiasi altro purché lo si celebri a dovere.
Chis Nolan adesso passa per un autore (in realtà i primi tre film da Following (1998) a Memento (2000) fino a Insomnia (2002) erano stati notevoli e decisamente altri rispetto alla produzione allora corrente) poi i successivi decisamente ordinari, ma straordinari per durata (Batman Begins 140’, Inception, 148’ Il cavaliere oscuro 164’, Tenent 150’, Interstellar,169’) fino al precedente Oppenheimer (2023) già di 180’, ovvero tre ore. Con l’Odissea siamo soltanto a 172’. Ma perché interessarsi del minutaggio, della durata dei film?
L’idea hollywoodiana da sempre, fin dai Kolossal tipo Ben-Hur (1959) di 222 minuti, significa solo spettacolo, ovvero la durata è la garanzia o la prova provata dello spettacolo stesso. Uno spettacolo destinato a fare presa sul pubblico e come tale il pubblico lo deve… pagare. Ecco come dal dopoguerra in poi, statisticamente, l’arrivo di film spettacolari (convincendo il pubblico che lo spettacolo altro non sia che la durata) il biglietto dell’ingresso del cinema sia sempre stato fatto crescere. E così di nuovo… oggi l’Odissea costa 14 euro, rispetto ai 7-8 di un non film non obbligatoriamente spettacolari, stupore? Nemmeno un po’, stiamo assistendo alla ricerca di un pubblico in grado di meravigliarsi, a mio avviso è un salto indietro nel tempo – nonostante l’uso dei mezzi più avanzati in post-produzione con l’uso massiccio della A.I. – un po’ come le ombre della caverna di Platone o nei teatri delle meraviglie dei baracconi delle fiere del primo Novecento, allo stesso modo l’imperare delle serie sulla piattaforme mi ricordano i romanzi d’appendice dell’800, di puntata in puntata sui quotidiani…
In effetti il sistema industriale, il cervello del cinema sta compiendo lo stesso lavoro di ciò che rimane degli studi accademici di cinema, nell’ultimo decennio rivolti a studiare non il film, ma lo spettatore. Infatti, la spettacolarizzazione non è un passo in avanti di ciò che resta del cinema, anzi riduce al silenzio il linguaggio del cinema che è il costruire e il visibile concesso allo spettatore attraverso la macchina da presa, oggi affidato agli effetti speciali e alla post-produzione.
Comunque, se c’è ancora chi crede che il regista sia un autore o in memoria del passato, chiamato pure artista, significa di nuovo ritornare al millennio scorso e alla confusione tra letteratura e cinema. Oggi dovrebbe essere più difficile, basterebbe far scorrere i titoli di coda per osservare come al film abbiano contribuito a realizzarlo oltre 150 persone… non saranno per caso anche loro tutti autori e se non tali: schiavi o servi?
Il film sta contribuendo a un dibattito, anche acceso tra grecisti, latinisti, ex liceali, qualcuno con nozioni di storia, la maggioranza nemmeno quelle, sul testo Omerico (ma quale? Ne esistono almeno una dozzina, forse più, sia in greco che in latino… oltre alle numerosissime traduzioni italiane fin dal giovane Ugo Foscolo o a addirittura di Baricco), ma qui non voglio assolutamente entrarvi, poiché mi basta l’affermazione dell’eroe Odisseo, un po’ malinconico affermare: «L’età del bronzo è finita…»
Poco prima abbiamo visto vibrare nell’aria spadoni di acciaio, corazze non solo in ferro, ma quasi robot, la staffa nei cavalli ecc. Quindi si è sputato sulla storia, con la salvezza però poi pronunciata con altre parole: «In fondo è una fiaba…»
Ma come? Ci hanno sempre detto che Odisseo era il simbolo dell’uomo Occidentale o dell’Occidente stesso. Qualcuno deve aver mentito allora, oppure oggi. Comunque il film getta dalla nave una mezza ancora rifacendosi ai dubbi – decisamente postumi – di Oppenheimer dell’uomo contemporaneo, vittima della propria violenza in lotta con una fragile coscienza.
Non mi addentro sulla scelta della pellicola in 70 mm nel formato da proiettare in IMAX, peccato che grazie al digitale non vi sia più alcun locale in Italia ad avere tale possibilità di proiezione (in passato c’era Melzo), allora ecco IMAX versione digitale con rispetto del formato: ovvero solo 8 sale in Italia, per il resto il formato è quello solito.
Ancora una volta siamo nell’Olimpo dello spettacolo, alla corte di Hollywood o nella sala da ballo, accanto alla Casa Bianca fatta costruire da Trump. E lui la guerra di Troia, l’avrebbe fatta finire in una settimana.
Se il film durasse 90 minuti, sarebbe anche un buon film.
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Il giro del mondo dell’emigrazione italiana, in oltre 250 film, dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino ad oggi.