Politicizzare la crisi climatica: una questione di vita o di morte

 

Mentre lo Stato ricorre alla retorica bellica per ogni occasione – pandemia, difesa, demografia –, le vittime dell’ondata di caldo di giugno vengono attribuite alla fatalità individuale. Questo rifiuto di riconoscere il proprio potere di fronte al clima non è una reale impotenza: è una strategia. E la risposta non verrà da un «clima di guerra», ma da un’altra politica del vivente.

L’ondata di caldo del mese di giugno ha ucciso migliaia di esseri umani, milioni di animali da allevamento, ha fatto cadere gli uccelli dal cielo, ha prosciugato la vegetazione, ha inaridito i corsi d’acqua, le falde acquifere e i suoli. Questo evento climatico ha messo a dura prova tutti gli organismi viventi, che hanno cercato di proteggersi dalla violenza di uno shock termico che ha distrutto i più fragili e i più esposti. Altre ondate di calore colpiranno il territorio e continueranno a causare la morte di esseri che non possono sopravvivere in queste condizioni estreme.

In Francia, nel 2026, contiamo i nostri morti, umani e non umani, sperando che la prossima ondata di caldo sia meno intensa della precedente e ci lasci il tempo di riprenderci. Eppure, nonostante il loro numero, queste morti non sembrano contare poi così tanto. Un rapido esperimento mentale permette di renderlo evidente. Immaginiamo per un istante che tutte queste morti siano causate da un conflitto armato. Il loro numero sarebbe probabilmente giudicato intollerabile. Il fatto che queste morti siano causate dal riscaldamento globale sembra attribuirne la responsabilità a una fatalità incontrollabile. Strano, non è vero? Il riscaldamento globale è di origine antropica: la volontà e l’intenzionalità umane sono al centro di ciò che ci sta accadendo. Allora perché, nel dibattito pubblico, una morte dovuta al riscaldamento globale sembra meno scandalosa di una morte dovuta a un conflitto armato? Perché l’intenzionalità che provoca il riscaldamento globale sarebbe meno colpevole di quella che scatena una guerra?


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Faccio questo parallelo perché la guerra occupa un posto sempre più importante nel dibattito pubblico ed è diventata una categoria centrale nella costruzione della nostra realtà politica. Nel 2020, quando il COVID ha fatto irruzione nelle nostre vite, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato «siamo in guerra» e ha aperto i rubinetti delle finanze pubbliche assicurando che il governo avrebbe protetto il Paese «a qualunque costo». Quando la Russia ha attaccato l’Ucraina nel 2022, lo stesso presidente ha constatato che «la guerra è qui, sul nostro suolo» e, da allora, il bilancio del Ministero delle Forze Armate è salito alle stelle. La legge di programmazione militare (LPM), approvata il 1° luglio 2026, prevede spese per un importo di 430 miliardi di euro entro il 2030. Uno degli esempi più recenti dell’uso della categoria «guerra» nella gestione della vita pubblica francese è la volontà presidenziale di garantire il «riarmo demografico» del Paese, accompagnata da una serie di misure, la più bizzarra delle quali è la diffusione di una newsletter sulla salute sessuale e riproduttiva ai cittadini francesi che hanno compiuto 29 anni. La retorica bellica è lo strumento per eccellenza di cui dispone lo Stato per mettere in scena la protezione del proprio territorio e della propria popolazione.

Eppure, essa non è stata mobilitata quando l’ondata di caldo di giugno ha infuocato il Paese. Il governo si è limitato a comunicare i «comportamenti corretti da adottare», ovvero bere acqua regolarmente, evitare sforzi fisici nelle ore più calde, mantenere fresca la propria abitazione, ecc. Questo richiamo ai comportamenti da adottare di fronte a un evento climatico estremo esprime una strategia diversa, che si basa sul trasferimento della responsabilità a livello individuale: spetta a ciascuno prendersi cura di sé. E quando Emmanuel Macron è stato interpellato sulla responsabilità del governo in occasione del 36° vertice franco-italiano ad Antibes, ha dichiarato: «Ci siamo adattati al riscaldamento globale, ma non ci si adatta a un picco che oggi non ha eguali in Europa.» Questo duplice movimento di dissoluzione della responsabilità delle istituzioni governative a favore di una responsabilizzazione degli individui permette di cogliere lo spazio di significato in cui è stata collocata la mortalità dovuta all’ondata di caldo. Qualcosa che ha a che fare con l’espressione di un’impotenza di fronte alla realtà di un mondo fossile sempre più caldo su cui nulla né nessuno avrebbe alcuna presa.

Rendersi impotenti di fronte al riscaldamento globale

Come mai l’impotenza può costituire una risposta politica consapevole di fronte al riscaldamento globale? Le ricerche nelle scienze umane e sociali sulle pratiche di confusione della responsabilità messe in atto dalle compagnie petrolifere offrono spunti di riflessione stimolanti per comprendere questo fenomeno. L’antropologa americana Dinah Rajak ha dimostrato che, dopo aver impiegato mezzi considerevoli per decenni per esercitare un «potere di negazione » (power of denial) e a seminare attivamente il dubbio sull’esistenza del riscaldamento globale, le compagnie petrolifere mettono ora in scena la «negazione del [proprio] potere» (denial of power) per giustificare il fatto che non possono fare nulla per impedirne l’accelerazione. I principali argomenti addotti da queste aziende sono i seguenti: non sono responsabili della domanda mondiale di petrolio; non possono, individualmente, arrestare il riscaldamento globale; se non proseguono le loro attività di esplorazione e produzione, altre aziende lo faranno al loro posto.

In altre parole, sono impotenti di fronte alla nuova realtà di un pianeta che si sta riscaldando. Ciò che affascina dell’affermarsi di questa narrativa è che essa è diametralmente opposta alla narrativa volontaristica e onnipotente che queste aziende utilizzano nei confronti dei propri azionisti per giustificare il possesso di capacità di estrazione petrolifera in tutto il mondo o la loro abilità nel superare ogni tipo di ostacolo operando, ad esempio, i giacimenti petroliferi in zone di guerra inaccessibili. Dinah Rajak sfrutta questo contrasto per mettere in luce il lavoro retorico che consiste nell’organizzare la propria impotenza climatica pur mantenendo un discorso di piena potenza economica. Tenere insieme questi due regimi discorsivi permette di decostruire la narrazione dell’impotenza, dimostrando che essa è il risultato di una strategia volta a far apparire le compagnie petrolifere come imprese dotate di un’agenteità limitata; agenteità che riemerge quando si cambia arena e si ascolta ciò che queste imprese hanno da dire ai propri azionisti.

Questa riflessione sulla messa in scena volontaria dell’impotenza permette a sua volta di interrogare i temi discorsivi investiti dalla retorica del potere. La questione sollevata da questa constatazione non è tanto quella di sapere se le compagnie petrolifere e il governo francese non siano in grado di agire, quanto piuttosto quella di determinare quali siano le categorie in grado di mobilitare il discorso sul potere di questi attori e valutare se possano essere efficaci nell’affrontare una sfida come il riscaldamento globale. Poiché la guerra è il luogo per eccellenza in cui si esprime il potere dello Stato, non si dovrebbe forse cercare di impiegare i mezzi teorici e materiali che l’uso di questa categoria comporta per metterli al servizio della questione climatica? La guerra può essere un rimedio all’impotenza organizzata del governo di fronte al riscaldamento globale?

Instaurare un clima di guerra

È una strada che Bruno Latour suggerisce di esplorare nella sua opera Face à Gaïa. Commentando i lavori del giurista nazista Carl Schmitt, egli descrive la questione climatica come uno stato di guerra ignorato da coloro che egli definisce i «Moderni». Secondo lui, riconoscere questo stato di guerra trasformerebbe radicalmente l’approccio alle sfide climatiche, obbligando ciascuno a prendere posizione e a definire chi sono i propri «amici» e chi i propri «nemici». Politicizzare il riscaldamento globale presuppone, in questa prospettiva, imparare a utilizzare il vocabolario della conflittualità, mettendo in luce schieramenti, lotte e rapporti di distruzione. Senza questo lavoro di conflittualizzazione, il riscaldamento globale rimarrà un tema sottopoliticizzato e mal gestito. Come ha osservato il sociologo Brice Laurent, fare della conflittualità la fonte di ogni lavoro di politicizzazione è un tema che attraversa l’intera opera di Latour e la cui forma più estrema si esprime nei suoi ultimi lavori – che sono altrettante dichiarazioni di guerra rivolte ai negazionisti del cambiamento climatico[1].

Seguendo Latour in questa direzione, la politicizzazione dell’ondata di caldo, e più in generale del riscaldamento globale, passa attraverso il riconoscimento di uno stato di guerra in cui ci troveremmo immersi. In questo modo, i decessi che si verificano e si moltiplicano non saranno più attribuiti a una fatalità su cui nessuno ha alcun controllo, ma a una situazione di lotta tra fazioni contrapposte. Queste morti diventeranno intollerabili perché saranno percepite come il risultato di volontà colpevoli e letali che possono e devono essere combattute.

In sintesi, per politicizzare il riscaldamento globale, è necessario instaurare un clima di guerra, poiché solo a questa condizione sarà possibile una pace e la vita tornerà ad essere vivibile sulla Terra.

Questo modo di contrastare l’impotenza politica, facendo della guerra il passaggio obbligato per una politicizzazione della questione climatica, presenta tuttavia insidie temibili. Naturalmente, la disperazione provocata dai ripetuti episodi di degrado delle condizioni di vita suscita un’ansiosa ricerca di soluzioni. Ci saranno colpevoli, ci saranno responsabili, ci saranno alleati, ci saranno traditori, ci saranno resistenze, ci saranno diplomatici… tutta una serie di tropi che costituiscono la trama di storie prestabilite, già raccontate, già note, intrise di eroismo virilista. Ma probabilmente non abbiamo bisogno di un’ennesima variazione su questa storia.

È ciò che spiega la filosofa Donna Haraway in Vivere con il disordine. Sottoscrivere questa logica bellica fondata sulla designazione del nemico significa aprire la strada a prove di forza, a combattimenti all’ultimo sangue, il cui orizzonte è lo sterminio e il genocidio. Parlare il linguaggio della guerra significa già iniziare a fare la guerra, poiché «i discorsi sul nemico includono i droni, gli armamenti e i dispositivi di sicurezza[2]». Non esiste un linguaggio che sia puramente verbale. E voler trasformare la Terra in un campo di battaglia è probabilmente l’ultima cosa da fare quando questa va a fuoco.

Restituire alla Terra il suo potere

Se rendere la crisi climatica una questione di vita o di morte è una condizione necessaria per tenere maggiormente conto di coloro che stanno venendo travolti dalle successive ondate di calore, come evitare di inquadrare questa questione in una prospettiva bellica? Come pensare all’attuale brutalizzazione della vita e della morte degli esseri viventi sulla Terra senza cadere in una lettura essenzialmente conflittuale? La filosofia sviluppata da Haraway è un rimedio a questa tentazione, un terreno pratico di riflessione per cercare i modi migliori per imparare a «vivere bene e morire bene gli uni con gli altri[3]» su una Terra danneggiata che dovremo riorganizzare affinché rimanga vivibile. Seguire questa pista significa sostituire una politicizzazione attraverso il conflitto con una politicizzazione attraverso la riorganizzazione del territorio.

Come fare in modo che i nostri luoghi di vita non diventino luoghi di morte? Come preservare la fioritura della pluralità delle forme di vita sulla Terra? Come impedire che le nostre foreste cedano al fuoco? Come evitare che i nostri suoli cedano alla siccità, che le nostre città soffochino sotto cupole di calore, che il nostro cielo si svuoti degli uccelli? Anziché politicizzare la crisi climatica attraverso la guerra, dovremo cambiare rotta e cercare un altro punto di passaggio che non richieda di setacciare il territorio per organizzare una lotta, rifiutando di trasformare anche il più piccolo appezzamento di terreno in teatro di operazioni per riuscire, finalmente, a raggiungere la Terra, restituendole il potere di farci vivere bene e morire bene.

[1] Brice Laurent, «Latour e la questione politica: verso una lettura costituzionale», Pragmata n. 6, 2023.

[2] Donna Haraway, «La risata di Medusa. Intervista a Donna Haraway» in Abitare il turbamento con Donna Haraway di Florence Caeymaex, Vinciane Despret e Julien Pieron, edizioni Dehors, 2019.

[3] Donna Haraway, Staying with the trouble, mia traduzione.

Jean Daniélou è Sociologo, ricercatore associato al Centro di sociologia dell’innovazione (CSI) di Mines Paris-PSL.

Fonte: AOCMedia

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