Note a margine: quattro analitiche del potere e il ritardo della critica
Esiste, fra autori che non condividono pienamente né il lessico né il programma, un accordo notevole su una proposizione minimale che nessuno di essi enuncia in forma definitiva. Quest’ultima è che il potere, quando lo si osserva, ha già operato e che ciò che si presenta all’interpretazione è, in realtà, il residuo visibile di un’operazione compiuta a monte e che, di conseguenza, l’analisi interviene sempre su un terreno già configurato da ciò che intende criticare.
Michel Foucault, ad esempio, formula questo tipo di proposizione sul versante del funzionamento quando prescrive di analizzare il potere “come qualcosa che circola e che non funziona se non a catena, mai localizzato qui o lì, mai nelle mani di alcuni”, poiché “transita attraverso gli individui e non si applica loro” (Foucault, 1977, p. 184) e, poi, la radicalizza quando stabilisce che l’individuo “è un effetto del potere e nello stesso tempo, nella misura in cui ne è un effetto, ne è l’elemento di raccordo” (ivi, p. 185). Gilles Deleuze sembra irrigidire la formula affermando che “il potere si esercita prima di essere posseduto, trattandosi di un problema di strategia”, di strategie anonime e quasi cieche che “precedono i soggetti che le incarnano” (Deleuze, 2010, p. 204). E se Pierre Bourdieu, invece, la fa trasparire sul versante della struttura, quando riconduce l’esistenza sociale “a relazioni oggettive che sussistono indipendentemente dalle coscienze e dalle volontà individuali” (Bourdieu, Wacquant, 1992, p. 67), Emiliano Bazzanella ne dà la versione più estesa osservando che è “come se il potere delineasse preliminarmente il campo oggettuale e il campo di conoscibilità della nostra esperienza” (Bazzanella, 1996, p. 120).
Letti insieme, i quattro autori sembrano dire la stessa cosa ma, al contrario, sostengo che non sia così e che la differenza non risieda nella formulazione del pensiero, ma dalla visuale da cui si guarda l’oggetto: ciascuno dei quattro individua un termine diverso rispetto al quale il potere è anteriore. Per Bourdieu il potere precede l’agente, per Foucault e Deleuze precede l’atto e per Bazzanella precede l’oggetto; sono tre tipi di anteriorità differenti che meritano di essere approfondite brevemente.
La prima forma che analizzeremo sarà quella di Bourdieu e la si può ricavare dalla sua analitica dei campi. Un campo è per l’autore “una rete di relazioni oggettive fra posizioni, dove ciascuna posizione è definita dalla sua relazione con tutte le altre nella distribuzione globale delle specie di capitale” (Bourdieu, 2005a, p. 307). L’implicazione temporale è che le posizioni preesistono al soggetto che le occupa, infatti chi entra in un campo non vi trova uno spazio vuoto da configurare ma, al contrario, una topologia già tracciata, entro la quale la sua libertà di manovra è in proporzione alla posizione che gli tocca. “Il criterio di appartenenza” rende esplicita questa passività iniziale, poiché stabilisce che “un agente o un’istituzione fa parte di un campo quando vi subisce o vi produce degli effetti” (Bourdieu, Wacquant, 1992, p. 184): il subire, quindi, precede il produrre non soltanto nell’ordine della frase.
L’anteriorità, però, si raddoppia sul versante soggettivo, ed è qui che l’analisi bourdieusiana acquista la propria forza, in quanto l’agente non arriva nudo nel campo, ma vi entra con un habitus che è “l’incorporazione di uno stato anteriore del campo stesso”, sicché ciò che egli percepisce come “propria disposizione spontanea è la sedimentazione di una storia che non ha vissuto”. Bourdieu, a tal proposito, ne dà la formula precisa quando descrive l’habitus come “capacità infinita di generare in tutta libertà prodotti — pensieri, percezioni, espressioni, azioni — che hanno però come limiti le condizioni storicamente e socialmente situate della propria produzione” (Bourdieu, 2005b, pp. 67 e 88): in definitiva, la libertà può essere reale, ma il suo perimetro è stato fissato altrove. Il sociologo francese ne trae la conseguenza che “le categorie di percezione mediante le quali gli agenti valutano il presente sono prodotte da un passato di cui non dispongono” (Bourdieu, 2010, p. 89) e che “il campo struttura l’habitus prima di essere strutturato da esso” (Bourdieu, Wacquant, 1992, p. 94). Il potere, in questa prospettiva, è anteriore perché ha già scritto nei corpi le condizioni della loro stessa percezione.
Tuttavia va sottolineato ciò che questo tipo di anteriorità lascio intatto, in quanto sarà l’elemento che le altre due sottrarranno. In Bourdieu il campo resta in un certo qual modo aperto, le posizioni possono essere occupate da altri agenti, i capitali possono essere convertiti a certe condizioni, il codice d’ingresso — che “funziona insieme come censura e come mezzo di espressione, che sussiste allo stato oggettivato nelle strutture del campo e allo stato incorporato negli habitus (Bourdieu, 2005a, p. 351) — può essere modificato e, infine, la lotta simbolica “per il potere di nominazione” resta aperta a chiunque “disponga del capitale necessario” a giocarla (Bourdieu, 1998, p. 251). Quindi, l’anteriorità di posizione è distribuita: contesta chi occupa cosa, ma lascia in piedi la questione di che cosa ci sia da occupare. Questo è il motivo per cui, l’anteriorità bourdieusiana, ammette e richiama, per così dire, una politica classica fatta di accesso, ridistribuzione e riforma delle regole d’ingresso, ed è anche il motivo per cui una critica che si fermi a questo livello potrebbe risultare compatibile con la conservazione del campo che contesta.
Una precisazione, però, è necessaria perché su questo punto l’analitica dei campi presenta una fragilità che ho argomentato altrove: Bourdieu costruisce i campi come microcosmi dotati di frontiere e l’autonomia relativa è per lui la condizione stessa della loro esistenza. Se però si assume, come propongo, che i campi si sovrappongono e che il confine sia un risultato empirico e non una premessa, l’anteriorità di posizione perde la sua nettezza, perché l’agente non è mai in un campo soltanto e le sue posizioni multiple non sono necessariamente congruenti. Ciò non annulla totalmente la prospettiva bourdieusiana, ma costringe a pluralizzarla e aprirla a quella “condizione di dipendenza multipla che costituisce”, secondo Emiliano Bazzanella, “il modo di essere ordinario del soggetto” (Bazzanella, 2023, p. 188).
La seconda forma non riguarda la struttura, ma l’operazione e si ricava dalla convergenza fra l’analitica foucaultiana e la sua variante deleuziana. Ciò che in questa prospettiva precede non è una geometria di posizioni, ma un funzionamento in corso, in quanto il potere non pesa soltanto “come una potenza che dice no, ma attraversa i corpi, produce cose, induce piacere, forma sapere e produce discorsi” (Foucault, 1977, p. 13) e va, perciò, considerato come una rete produttiva che passa attraverso tutto il corpo sociale. In quest’ottica, il potere è pensato nella sua forma di “esistenza capillare”, nel modo in cui tocca l’interiorità stessa degli individui; esso viene a inserirsi nei loro gesti e nei loro atteggiamenti, “secondo un regime per così dire sinaptico” (ivi, p. 121). Deleuze ne trae la conseguenza strategica, sicché le classi e lo Stato “non sono forze ma soggetti che le allineano e le integrano, sono cioè agenti di stratificazione che presuppongono i rapporti di forza anziché produrli” (Deleuze, 2010, p. 204).
La firma, per così dire, temporale di questa prospettiva è diversa da quello del primo, lì il passato del campo stava nel corpo dell’agente mentre, qui, l’atto è già in corso quando un attore compare a rivendicarlo. Il soggetto non arriva in ritardo dentro una struttura preesistente: è “un effetto di superficie” di un funzionamento che non ha soggetto e che, Deleuze e Guattari, preferiscono descrivere in termini di “codificazione e riterritorializzazione” anziché di normalizzazione e disciplina, perché i dispositivi di potere “costituiscono una componente dei concatenamenti” (Deleuze, 2010, p. 97) e non il loro principio.
Anche questa prospettiva, tuttavia, lascia qualcosa di disponibile e conviene individuarlo con precisione perché è il fondamento di ogni pratica genealogica. Un funzionamento, a differenza di una struttura, ha linee e quest’ultime hanno punti in cui non si sono ancora saldate. Da qui la prescrizione deleuziana secondo cui “districare le linee di un dispositivo significa, ogni volta tracciare una mappa, cartografare, misurare terre sconosciute” (ivi, p. 279); e da qui l’interesse foucaultiano per le “superfici di emergenza”, ossia per quei luoghi in cui “certe differenze possono sorgere per poter essere designate e analizzate” e che, quindi, “non sono le stesse nelle varie società, nelle varie epoche e nelle varie forme di discorso” (Foucault, 1980, p. 56). L’anteriorità di funzionamento è dunque un’anteriorità interrompibile: non si può ridistribuire ciò che non ha proprietari, ma si può deviare un funzionamento nei punti in cui è ancora plastico e questo, quindi, definisce una politica locale e tattica invece che distributiva. La critica genealogica vive interamente di questo margine e la sua ragion d’essere consiste nel riaprire la contingenza di ciò che si presenta come necessario.
Va aggiunto, però, che questo tipo di margine ha un prezzo. Una politica delle linee non può prescrivere, perché non dispone di un soggetto a cui indirizzare la prescrizione, ma può soltanto mostrare che le cose sarebbero potute andare diversamente. Questo è il motivo per cui la tradizione che va da Foucault a Deleuze viene ricorrentemente accusata di impotenza normativa (anche se andrebbe ben compreso il ruolo attivo del soggetto postulato da questi autori): chi sostiene che le strategie sono anonime, mute e cieche non può poi indicare un responsabile senza contraddirsi. Su questo punto ritengo che occorra distinguere fra il livello del regime, dove la tesi dell’anonimia è corretta e il livello dell’evento, dove essa è falsa, poiché ogni standard, ogni soglia e ogni predefinizione, seppure capaci di acquisire vita propria, vengono scritti da qualcuno in una data determinata, ma la distinzione non appartiene propriamente agli autori qui discussi e va, quindi, costruita.
La terza forma di anteriorità è, per così dire, la più radicale ed è quella che l’echologia bazzanelliana introduce. L’assunto è semplice: ciò che precede non è l’agente, né l’atto ma l’oggetto. Quando Bazzanella scrive che “il potere delinea preliminarmente il campo oggettuale e il campo di conoscibilità della nostra esperienza” (Bazzanella, 1996, p. 120), l’anteriorità investa la possibilità stessa che qualcosa si presenti come un qualcosa. Non si tratta di una tesi idealistica, perché non riguarda la costituzione del reale ma la sua accessibilità: il reale non manca, manca la forma in cui possa comparire come determinato. La fenomenologia ne aveva fornito la premessa osservando che “l’intenzionalità trova un necessario punto di riferimento in una normalità che è anche norma della verità” (Bazzanella, 1995, p. 59), dipendente a sua volta dal contesto fattuale in cui l’atto si svolge. Il congegno che compie questa delineazione è la normotipia, definita come “quel sistema di senso finzionale, plurale, autogenetico e autoreferenziale che funge da orizzonte e piano di referenza per ulteriori formazioni di senso” (Bazzanella, 2010, p. 169), ma che è stato eretto in tale ruolo in seguito a un processo arbitrario e reale, e che rappresenta un sistema gerarchico di potere e un sistema normativo. Due elementi di questa definizione meritano attenzione. Il primo è che il sistema è finzionale: nel passaggio dal piano individuale a quello collettivo un sistema di senso si trasforma in un’effettività cogente e “assume una funzione rilevante nei processi di soggettivazione” (Bazzanella, 2012, p. 16), sicché non si tratta di un’illusione da smascherare, ma di una finzione che produce effetti materiali. Il secondo è che la delineazione di ciò che può comparire coincide con l’istituzione di ciò che deve essere, poiché “dal punto di vista echologico nominare e normare costituiscono un plesso unico difficilmente discernibile” (Bazzanella, 2004, p. 24).
Quest’ultima equazione è ciò che rende la terza anteriorità irriducibile alle prime due. Nel regime di posizione la nominazione è una posta in gioco e la lotta per imporre la visione legittima è appunto una lotta, con vincitori e vinti interni al campo. Nel regime di senso la nominazione non è una posta ma una condizione: quando essa opera, non si contende la definizione di un oggetto già dato, si produce l’oggetto in quanto contendibile. Ne segue che nessuna delle due politiche disponibili nei regimi precedenti vi si applica; non la ridistribuzione, perché essa presuppone un oggetto da ridistribuire e qui è l’oggettualità ad essere in questione e nemmeno l’interruzione, perché essa presuppone una linea da deviare e qui la linea è la condizione di visibilità stessa. La firma temporale, per così dire, è che l’orizzonte è chiuso prima che vi possa comparire alcunché.
Bazzanella fornisce la descrizione genetica di questa chiusura in una pagina che merita di essere richiamata per intero, perché ne mostra il carattere non violento. “In principio, per il bambino, tutto è Altro, ed egli si trova in una condizione di originaria alienazione; le modalità idiosincratiche con cui cerca costanti securizzanti vengono poi addomesticate nel loro carattere di alogos attraverso una schematizzazione intersoggettiva che impone blocchi e direzioni, sicché egli cesserà di vedere il
mondo come un caleidoscopio di eventi concatenati da relazioni simmetriche multiple in cui confondersi e lo vedrà come una griglia di categorie con rapporti unidirezionali e prefissati, rispetto alla quale è un interno che si relaziona a un esterno; a quel punto l’Altro è stato completamente normotipizzato” (Bazzanella, 2012, p. 191). La chiusura, in altri termini, non viene imposta contro una resistenza: viene cercata, perché il caleidoscopio non è abitabile. Questo è il punto in cui l’echologia incontra la tesi dell’Anti-Edipo, secondo cui “il campo sociale è immediatamente percorso dal desiderio e ne è il prodotto storicamente determinato”, sicché “anche le forme più repressive della riproduzione sociale sono prodotte dal desiderio nell’organizzazione che ne deriva” (Deleuze, Guattari, 2024, p. 32); con la differenza che Bazzanella ne fornisce la genesi individuale, mostrando in che cosa consista il guadagno di chi vi acconsente. Questa è la ragione per cui la normotipia non ha bisogno di consenso e, a quest’altezza discorsiva, l’osservazione foucaultiana secondo cui “siamo, prima ancora della più insignificante della nostre parole, già dominati e paralizzati dal linguaggio[-normotipia]” (Foucault, 1967, p. 323), va letta come constatazione e non come denuncia.
Se la terza anteriorità fosse l’unica, la conclusione sarebbe una metafisica della chiusura e la critica risulterebbe non tardiva ma impossibile. Che non lo sia dipende da una clausola della definizione che tende a passare inosservata e che è invece la più importante: la normotipia è plurale. Poiché essa rappresenta essa stessa un sistema di potere, si instaura necessariamente “un sistema di dipendenze fra le varie normotipie attraverso una vera e propria polemologia, nella quale ciascuna lotta con le altre in vista della supremazia” (Bazzanella, 2010, p. 172). L’implicazione è decisiva: non esiste la normotipia di un’epoca ma esistono normotipie in conflitto, con gradi diversi di estensione e di presa e ciò significa che l’anteriorità costitutiva non è mai singolare. Ne segue che l’unica operazione politica disponibile in questo regime non consiste
nel sottrarsi all’anteriorità — operazione priva di senso, perché non si dà esperienza che non sia preceduta da un orizzonte — ma nell’impedire che la pluralità delle anteriorità collassi in una sola. Questo consente di rileggere la formula con cui Bazzanella chiude uno dei propri percorsi, secondo cui “il soggetto è dipendente e il suo modo di essere-nel-mondo è la multi-dipendenza”, sicché ciò che chiamiamo “libertà non è che il passaggio, la migrazione da una forma di dipendenza a un’altra, o il nome per il lasco temporalmente limitato che si apre fra l’una e l’altra” (Bazzanella, 2023, p. 188). La formula viene abitualmente ricevuta come rassegnata. Letta contro le tre anteriorità, essa è invece esatta e non pessimistica: la migrazione è possibile precisamente perché l’anteriorità di senso è plurale e la sua condizione limite — la sola situazione in cui la libertà così definita si estingue — è la riduzione a una sola dipendenza disponibile. Ciò che va difeso non è dunque l’autonomia del soggetto, che nel quadro qui assunto non è una nozione utilizzabile, ma il numero degli orizzonti praticabili. Ne discende una sorta di criterio: una configurazione di potere è pericolosa non quando è più oppressiva, ma quando è singolaristica. La grandezza rilevante non è l’intensità del vincolo ma il numero di orizzonti di senso alternativi effettivamente praticabili e il differenziale di costo che li separa da quello dominante; e la pluralità
che conta non è quella delle opinioni interne a un orizzonte, che i dispositivi contemporanei producono in abbondanza e della quale si nutrono, bensì quella degli orizzonti.
Resta da dire in che cosa questa conclusione modifichi la pratica della critica. Se le tre anteriorità sono distinte, allora la critica non è in ritardo allo stesso modo nei tre regimi e la sua abituale oscillazione dipende dal fatto che essa applica indistintamente strumenti tarati su regimi diversi. Contro l’anteriorità di posizione la ridistribuzione funziona, ed è un errore squalificarla come riformismo. Contro l’anteriorità di funzionamento funziona l’interruzione tattica, ed è un errore chiederle prescrizioni che non può dare. Contro l’anteriorità di senso non funziona nessuna delle
due, e l’unica operazione efficace consiste nel mantenimento attivo della pluralità — attività costosa, continua e per lo più non riconosciuta come politica, poiché non produce eventi ma impedisce che qualcosa cessi di esistere. Il ritardo della critica, in altri termini, non è un difetto da correggere ma una struttura da abitare in modo differenziato; e l’errore non sta nell’arrivare dopo, che è inevitabile, bensì nel non sapere dopo che cosa si stia arrivando.
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Pierre Bourdieu, Meditazioni pascaliane, Milano, Feltrinelli, 1998.
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Gilles Deleuze, Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995, Torino, Einaudi, 2010.
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Michel Foucault, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli, 1967.
Id., Microfisica del potere. Interventi politici, Torino, Einaudi, 1977.
Id., L’archeologia del sapere, Milano, Rizzoli, 1980.
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