A seguito del ritiro della legge «Yadan», Aurore Bergé presenta un disegno di legge «sulla coesione repubblicana attraverso la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo», la cui discussione è prevista per questo autunno. Si ripropone così la questione dell’articolazione e/o delle differenze tra razzismo e antisemitismo in Francia. Ma si pone anche altrove e, se sì, in che modo? La ricerca tedesca nelle scienze sociali ha molto da insegnarci in materia. Cominciamo dal contesto tedesco.
Le discussioni sulla «legge Yadan» della scorsa primavera hanno nuovamente illustrato, se mai ce ne fosse bisogno, l’estrema polarizzazione che caratterizza in Francia i dibattiti sull’antisemitismo.

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In questo contesto saturo di polemiche, può essere interessante soffermarsi sul modo in cui questa tematica viene affrontata altrove, in altri contesti nazionali. È verso la Germania che volgeremo lo sguardo in questa sede. «Imparare dai tedeschi[1]», davvero?
Il nostro vicino non dovrebbe invece fungere da contrappunto quando si affronta la questione dell’antisemitismo?
L’approccio può sembrare sorprendente, tanto le notizie che giungono dall’altra sponda del Reno non hanno nulla di particolarmente glorioso, sia dal punto di vista della lotta contro l’antisemitismo, sia per quanto riguarda la cultura della memoria o il rispetto delle libertà politiche, accademiche e artistiche.
Tuttavia, è un altro aspetto della situazione tedesca, meno noto e più degno di interesse, che desideriamo mettere in evidenza in questo testo: l’esistenza di un vasto campo di studi interdisciplinari dedicato all’antisemitismo, strutturato attorno a un centro di ricerca dedicato, il Zentrum für Antisemitismusforschung (ZfA) di Berlino. Questa istituzione, che porta nella sfera pubblica una voce esperta, ben lontana dalle polemiche e dalle polarizzazioni brutali, rivela implicitamente una certa «miseria francese» in questo campo. In un momento in cui i postcolonial studies e i critical race studies, da un lato, e gli studi sull’antisemitismo, dall’altro, si contrappongono sempre più nel mondo accademico per ragioni essenzialmente politiche[2], una parte della ricerca tedesca mette in luce un’altra «etica della discussione» e dimostra che l’attenzione alla controversia scientifica produttiva può prevalere sul «partigianismo ».
Favorevoli ai trasferimenti epistemici, questi lavori incoraggiano un approccio comparativo tra antisemitismo, sessismo e razzismi, ne riflettono le intersezioni, le sovrapposizioni e le interconnessioni, pur prestando attenzione alla singolarità di ciascun fenomeno. A partire dagli anni 2000, numerose ricercatrici e ricercatori di lingua tedesca sono impegnati in una riflessione di questo tipo. Desideriamo qui fornirne una panoramica partendo da una recente controversia che si preannuncia decisiva, quella relativa alla natura esatta della differenza tra antisemitismo e razzismi. L’antisemitismo deve essere ricondotto alla categoria generica del razzismo oppure rientra in una categoria sui generis da considerare a sé stante? Come vedremo, la posta in gioco di tale alternativa è al tempo stesso teorica e pratica, epistemologica e politica.
La «miseria tedesca»…
Le critiche alla «miseria tedesca» non mancano e sembrano guadagnare terreno: riguardano tanto i legami dello Stato tedesco con Israele, la lotta contro l’antisemitismo, la politica della memoria, il rapporto con le libertà politiche, accademiche e artistiche, quanto lo stato della sinistra radicale. Sono tutte in parte giustificate. Passiamole innanzitutto in rassegna.
È il rapporto privilegiato della Germania con lo Stato di Israele a provocare, a prima vista, un certo disagio, accentuato dalla guerra di annientamento condotta a Gaza in seguito ai massacri del 7 ottobre 2023 commessi da Hamas. Il sostegno quasi incondizionato dei vari governi tedeschi in carica si manifesta non solo attraverso le massicce forniture di armi allo Stato ebraico, ma anche, sul piano simbolico, dall’introduzione di una nuova condizione per l’ottenimento della cittadinanza tedesca in alcuni Länder dell’Est, dove viene richiesto ai candidati alla naturalizzazione di riconoscere esplicitamente il «diritto all’esistenza» dello Stato di Israele. Mentre alcuni leader israeliani sono oggi accusati da varie organizzazioni internazionali di essere responsabili di crimini contro l’umanità, tra cui talvolta l’accusa di genocidio a Gaza, alcuni commentatori chiedono oggi di rivalutare la cosiddetta dottrina della Staatsräson [ragione di Stato], che fa della sicurezza di Israele una priorità ufficiale della politica estera tedesca.
Neanche i piani tedeschi di lotta all’antisemitismo sfuggono alle critiche. Così, le diverse iniziative statali avviate negli ultimi anni sono percepite con grande scetticismo da un numero significativo di attori. L’insieme delle misure adottate a livello federale – l’adozione parziale della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) da parte del governo tedesco nel settembre 2017, la creazione della carica di «Commissario del governo federale per la vita ebraica in Germania e la lotta contro l’antisemitismo» nel maggio 2018, la mozione anti-BDS del Bundestag del maggio 2019, la mozione «Mai più, è adesso» volta a «preservare, proteggere e rafforzare la vita ebraica» in Germania nel novembre 2024 – è spesso vista con diffidenza, soprattutto a causa dell’estensione del concetto di antisemitismo resa possibile dall’uso della «definizione operativa» dell’IHRA, che è stata trasformata in uno strumento di controllo del discorso e in un mezzo di repressione, come deplora uno dei suoi redattori, Kenneth Stern.

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Si sono moltiplicate le pubblicazioni che denunciano un nuovo antisemitismo di Stato di natura «maccartista», «carceraria» o «autoritaria » si sono moltiplicate. Prendendo di mira de facto gli intellettuali critici, la sinistra radicale, i movimenti antirazzisti, le mobilitazioni filopalestinesi e, più in generale, le comunità di migranti e i musulmani, la politica anti-antisemita ufficiale tedesca sembra contribuire, in nome della difesa di una giusta causa, all’indebolimento della democrazia nel mondo occidentale. Oltre a questo inasprimento deleterio, a cui si assiste del resto anche in Francia, i governi tedeschi degli ultimi anni hanno in parte fatto propria l’idea di un «antisemitismo importato», cara all’estrema destra, che vuole stabilire un nesso diretto di causa-effetto tra la politica di accoglienza dei rifugiati, in maggioranza siriani, a metà degli anni 2010 e la spettacolare ascesa degli atti antisemiti dalla fine di quel decennio.
In un contesto in cui l’AfD si presenta, non senza tensioni interne, come uno scudo protettivo per gli ebrei e un sostenitore di Israele, la politica antantisemita tedesca contribuisce a far «dimenticare» che l’estrema destra rimane responsabile di quasi la metà dei reati antisemiti in Germania nel 2025. In questo modo, essa asseconda la «sdoganamento» di un partito nazionalista völkisch che potrebbe benissimo arrivare per la prima volta al potere nei Länder della Sassonia-Anhalt o del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in occasione delle elezioni regionali del settembre 2026. Il colmo dell’ironia è che è stato dimostrato che un certo numero di annullamenti di eventi accademici, culturali e artistici riguardava regolarmente ebrei progressisti e le loro organizzazioni: l’attivista Emily Dische-Becker dell’ONG internazionale di sinistra Diaspora Alliance ha così calcolato che circa il 30% degli artisti e degli accademici a cui è stato revocato l’invito nel 2023 per presunto antisemitismo erano ebrei.
Un tempo celebrata, la «cultura della memoria» tedesca, incentrata sul ricordo della Shoah e promossa inizialmente dalla società civile, è ora denunciata da più parti. Voci ebreo-tedesche della nuova generazione, come quella del pubblicista e scrittore Max Czollek, mettono così in discussione il «teatro della riconciliazione», in cui gli ebrei e le ebree svolgono una funzione di convalida del «lavoro sul passato» svolto dalla Germania affinché la nazione ne sia «sollevata» e ritrovi un rapporto «normalizzato» con se stessa. Altrettanto critica, ma puntando in un’altra direzione, la sociologa dei movimenti sociali Donatella della Porta ha denunciato, in un lungo articolo del 2024, una memoria nazionale tedesca troppo esclusivamente incentrata sul genocidio degli ebrei, che ignorerebbe sia le altre vittime non ebree dei crimini nazisti (come i Sinti e i Rom) sia il legame tra l’antisemitismo nazista e i crimini coloniali commessi in Africa durante il Kaiserreich. L’autrice non esita, tra l’altro, a fare proprie le critiche più severe dello storico australiano Anthony Dirk Moses che, durante la «seconda disputa degli storici[3]», associava, in un testo che suscitò scandalo, la cultura della memoria tedesca a un «catechismo» notoriamente «provinciale». In questo testo del maggio 2021, questo specialista della storia dei genocidi e del colonialismo di insediamento (settler-colonialism) non si limitava ad affermare che le politiche della memoria attuate a partire dagli anni ’80-’90 fossero inefficaci nel combattere l’antisemitismo, o che mancassero il bersaglio in una società «post-migratoria ». L’accusa era più grave: l’autore suggeriva che il modello memoriale tedesco fosse troppo «gio-centrico», che rendesse in gran parte indifferenti agli altri crimini del passato – come i crimini coloniali –, ma anche ai crimini del presente, e in particolare a quelli commessi da Israele contro il popolo palestinese.
Quest’ultima presa di posizione ha suscitato una serie di reazioni, a volte molto accese, che hanno messo in discussione non solo Anthony Dirk Moses, ma anche le correnti di ricerca che egli rappresenta insieme ad altri: gli studi decoloniali e postcoloniali, accusati in numerose pubblicazioni di essere in combutta con l’antisemitismo[4]. La polemica rivolta contro questo campo di studi ha avuto inizio, in realtà, nel 2020, con la contestazione, da parte di Felix Klein, commissario del governo federale incaricato della lotta contro l’antisemitismo, della partecipazione del filosofo camerunese Achille Mbembe alla Triennale della Ruhr a causa del suo sostegno al movimento BDS [5]. La polemica prosegue con la pubblicazione della traduzione tedesca dell’opera del ricercatore statunitense Michael Rothberg sulla « memoria multidirezionale » nel 2021, e poi con la controversia intorno alla « Dichiarazione di Gerusalemme » (primavera 2021), firmata da 200 ricercatrici e ricercatori, che propone di sostituire la definizione di antisemitismo dell’IHRA, ritenuta troppo vaga, troppo restrittiva dal punto di vista della libertà di espressione e troppo incentrata, nei suoi esempi, sull’antisemitismo relativo a Israele.

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Si sarebbe potuto pensare che il culmine della polemica fosse stato raggiunto nel 2022, con la quindicesima edizione di Documenta, la grande mostra d’arte contemporanea della città di Kassel, durante la quale un dipinto contenente motivi notoriamente antisemiti è stato presentato da un collettivo di artisti indonesiani, per poi essere ritirato. Ma non si era tenuto conto del 7 ottobre 2023 e della guerra di annientamento condotta a Gaza dall’esercito israeliano, in seguito alla quale la lotta per la «definizione» degli eventi si è intensificata. Il «conflitto sul conflitto» infuria ormai nelle strade, nelle università, negli ambienti intellettuali e artistici, tra giornalisti e attivisti, in un contesto estremamente polarizzato. Per quanto riguarda la qualità del dibattito pubblico e l’«etica della discussione», sarebbe quindi azzardato affermare che la situazione sia migliore in Germania rispetto ad altri paesi europei quando si affronta la questione dell’antisemitismo e di Israele[6].
Concludiamo questo quadro delle critiche evocando una particolarità tedesca (e austriaca): la corrente antideutsch. Movimento antinazionale nato al momento della riunificazione tedesca, questa corrente piuttosto unica nella sinistra radicale mondiale considera la lotta contro l’antisemitismo e il sostegno allo Stato di Israele come una questione prioritaria di lotta: uno dei suoi intellettuali di riferimento, il politologo austriaco Stephan Grigat, ha persino formulato un «imperativo categorico sionista», alla base del suo impegno «comunista», basandosi su un famoso passaggio della Dialettica negativa del filosofo tedesco Theodor Adorno, che cercava di rifondare la filosofia morale dopo Auschwitz formulando un nuovo imperativo morale «post-kantiano»[7]. La linea antideutsch, molto atipica, ha portato alcuni dei suoi rappresentanti a fare propri, a partire dagli anni 2000, argomenti che in Francia si è soliti sentire dalla bocca di intellettuali conservatori: molti Antideutsche si divertono del resto a citare, per gusto di provocazione, intellettuali come Alain Finkielkraut o Pascal Bruckner.
In generale, nelle opere antideutsch si osserva una tendenza a sminuire la lotta contro l’islamofobia[8] e una concentrazione della critica sull’antisemitismo presente nei mondi musulmani, all’interno della sinistra e del movimento antirazzista: non sorprende quindi che il concetto di «islamogauchismo» venga ripreso senza difficoltà da questa corrente[9]. In Francia, questo Sonderweg di una parte della sinistra radicale tedesca è spesso oggetto di una curiosità un po’ beffarda o di una sorta di terrore. Lo spauracchio antideutsch svolge quindi perfettamente la sua funzione all’interno delle discussioni militanti in Francia. Non c’è motivo di cambiare rotta e di prendere più sul serio la questione dell’antisemitismo: guardate cosa succede alla sinistra quando se ne interessa troppo: diventa sionista, se non addirittura razzista e fascista, ecc.
… che non può nascondere la miseria francese
Il quadro sopra delineato è tuttavia troppo unilaterale e troppo cupo. È troppo unilaterale, innanzitutto, perché occorre sottolineare che gli atti antisemiti sono in netto aumento dal 2017 in Germania e sono esplosi dopo il 7 ottobre 2023. Le autorità tedesche reagiscono quindi, sebbene in modo inadeguato, a un problema reale, che non può essere ricondotto esclusivamente alle azioni dell’estrema destra. Quest’ultima rimane certamente la principale responsabile dei reati antisemiti negli ultimi anni e, in questo senso, rimane il nemico principale. Ma il quadro si presenta in modo diverso se si considerano gli atti antisemiti «violenti», poiché sono i movimenti politici legati a una «ideologia straniera» (secondo la curiosa nomenclatura della polizia tedesca), ovvero principalmente gruppi filopalestinesi, ad essere gli autori del maggior numero di essi. I sondaggi d’opinione e gli studi sulla vittimizzazione evidenziano inoltre che l’antisemitismo non è presente solo nella società maggioritaria «bianca» e nell’estrema destra. Occorre quindi ricordare che le critiche legittime relative alla strumentalizzazione della questione antisemita al servizio di un «razzismo di Stato» tedesco non possono giustificare il disinteresse per l’antisemitismo stesso e per le sue ramificazioni nell’insieme della società, compresi i gruppi che subiscono discriminazioni, né l’abbandono dell’obiettivo di combatterlo, da qualunque parte provenga.
E il quadro è troppo cupo. Infatti, la divisione storica e le polemiche all’interno della sinistra radicale tedesca, tra gli «anti-imperialisti», piuttosto concentrati sulle lotte antirazziste e sensibili alla causa palestinese, e gli Antideutsche, che danno priorità alla lotta contro l’antisemitismo e alla solidarietà con Israele, hanno anche creato le condizioni per un processo di apprendimento significativo e permesso l’emergere di posizioni terze, che cercano di conciliare, su una linea di cresta, la lotta contro l’antisemitismo e ogni forma di razzismo, posizioni che non mettono in discussione né il diritto all’esistenza di Israele, né la solidarietà con il popolo palestinese[10].
Una simile prospettiva è oggi sostenuta dai gruppi militanti antifascisti e di lotta contro il razzismo, dalle associazioni per la memoria e dalle reti di educazione popolare (politische Bildung), ma anche da una parte di Die Linke e dei suoi intellettuali. La sinistra radicale, in Francia e nel resto d’Europa, trarrebbe vantaggio dall’ispirarsi a queste dinamiche che instaurano un necessario e produttivo collegamento tra rivendicazioni plurali e ugualmente legittime, legate alla storia e alla memoria ebraica, alla memoria del colonialismo, alle rivendicazioni palestinesi e ai percorsi migratori. Se si considera la portata del lavoro di formazione politica dedicato all’ all’antisemitismo condotto da un’istituzione come la Rosa-Luxemburg Stiftung, appare evidente che l’Institut La Boétie, vicino a LFI, abbia ancora molta strada da percorrere su questa questione.
Tuttavia, è soprattutto alla luce del confronto tra lo stato del dibattito scientifico sull’antisemitismo nei due paesi che si rivela appieno la «miseria francese». In Francia, salvo poche eccezioni, le scienze sociali hanno in qualche modo trascurato la questione antisemita negli ultimi anni. Se oggi si assiste a un certo «boom» di studi empirici e riflessioni teoriche sui razzismi, questo entusiasmo purtroppo non va di pari passo con una rinnovata attenzione per l’ostilità antiebraica nelle sue forme attuali[11].
E tra i pochi ricercatori che si occupano di antisemitismo, si percepisce spesso una certa diffidenza mista a ignoranza nei confronti dei critical race studies e dei postcolonial studies. Mentre gli studi pionieristici sul razzismo sviluppati in Francia sulla scia dei lavori di Jean-Paul Sartre, Léon Poliakov, Albert Memmi, Edgar Morin, Frantz Fanon e, successivamente, di Colette Guillaumin, Pierre Birnbaum, Étienne Balibar, Maurice Olender, Michel Wieviorka o Nicole Lapierre, avevano sempre integrato l’antisemitismo nella loro riflessione, oggi ciò avviene solo raramente[12]. L’antisemitismo contemporaneo viene ormai analizzato soprattutto in saggi, numerosi e per alcuni molto interessanti, ma che non sempre dispongono di una base empirica approfondita. La «teoria» e il «campo» risultano così ampiamente disgiunti. Negli anni ’90 e 2000, i lavori di Michel Wieviorka cercavano ancora di collegare gli studi empirici sull’antisemitismo a un approccio collettivo e multidisciplinare, articolandoli con una riflessione di teoria sociale. Questo tipo di progetto onnicomprensivo, che inoltre inquadrava l’ostilità antiebraica nel contesto più ampio di una ricerca critica sul nazionalismo, il razzismo e la xenofobia[13], non ha più visto la luce negli ultimi decenni; e la questione dell’antisemitismo contemporaneo è ormai poco rappresentata in Francia in discipline come la sociologia e le scienze politiche.
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La situazione è tanto più preoccupante in quanto in netto contrasto con il clima intellettuale ancora prevalente a metà degli anni 2000. Le indagini sociologiche di ricercatori come Didier Lapeyronnie e Michel Wieviorka contribuivano non solo a riconoscere le dinamiche complesse che animano l’antisemitismo e i razzismi, ma anche a metterle in relazione tra loro, anziché considerarle meccanismi che si escludono a vicenda, in cui l’uno diventa il paravento dell’altro[14]. Pertanto, riconoscere l’emergere di una «nuova giudeofobia» o di un «antisemitismo da ghetto» non implicava affatto lasciare nell’angolo cieco le logiche di esclusione sociale che li alimentano né la persistenza e la pericolosità dell’antisemitismo proveniente dall’estrema destra. In questo nuovo contesto di povertà del dibattito che colpisce la scienza stessa, ci sembra urgente volgere lo sguardo al di là dei confini francesi e interessarci agli strumenti di comprensione dell’antisemitismo sviluppati oltre il Reno, in una parola «imparare dai tedeschi»… e non solo dai loro errori.
Note
[1] Susan Neiman ha da allora rivisto il proprio giudizio.
[2] Da un lato, i Critical Race Studies, i Critical Whiteness Studies e i Postcolonial Studies sono accusati di ignorare, minimizzare o riprodurre l’antisemitismo; dall’altro, gli studi sull’antisemitismo sono criticati per il loro eurocentrismo e per le loro posizioni ritenute troppo favorevoli allo Stato di Israele.
[3] Questa controversia, nota anche come «controversia degli storici 2.0», ha avuto inizio nel 2020 e verte su diversi punti: il rapporto della Germania con lo Stato di Israele, i meriti e i pregiudizi degli studi postcoloniali, nonché il ruolo della Shoah, del colonialismo e dei genocidi coloniali nella cultura della memoria tedesca.
[4] Un’opera sintetizza queste critiche: Ingo Elbe, Antisemitismus und postkoloniale Theorie. Der « progressive » Angriff auf Israel, Judentum und Holocausterinnerung, Tiamat, 2024.
[5] Cfr. Floris Biskamp, « Vedo ciò che tu non vedi. Del conflitto su Israele (un contributo al dibattito)» (2020), tradotto da Laurent Cantagrel, in Bruno Quélennec e Salima Naït Ahmed (a cura di), Pensare l’antisemitismo contemporaneo. Un’antologia critica, con una prefazione di Michel Wieviorka, Editions de l’Aube, 2026.
[6] Cfr. Meron Mendel, Über Israel reden. Eine deutsche Debatte, Colonia, Kiepenheuer & Witsch, 2023. Nonostante queste derive, rimane esagerato affermare che, a causa della norma dominante anti-antisemita in Germania, sarebbe diventato impossibile criticare la politica di Israele. A volte, questo tipo di «denunce» rientra nell’antisemitismo, suggerendo l’esistenza di un «potere ebraico» che imbavaglia ogni opposizione. Su quest’ultimo punto, Bill Niven, «Tabù o non tabù. Cancel culture e regolamentazione del discorso pubblico in Germania dal 7 ottobre 2023», Mémoires en jeu/Memories at Stake, Hors-Série, autunno 2025.
[7] Ecco il passaggio originale di Adorno: «Hitler ha imposto all’uomo un nuovo imperativo categorico per il suo attuale stato di schiavitù, quello di orientare il proprio pensiero e la propria azione in modo che Auschwitz non si ripeta, che non accada mai più nulla di simile. »
[8] Alcuni intellettuali provenienti dalla corrente antideutsch, come Matthias Küntzel, condannano del resto l’uso del termine «islamofobia», riducendolo a uno strumento di propaganda islamista.
[9] Si veda a questo proposito l’articolo critico del politologo Kolja Lindner, che reagisce a un articolo di Stephan Grigat.
[10] Per una bella illustrazione di questa posizione «di cresta», si veda l’opera collettiva di Meron Mendel, Saba-Nur Cheema e Sina Arnold (a cura di), Frenemies. Antisemitismus, Rassismus und ihre Kritiker*innen, Berlino, Verbrecher Verlag, 2024, nonché la seconda parte della nostra antologia (cfr. nota 5).
[11] Ne è testimonianza, ad esempio, il breve ma eccellente volume di Solène Brun e Claire Cosquer, Sociologie de la race, Armand Colin, 2022, in cui la questione dell’antisemitismo non riveste praticamente alcun ruolo nella ricostruzione della storia degli studi sociologici sulla «razza».
[12] Ci sono ovviamente delle eccezioni. Si pensi in particolare al lavoro dei ricercatori che collaborano alla stesura del rapporto annuale della Commissione Nazionale Consultiva per i Diritti dell’Uomo (CNCDH), come Nonna Mayer e Vincent Tiberj, ma anche ai collaboratori della rivista dell’associazione ALARMER, diretta da Marie-Anne Matard-Bonucci, nonché alla Piattaforma Internazionale sul Razzismo e l’Antisemitismo (PIRA), lanciata e diretta da Michel Wieviorka, Philippe Portier e Régis Meyran, senza dimenticare la Revue d’Histoire de la Shoah. In questo contesto vanno menzionati anche i lavori di Jean-Frédéric Schaub e Silvia Sebastiani che, nei loro studi sull’emergere storico delle categorie razziali a partire dal XV secolo, sottolineano la centralità della «questione antisemita». Cfr. Jean-Frédéric Schaub, Histoire politique de la race, Les Belles Lettres, 2015; Jean-Frédéric Schaub e Silvia Sebastiani, Race et histoire dans les sociétés occidentales (XVe-XVIIIe siècle), Albin Michel, 2021.
[13] Cfr. Michel Wieviorka, L’espace du racisme, Seuil, 1991; Razzismo e modernità, La Découverte, 1992; La Francia razzista, Seuil, 1992; Razzismo e xenofobia in Europa. Un confronto internazionale, La Découverte, 1994; La tentazione antisemita. L’odio verso gli ebrei nella Francia di oggi, Robert Laffont, 2005.
[14] Cfr. Didier Lapeyronnie e Laurent Courtois, Ghetto urbano. Segregazione, violenza, povertà nella Francia di oggi, Robert Laffont, 2008, p. 380.
Salima Naït Ahmed e Bruno Quélennec hanno recentemente pubblicato Riflessioni sull’antisemitismo contemporaneo. Antologia critica, Éditions de l’Aube, maggio 2026.
Salima Naït Ahmed è filosofa e politologa, specializzata nel pensiero femminista e nella Teoria critica della Scuola di Francoforte. Attualmente è ricercatrice presso l’Università di Friburgo in Svizzera, dove conduce ricerche sull’intreccio tra genere e antisemitismo nella filosofia tedesca e francese dell’Illuminismo. Sull’antisemitismo ha recentemente pubblicato: con Bruno Quélennec, Pensare l’antisemitismo contemporaneo, Antologia critica (L’Aube, 2026); «Costellazioni e intersezioni. Un approccio all’intreccio tra genere e antisemitismo a partire dalla Teoria critica», in: L. Barbisan, A. Grivaux e B. Quélennec (a cura di), Prismes, Teoria critica, volume 5: «Antisemitismo e Teoria critica oggi», marzo 2023.
Bruno Quélennec è storico delle idee e docente di studi germanici all’Università Paris 8. Da alcuni anni si occupa delle teorie e delle sociologie critiche dell’antisemitismo. Nel 2023 ha curato, insieme a Léa Barbisan e Agnès Grivaux, un numero della rivista Prismes dedicato alla Teoria critica dell’antisemitismo. Nel maggio 2026 ha curato, insieme a Salima Naït Ahmed, un’antologia di testi in lingua tedesca nel campo delle scienze sociali sull’antisemitismo contemporaneo: Pensare l’antisemitismo contemporaneo. Antologia critica (éditions de l’Aube, con una prefazione di Michel Wieviorka).
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